Il governo iraniano impiega il riconoscimento facciale per identificare le donne che non indossano l’hijab

Marta De Vivo

12 Gennaio 2023 - 15:00

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L’Iran è il primo Paese a utilizzare il riconoscimento facciale per imporre l’uso dell’hijab. Aumentano gli arresti in seguito alle proteste delle donne dopo la morte di Mahsa Amini.

Il governo iraniano impiega il riconoscimento facciale per identificare le donne che non indossano l'hijab

Dopo diversi mesi di rivolte senza precedenti, in seguito alla morte di Mahsa Amini sotto la custodia della polizia, il governo iraniano sta inasprendo la repressione dei manifestanti. Secondo Wired, il governo potrebbe ora impiegare anche il riconoscimento facciale negli spazi pubblici per identificare le donne che non indossano l’hijab, obbligatorio dal 1979.

Lo scorso agosto, il presidente iraniano Ebrahim Raisi ha imposto nuove restrizioni sul modo di vestire delle donne. Dopo che i legislatori iraniani hanno suggerito l’introduzione del riconoscimento facciale per imporre l’uso dell’hijab, il capo di un’agenzia governativa iraniana, che vigila sul rispetto delle «leggi morali», ha dichiarato che la tecnologia sarebbe stata utilizzata «per identificare movimenti inappropriati e insoliti», tra cui la «non conformità alle leggi sull’hijab».

Due settimane dopo, Mahsa Amini è morta sotto la custodia della polizia, provocando oltre 19.000 arresti e 500 morti. Sempre secondo Wired, gli informatori locali hanno osservato che molti arresti non sono stati effettuati per strada, ma nelle case delle persone stesse, a volte giorni dopo le proteste, quando le donne iraniane che non indossavano l’hijab, potevano essere individuate e arrestate direttamente.

Per alcuni informatori, il processo è una prova dell’impiego del riconoscimento facciale. Se così fosse, l’Iran sarebbe il primo Paese al mondo a utilizzare questa tecnologia per imporre alle donne un codice di abbigliamento basato su credenze religiose. Questa possibilità è sostenuta da Mahsa Alimardani, che studia la libertà di espressione in Iran all’Università di Oxford. Secondo la professoressa, diverse donne iraniane hanno ricevuto convocazioni per posta per aver violato la legge sull’hijab, anche se non hanno avuto alcuna interazione con le forze dell’ordine. Masha Alimardani afferma che il governo iraniano ha impiegato anni per costruire un vero e proprio «apparato di sorveglianza digitale».

Creato nel 2015, il database dell’identità nazionale del Paese include dati biometrici e viene utilizzato per le carte d’identità nazionali e per identificare le persone considerate dissidenti dalle autorità.

Lo sostiene anche Cathryn Grothe, ricercatrice di Freedom House, un’organizzazione no-profit sostenuta dal governo statunitense che si occupa di diritti umani. Secondo l’autrice, negli ultimi anni in Iran si è passati da un sistema di sorveglianza basato su informatori e pattuglie fisiche a una forma di «controllo digitale automatizzato». Gli agenti del traffico iraniani hanno iniziato a usarlo nel 2020 per distribuire multe e inviare avvisi via Sms alle donne che non avevano l’hijab all’interno di un veicolo. Secondo i media statunitensi, parte della tecnologia attualmente in uso in Iran proviene dall’azienda cinese “Tiandy”, uno dei maggiori produttori mondiali di telecamere di sicurezza. La situazione è sempre più preoccupante, si spera e confida in un intervento da parte della comunità internazionale.

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