Google non è più il luogo di lavoro ideale

Google è stato considerato a lungo l’ambiente di lavoro ideale, ma le tensioni tra il colosso di Mountain View e i suoi dipendenti stanno ora raggiungendo un punto di rottura, tra proteste e licenziamenti. Ecco perché

Google non è più il luogo di lavoro ideale

Per anni, si è parlato di Google come del non plus ultra della vita d’ufficio, non soltanto per quel che riguarda il settore tech. Il colosso di Mountain View si è mostrato in grado di elevare in maniera considerevole la cultura del lavoro, con vantaggi invidiabili per i dipendenti.

Ma ora, giunti a un punto in cui le tensioni tra la compagnia e i suoi stessi dipendenti si fanno più che ingombranti, quell’aura di luogo di lavoro ideale sembra del tutto oscurata.

A fronte dei pasti gratuiti, l’assistenza all’infanzia sul posto di lavoro e i luoghi di sport e svago messi a disposizione dalla azienda, sembra infatti emergere una reputazione molto diversa stando alle crescenti reazioni dei dipendenti.

Tra questi ultimi, molti mettono in evidenza preoccupazioni legate alla gestione delle accuse di cattiva condotta sessuale e ai suoi rapporti commerciali con l’esercito. Di recente è stato anche segnalato un progetto segreto, ora fermo, mirato a sviluppare un motore di ricerca ad uso del regime di censura cinese.

Google non è più il luogo ideale per un lavoratore

Nelle ultime ore la tensione tra vertici aziendali e dipendenti sembra aver raggiunto il suo punto più alto.

Pochi giorni fa Google ha licenziato diverse persone per presunta violazione delle politiche sulla sicurezza dei dati; secondo alcuni dipendenti, la compagnia l’ha fatto al solo scopo di spegnere sul nascere le critiche interne.

La mossa dell’azienda è stata descritta come un “tentativo di intimidire i lavoratori”. Qualche ora dopo, dai vertici di Mountain View hanno motivato la cosa parlando di “accesso a informazioni riservate, in base a una policy aziendale ben nota ai dipendenti”.

Eppure - hanno contro-replicato i lavoratori - quella normativa interna è stata cambiata di recente, con indicazioni molto vaghe su quali fossero i documenti oggetto della stessa:

“Lo sapevamo allora ed è chiaro ora: questa variazione della policy rappresenta una sorta di scusa per potersi rivalere sui dipendenti”.

Ma Google non è l’unica compagnia che deve confrontarsi con un ambiente interno sempre più attivo e pronta a rivendicare diritti.

Centinaia di lavoratori di Facebook hanno di recente espresso la propria opinione, opposta a quella della società, per quel che riguarda la pubblicità politica, mentre da Amazon hanno organizzato uno sciopero a settembre per spingere il CEO, Jeff Bezos, a fare di più sul fronte cambiamenti climatici.

Microsoft e Salesforce hanno ricevuto e reso pubbliche lettere ricevute da dipendenti che chiedevano di mettere fine agli accordi con il governo in ottica immigrazione e dogane USA.

Nell’immaginario comune Google ha storicamente celebrato l’indipendenza dei propri dipendenti, offrendo il cosiddetto “20% di tempo in più”, ovvero la possibilità per i lavoratori di dedicare fino a un quinto della loro settimana lavorativa a progetti collaterali, che a volte si trasformavano in veri prodotti del marchio.

Ma ora sembra stia rapidamente venendo fuori il rovescio della medaglia.

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