Nel dibattito americano sulla guerra contro l’Iran sta accadendo qualcosa di piuttosto singolare. Alcune delle tesi che fino a poco tempo fa venivano liquidate come propaganda o come fantasie di commentatori anti-interventisti stanno riemergendo — non da blog marginali o da ambienti complottisti — ma dalle dichiarazioni degli stessi protagonisti dell’establishment politico di Washington.
Il punto non è tanto stabilire chi abbia ragione nel merito della guerra, ma osservare come alcune delle interpretazioni più controverse del conflitto stiano venendo via via confermate da figure di primo piano della politica americana.
Il ruolo di Israele e il dubbio strategico
Negli ultimi giorni ha fatto discutere la ricostruzione fornita dal segretario di Stato Marco Rubio, secondo cui l’azione militare americana è stata accelerata anche dalla consapevolezza che Israele stava per colpire l’Iran e che Teheran avrebbe potuto reagire contro obiettivi statunitensi nella regione.
La dichiarazione ha riacceso un tema già emerso nel dibattito politico: fino a che punto la tempistica dell’intervento americano sia stata influenzata dalle decisioni e dalle forti pressioni del governo israeliano guidato da Benjamin Netanyahu. Come sottolineato da Tucker Carlson nel suo ultimo podcast, la fusione tra comando statunitense e israeliano è tale che ufficiali israeliani sono permanentemente stationed (di stanza) al Pentagono e alla CIA, sollevando interrogativi su chi stia effettivamente guidando la strategia bellica. Secondo l’analista Brandon Weichert, ospite del programma, «la nostra nazione purtroppo non è gestita interamente dagli Stati Uniti».
Allo stesso tempo, nel Congresso americano non mancano voci scettiche. Il senatore libertario Rand Paul ha avvertito che una nuova guerra in Medio Oriente rischia di ripetere gli errori già visti in Iraq e Afghanistan.
Ma le dichiarazioni più sorprendenti sono arrivate da altri protagonisti della politica americana.
La frase di Graham che sembra uscita da un forum complottista
Uno dei sostenitori più convinti dell’escalation, il senatore repubblicano Lindsey Graham, commentando gli attacchi americani contro l’Iran e l’ipotesi di un eventuale cambio di regime a Teheran, ha definito la fase attuale della crisi come: «the biggest change in the Middle East in a thousand years» (il cambiamento più grande in Medio Oriente in mille anni). Se una frase del genere fosse stata pronunciata da un commentatore su internet, verrebbe senz’altro citata come esempio della solita retorica complottista e apocalittico-millenarista. E invece a pronunciarla è stato uno dei senatori più influenti della politica estera americana. È l’establishment che parla.
Non è neppure la prima volta per Graham: in passato aveva definito il conflitto in Medio Oriente «a religious war», sostenendo che Israele e, secondo lui, l’intero Occidente, si trovano di fronte a un nemico motivato da fanatismo religioso. Parole che contribuiscono a descrivere lo scontro con l’Iran e con i suoi alleati non soltanto come una questione strategica, ma come una battaglia ideologica e di civiltà che investe in pieno anche la dimensione religiosa.
Quando i critici della guerra trovano conferme inattese
È proprio questo tipo di linguaggio che, paradossalmente, finisce per rafforzare alcune delle interpretazioni più controverse della guerra. Negli ultimi mesi commentatori come Tucker Carlson hanno sostenuto che il conflitto con l’Iran venga sempre più presentato in termini ideologici o addirittura religiosi, una chiave di lettura che molti osservatori avevano inizialmente liquidato come esagerata.
Eppure, quando definizioni simili arrivano direttamente da un senatore influente come Graham, diventa più difficile ignorarle.
La dimensione religiosa del conflitto, approfondita nel podcast di Carlson, va ben oltre le dichiarazioni di Graham. L’analisi presentata mostra come per alcuni attori chiave — inclusi soldati delle FDI che indossano toppe raffiguranti il Terzo Tempio e leader evangelici come il pastore Greg Locke che invocano apertamente la distruzione della Cupola della Roccia (la moschea con la cupola d’oro a Gerusalemme, uno dei luoghi più sacri dell’Islam) — l’obiettivo ultimo della guerra non sia semplicemente strategico, ma profetico: la ricostruzione del Terzo Tempio Ebraico sul Monte del Tempio a Gerusalemme.
Lo stesso Segretario alla Guerra Pete Hegseth, in un intervento del 2018 recentemente riemerso, esprimeva la speranza che «il miracolo del ristabilimento del tempio sul Monte del Tempio» possa avverarsi, sollevando interrogativi inquietanti su quanto queste convinzioni personali possano influenzare le decisioni politiche e militari odierne.
Il quadro militare: esaurimento e rischio escalation
Parallelamente alle dichiarazioni pubbliche, emergono dati preoccupanti sulla condotta militare del conflitto. Secondo l’analisi di Brandon Weichert, gli Stati Uniti si troverebbero in una situazione critica per quanto riguarda le scorte di munizioni. La decisione di passare dall’uso di missili a lungo raggio (standoff) a bombardamenti con aerei e bombe «tradizionali» (gravity bombs), che espongono i piloti a maggiori rischi, non sarebbe dettata dal successo militare, ma dall’esaurimento degli arsenali.
Weichert sostiene che gli Stati Uniti abbiano già esaurito gran parte delle scorte di missili Tomahawk, utilizzati anche nel conflitto in Ucraina, e che ci si trovi in una vera e propria «corsa all’esaurimento» con l’Iran. In questo scenario, la Cina giocherebbe un ruolo chiave fornendo a Teheran intelligence in tempo reale e supporto tecnico, usando di fatto il conflitto come banco di prova per i propri sistemi d’arma ipersonici contro le forze statunitensi.
Se a questo si aggiungono i danni significativi riportati dalle basi americane nella regione, lo scenario che emerge è quello di una guerra che non sta andando secondo i piani, con il rischio concreto che, per evitare una sconfitta strategica, si possa ricorrere a opzioni estreme.
Gli esperti: il rischio di un errore strategico
Anche tra gli studiosi di relazioni internazionali non mancano valutazioni molto critiche.
Il politologo John Mearsheimer, uno dei principali teorici del realismo strategico, sostiene da anni che i tentativi di rovesciare regimi ostili in Medio Oriente raramente producono stabilità e spesso finiscono per destabilizzare ulteriormente la regione.
Un’analisi simile arriva dall’economista e analista geopolitico Jeffrey Sachs, secondo cui molti dei conflitti che hanno segnato il Medio Oriente negli ultimi decenni sono stati aggravati da interventi militari occidentali privi di una strategia politica sostenibile nel lungo periodo.
L’analisi di Weichert si allinea a queste valutazioni, definendo la guerra come «una delle mosse più strategicamente irresponsabili» mai viste, che sta danneggiando la credibilità americana e rischia di portare a un conflitto globale da cui gli Stati Uniti emergerebbero notevolmente ridimensionati.
Un dibattito che si sta ribaltando
Il risultato è un dibattito sempre più insolito. Alcune delle interpretazioni inizialmente liquidate come marginali — il ruolo delle decisioni israeliane, la dimensione ideologica e religiosa del conflitto, l’esaurimento delle scorte militari, l’assenza di una strategia politica chiara per il dopo — stanno riemergendo direttamente dalle parole dell’establishment politico americano e dalle analisi di esperti.
Questo non significa che le tesi dei critici della guerra siano necessariamente corrette in ogni dettaglio. Ma il fatto che elementi chiave vengano oggi confermati da figure centrali della politica di Washington rende molto più difficile liquidarle come semplici teorie marginali.
E soprattutto riporta al centro una domanda che negli Stati Uniti sembrava chiusa da anni: fino a che punto gli interessi strategici di Washington coincidono davvero con quelli dei suoi alleati in Medio Oriente, e se gli Stati Uniti stiano combattendo una guerra per la propria sicurezza o per gli obiettivi profetici e geopolitici di altri.
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