Gli Stati Uniti e Israele rischiano davvero di restare senza missili nella guerra con l’Iran? L’analisi del generale Carlo Landi tra scorte, difesa e strategia militare.
Senza scorte?
I media americani hanno diffuso la notizia che il presidente Trump avrebbe incontrato produttori di sistemi d’arma statunitensi per affrontare il tema della carenza di scorte necessarie per continuare le operazioni in corso.
Qualche commentatore ha addirittura posto limiti temporali, una o due settimane, oltre le quali Stati Uniti e Israele non avrebbero più armamento per condurre le attività contro l’Iran.
Su questo tema trasversale che lega politica, strategia, conduzione del conflitto e ipotesi di possibili accordi di pace, Money ha voluto sentire il generale Carlo Landi, già responsabile per l’Aeronautica Militare dello sviluppo di molti sistemi d’arma complessi e comandante del Poligono Sperimentale del Salto di Quirra, dove molti di questi sistemi usati dalle nostre forze armate sono stati sperimentati.
Generale Landi, è possibile che paesi come gli Stati Uniti o Israele si ritrovino senza munizionamento per le loro operazioni militari?
È necessario distinguere tra sistemi d’arma difensivi e offensivi. Governanti e pianificatori militari prima di tutto pongono l’accento su armamenti che servono a difendere i propri assetti e la propria popolazione, quindi sistemi difensivi, ed è proprio in questo ambito che potrebbero emergere carenze.
Lo scontro in corso tra Stati Uniti, Israele e Iran vede USA e Israele impiegare mezzi aerei pilotati, mentre l’Iran, non disponendo di una forza aerea paragonabile, conduce i propri attacchi essenzialmente con missili balistici e droni.
Sono condizioni che non si stabiliscono o modificano in pochi giorni o mesi, ma richiedono pianificazioni pluriennali. Per questi motivi Israele si è dotato del sistema Iron Dome: un insieme di missili superficie-aria in grado di intercettare e distruggere qualsiasi minaccia missilistica o aerea che cerchi di penetrare il suo spazio aereo.
Ottenere capacità di successo superiori al 95% richiede sistemi di primo ordine, addestramento continuo del personale e soprattutto la disponibilità di munizionamento da poter impiegare in tutte le varie componenti del sistema diffuse sul territorio.
Se l’avversario è in grado di lanciare attacchi massicci con centinaia di missili e droni e allo stesso tempo mantenere questo ritmo per un periodo sufficientemente lungo, questo può mettere in crisi la catena di approvvigionamento, soprattutto - ma non solo - dei sistemi più avanzati come i missili Patriot che, tra l’altro, arrivano dagli Stati Uniti.
Nonostante lo strapotere industriale americano, gli impegni militari degli ultimi anni – a partire dall’Ucraina – hanno corroso almeno parte delle riserve di questi missili e, soprattutto, rendono perplessi i decisori statunitensi su quello che potrà essere il futuro al quale devono comunque pensare.
La difesa delle proprie basi in tutto il mondo, un possibile conflitto per Taiwan che vedrebbe coinvolta la Cina, l’accendersi di altri focolai di guerra in altre regioni e la continuazione delle operazioni in Ucraina.
In questo scenario mondiale è plausibile che anche una superpotenza come gli Stati Uniti possa sentire l’esigenza di riconsiderare le proprie scorte per valutare quanto il conflitto con l’Iran possa essere esteso nel tempo senza lasciare Israele e le basi USA nella regione esposte agli attacchi missilistici dell’Iran e delle altre forze che lo sostengono.
D’altro canto anche l’Iran non ha scorte infinite di missili balistici e droni.
Gen. Landi, lo stesso discorso vale per le armi offensive che Stati Uniti e Israele stanno impiegando?
Non del tutto.
Ricordiamo che la dottrina di impiego del mezzo aereo nei conflitti moderni prevede come primo passo la conquista della superiorità aerea o, in casi come questo, della supremazia totale nei cieli.
Per questo gran parte degli attacchi statunitensi e israeliani nei primi giorni di combattimento hanno avuto come obiettivo i sistemi della difesa aerea iraniana sopravvissuti al precedente attacco iniziato il 13 giugno 2025.
Un sistema di difesa aerea è basato su tre componenti: la rete di avvistamento radar, i centri di comando e controllo e le batterie missilistiche che materialmente effettuano l’intercettazione.
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