Governance aziendale sotto pressione: l’amministrazione Trump sfida il potere dei fondi di investimento

Redazione Money Premium

26 Dicembre 2025 - 08:17

Il capitalismo degli Stati Uniti sta affrontando una fase di svolta profonda, destinata a incidere sulle dinamiche di potere all’interno delle imprese quotate.

Governance aziendale sotto pressione: l’amministrazione Trump sfida il potere dei fondi di investimento

Il capitalismo degli Stati Uniti sta affrontando una fase di svolta profonda, destinata a incidere sulle dinamiche di potere all’interno delle imprese quotate. Dopo anni in cui gli investitori hanno conquistato un ruolo sempre più incisivo, la nuova stagione politica guidata da Donald Trump sta riposizionando l’ago della bilancia a favore dei consigli di amministrazione e del management. Il sistema che per decenni ha promosso la democrazia azionaria negli USA si avvia verso una ridefinizione che molti osservatori non esitano a definire epocale.

La casa Bianca sta valutando interventi che limitano il potere di voto dei grandi gestori della finanza passiva come BlackRock, Vanguard e State Street, protagonisti assoluti dei mercati azionari con partecipazioni che raggiungono tra il 20 e il 30 per cento del capitale delle principali corporate. Parallelamente, vengono prese di mira le società di consulenza per il voto, i cosiddetti proxy advisers, che negli ultimi anni hanno amplificato la capacità degli investitori di orientare le scelte strategiche dei consigli di amministrazione. L’obiettivo è ridurre la loro influenza nelle decisioni assembleari, in particolare su questioni ambientali, sociali e di governance che hanno assunto crescente rilevanza negli ultimi dieci anni.

Il contesto politico ed economico che alimenta questa inversione di tendenza è legato a un episodio simbolico del 2021. La sconfitta di Exxon Mobil in una battaglia per il rinnovo del consiglio, con l’ingresso di tre rappresentanti del fondo ambientalista Engine No.1, ha generato un senso di allarme nelle grandi corporation statunitensi. Quel risultato è considerato da molti il momento in cui il Corporate America ha percepito come eccessivo il potere accumulato dagli attivisti azionari, soprattutto nell’arena delle politiche climatiche.

La Securities and Exchange Commission sembra oggi agire in sintonia con questa nuova visione. Le recenti modifiche regolamentari hanno reso più oneroso e complesso per gli investitori presentare proposte assembleari su temi sensibili o citare in giudizio i dirigenti per presunte violazioni dei propri doveri fiduciari. Inoltre, la riduzione del controllo preventivo sulle mozioni degli azionisti offre ai consigli di amministrazione una possibilità inedita: respingere le iniziative sgradite con margini di discrezionalità molto più ampi rispetto al passato.

Il cambiamento non riguarda però solo le autorità federali. Negli stati a maggioranza repubblicana si registra un fervore riformatore che punta a ridimensionare la pressione esercitata dagli investitori su governance e strategie industriali. Il Texas, ad esempio, si è posto in aperta contrapposizione con le istituzioni finanziarie considerate troppo sensibili ai temi ESG, arrivando a inserire BlackRock in una lista di operatori ritenuti ostili agli interessi dell’industria fossile. Non sorprende che alcune società in contrasto con il clima regolatorio del Delaware, storicamente il cuore della legislazione societaria americana, abbiano scelto di trasferire la propria sede legale in stati come il Texas o il Nevada, percepiti come più attenti alla libertà decisionale del management.

Se negli Stati conservatori si cerca di ridurre la pressione dell’attivismo azionario, negli Stati guidati da amministrazioni progressiste la reazione è opposta. A New York, ad esempio, le autorità pubbliche stanno valutando l’idea di revocare mandati di gestione a gruppi considerati troppo accomodanti nei confronti delle imprese in tema di sostenibilità. Il risultato è una polarizzazione normativa che rischia di frammentare ulteriormente il mercato dei capitali americano, da sempre fondato su regole uniformi e prevedibili.

Gli esperti avvertono che un indebolimento degli azionisti può ridurre la trasparenza e ostacolare i meccanismi di controllo che hanno contribuito a migliorare la performance delle aziende statunitensi negli ultimi quarant’anni. La ritirata dei proxy advisers dal dibattito societario potrebbe portare a decisioni meno informate e a una maggiore opacità nella gestione dei conflitti di interesse. Alcuni studiosi ricordano inoltre come un eccesso di indipendenza del management sia storicamente associato a scandali finanziari e inefficienze strutturali.

La domanda centrale resta quindi aperta: chi deve realmente comandare all’interno delle corporation? Gli investitori, in quanto proprietari del capitale, o i dirigenti, che rivendicano la necessità di proteggere la visione strategica dalle pressioni del momento? I sostenitori della linea della Casa Bianca vedono nel nuovo equilibrio un modo per preservare la competitività delle imprese evitando interferenze ideologiche. I critici temono invece che si vada verso un modello accentratore, in cui la concentrazione del potere decisionale rischia di favorire abusi e ridurre la responsabilità verso la società e gli azionisti stessi.

Anche se gli investitori conservano due leve fondamentali, la possibilità di votare contro i membri del consiglio o di vendere le proprie azioni, l’impressione generale è che il pendolo stia tornando verso una governance più autoritaria e meno partecipativa. Ciò che prende forma potrebbe essere una nuova fase storica per il capitalismo americano, in cui la voce degli azionisti, dopo decenni di crescita, rischia di essere drasticamente ridimensionata.