I 3 “segreti” per guadagnare con le obbligazioni

Stefano Masa

16 Gennaio 2025 - 15:30

Investire con successo sul mercato obbligazionario? È tutto nelle mani dell’investitore. Ecco cosa sapere assolutamente per non perdere soldi.

I 3 “segreti” per guadagnare con le obbligazioni

Numeri, conoscenza, consapevolezza. Una sorta di tridente magico quello indicato soprattutto se contestualizzato al mondo finanziario dove, chi ha successo, non corrisponde principalmente a chi guadagna di più, ma, viceversa, a chi perde (sbaglia) meno.

Potremmo sottolineare come, il sopracitato “tridente”, molto spesso (verosimilmente quasi sempre) venga sottovalutato se non addirittura snobbato da tutti coloro che, detentori di un patrimonio, iniziano la loro attività di investimento surclassando (al contrario) una ipotetica scala gerarchica che inizia con l’essere: investitore (prima), risparmiatore (dopo) e, a seguire, purtroppo, un “cassettista”.

Senza alcun intento cattedratico, questa categorizzazione avviene inevitabilmente sulla base regressiva dei risultati ottenuti che, andando a scemare con il trascorrere del tempo, confinano il detentore di patrimonio ad essere un mero e passivo spettatore delle sue stesse azioni e scelte (sbagliate), dove le sue stesse finanze mostrano gli errori (perdite) al pari di uno fin troppo nitido specchio.

Essere o fare l’investitore? Una Divina Commedia al contrario

Sostanzialmente, all’inizio di ogni cosiddetta “opportunità di investimento” l’intento di fare bene è sentito e vissuto dal primo momento: l’adrenalina è percepibile. Inutile negarlo. Essere “un investitore” al pare dei “grandi” è una sensazione unica. L’onnipotenza è quasi surclassata. Si inizia, quindi, bene.

Successivamente, però, le scelte fatte non premiano e chi più, chi meno, rimette mano al personale portafoglio delle emozioni che, inevitabilmente, ridimensiona l’ambita terra promessa. Con qualche loss al proprio attivo, infatti, l’auspicata dinamicità (iniziale) rallenta, rallenta ancora, fino ad essere soppiantata da un solo ed oggettivo monitoraggio.

Ecco, quindi, giungere al nuovo avanzamento di status: non più “investitore”, ma, ora semplice “risparmiatore”. Infine, purtroppo, l’epilogo: accantonata l’ambizione iniziale e la foga di performance (e di performare), abbandonate volutamente nel dimenticatoio le posizioni detenute (in perdita) ed osservabili con estremo scetticismo (e anche un po’ imbarazzo), la scelta appare ultima, definitiva e scontata (potremmo anche dire giusta), quindi: immobilismo totale fino a data da destinarsi. Sconforto. Nuovo conseguimento a livello “superiore”: approdo alla veste di sempre vivo “Cassettista”. Se ci fosse una ipotetica tela corredata da elegante cornice l’intera opera potrebbe essere esposta nei migliori musei.

La realtà che fa male

Quanto illustrato potrebbe attirare le ire dei molti che, sentiti chiamati in causa, andrebbero ad obiettare senza alcun timore. Comprendiamo benissimo ma, alla fine, il risultato non muterebbe di molto.

Un suggerimento: aspettate ad inveire, leggete ancora e poi valuterete il da farsi. Sì, proprio come all’inizio della riportata ed ipotetica “carriera al contrario” nel mondo degli investimenti.

Quello che vi è mancato è “semplicemente” il tridente indicato nell’incipit di questo odierno approfondimento.

Prima di investire avevate i numeri giusti per poter analizzare i pro e i contro? Eravate preparati sulle numerose e quasi infinite variabili del mercato nel quale navigava il vostro sottostante scelto? Ed, infine, sapevate – veramente – quello che voi volevate?

Senza spocchia e presunzione, possiamo ritenere che, alla base dell’insuccesso, ci sia la mancanza di almeno due di questi tre fattori. Se così fosse, il risultato, sarebbe sempre lo stesso: volevate investire ma siete stati investiti.

Bloomberg Global-Aggregate Total Return Index Value Unhedged Usd Bloomberg Global-Aggregate Total Return Index Value Unhedged Usd – Grafico settimanale con Pivot Point, Moving Average (25) e indicatore RSI (14)

Il mercato obbligazionario oggi

Ora, però, è corretto abbandonare il filosofeggiare sui vari “se” e “ma” e, scusandoci della prolissa introduzione, arriviamo immediatamente al dunque. Il tema odierno che dobbiamo riportare all’attenzione di tutti è quello riconducibile al mercato obbligazionario e alla sua stessa, ormai, storia infinita.

Numeri alla mano, questa importante asset class ha archiviato l’anno che si concluso in territorio negativo: il principale benchmark Bloomberg Global-Aggregate Total Return Index Value Unhedged Usd ha terminato a -1,78%.

Anche i singoli futures quali rappresentati delle diverse aree geografiche hanno capitolato sotto la parità con variazioni percentuali peggiori. Il decennale a stelle e strisce archivia il 2024 con un saldo pari a -3,94%, segue a ruota il Bund tedesco quale principale sottostante del Vecchio continente che, arenandosi a quota -3,06% registra un importante ed inconsueto calo se, soprattutto, paragonato al nostro italico Btp che, in controtendenza, gode di un finale modesto a +0,59%.

Il 2024 si è caratterizzato per il ritorno delle politiche monetarie restrittive di Fed e Bce orientate a lineari tagli di interesse ed, in molti, confidavano in una ripresa dell’intero comparto bond ancor più in ambito governativo. Come si è visto, così non è stato. Un altro anno è trascorso ed un’altra flessione in portafoglio si aggiunge alla complessiva debacle iniziata a fine 2020. Questi sono i numeri.

Un investimento sicuro e redditizio: la conoscenza

Ed ora, cosa fare? E, soprattutto, come agire?

Fedeli al citato “tridente” è necessario passare al secondo step identitario di materia assai rara poiché difficile e difficoltosa: la conoscenza. Tralasciando teorie su impraticabili massimi sistemi del mondo, noi, invece, vogliamo arrivare ad una prima, imprescindibile e fondamentale certezza. Quantificare oggettivamente il quantum concernente la variabile del “prezzo” in capo al singolo titolo o comunque sottostante obbligazionario.

Per fare questo è essenziale conoscere il concetto sia di duration che di duration modificata. Non volendo lasciare nulla al caso, attingendo a fonti ufficiali e pertanto inopinabili, abbiamo voluto riprendere tali concetti attraverso la consultazione di importanti documenti a firma di Banca d’Italia.

Con riferimento alla consultazione aperta nel maggio scorso in materia di Circolare n. 285 del 17 dicembre 2013 (Disposizioni di vigilanza per le banche) e specificatamente alle modifiche riguardanti il trattamento del rischio di tasso di interesse del portafoglio bancario (IRRBB), si può riscontrare attraverso la lettura delle cosiddette “Disposizioni” (Processo di controllo prudenziale), una prima definizione di duration modificata ovvero:

«La duration modificata approssima la sensibilità del valore economico di una posizione ricadente in una fascia rispetto alle variazioni del tasso di interesse di fascia».

Consapevoli dell’estrema tecnicalità e conseguente difficoltà per i non addetti ai lavori abbiamo proseguito nella ricerca. Nel paper “Metodi e fonti: note metodologiche” del 16 giugno 2024, alla Sezione Glossario, si può leggere:

«La durata finanziaria, conosciuta anche con il termine inglese duration, costituisce un indicatore del rischio di tasso di interesse a cui è sottoposto un titolo o un portafoglio obbligazionario».

Proseguendo:

«La durata finanziaria è espressa in giorni e anni e fornisce, a un dato momento della vita di un titolo, il tempo necessario perché esso ripaghi, con le cedole, il capitale investito inizialmente. Questo comporta che durate finanziarie più lunghe implicano una maggiore sensibilità dell’investimento al rischio collegato alle eventuali variazioni dei tassi d’interesse, mentre quelle più brevi tendono a immunizzare da questo pericolo».

Infine, passando al più impattante concetto della cosiddetta duration modificata, si può apprendere:

«La durata finanziaria modificata misura la semi-elasticità del prezzo di un titolo rispetto al rendimento (rapporto tra variazione percentuale del prezzo e variazione assoluta del rendimento)».

Lo sappiamo. Ci si chiederà tutto questo a cosa possa corrisponde. Semplifichiamo: in termini concreti equivale a rappresentare numericamente la variazione percentuale del prezzo di mercato di un sottostante al variare del tasso di interesse che, nella prassi, generalmente viene individuato a 100 punti base (1 punto percentuale). Chiarito e smarcato un possibile fraintendimento, ora, è necessario quantificare.

Sempre attraverso Banca d’Italia e le pagine a seguire, l’annoso quantum, è presto svelato.

Nella tavola numero tre (Fattori di ponderazione per le posizioni in euro nello scenario parallelo di +200 punti base nell’ipotesi di un tasso di rendimento dell’1%) viene, infatti, illustrata la potenziale evoluzione dei prezzi in base alla combinazione tra fascia temporale, scadenza mediana per fascia e fattore di ponderazione.

Esemplificando: un titolo con scadenza compresa tra i 9 e i 10 anni, al variare dell’1% quale tasso di rendimento, vivrà una oscillazione pari 8,98 punti percentuali, mentre, in caso di tasso di interesse al 2%, il prezzo subirà una variazione del 17,95%. Come ovvio, le riportate fluttuazioni di prezzo, saranno contestualizzate in base ad una fase di rialzo o ribasso degli stessi livelli dei tassi d’interessi con, pertanto, la stretta conseguenza di discesa delle quotazioni (rialzo dei tassi) o incremento dei prezzi (ribasso dei tassi).

Abbiamo, quindi, riepilogato i due principali aspetti impattanti sugli investimenti obbligazionari. I numeri. La conoscenza. Ora ci aspetterebbe l’analisi (forse la più ampia e complessa) in dote alla consapevolezza ma, non ce ne vogliate, essendo una materia soggettiva al pari di una natura archetipa, questo importante appuntamento lo rimandiamo nei prossimi (pochi) giorni. Per il momento, a voi, i numeri e la conoscenza. Rifletteteci.