Gli USA rischiano davvero una stagflazione?

Tommaso Scarpellini

4 Aprile 2025 - 10:31

Disoccupazione in aumento, inflazione sopra le attese e PIL in calo? Gli USA rischiano una stagflazione e gli investitori un mercato orso, potenzialmente pluriennale. Ma cosa c’è di vero?

Gli USA rischiano davvero una stagflazione?

Il rischio stagflazione torna prepotentemente a far parlare di sé. A riportarlo al centro del dibattito non è solo un’inflazione che torna a fare paura, ma anche un aumento della disoccupazione in un contesto economico già fragile.

Se il dato GDPNow della Fed di Atlanta, che stima un crollo del PIL USA superiore al 2% nel primo trimestre, dovesse concretizzarsi, potremmo trovarci davanti a un vero e proprio “punto di non ritorno”. Un mix letale di crescita negativa, inflazione persistente e aumento della disoccupazione: lo scenario perfetto per una stagflazione, tra i più temuti dagli economisti.

Ma quanto è realistico aspettarsi davvero questo tipo di scenario? Visto il pessimismo di questi giorni, le aspettative di una stagflazione dirompente sono alte. Eppure, se andiamo a leggere nel dettaglio i dati emersi recentemente, si nota un cenno di positività, che potrebbe ancora ribaltare le aspettative del mercato.

1. Disoccupazione: un segnale d’allarme (quasi) artificiale

Secondo il rapporto mensile di Challenger, Gray & Christmas, nel mese di marzo 2025 sono stati annunciati 275.240 tagli di posti di lavoro negli Stati Uniti. Si tratta di un numero superiore del 60% rispetto alle attese (172.000) e del dato più alto degli ultimi 5 anni. Ma attenzione: questi tagli non sono il risultato di un deterioramento spontaneo dell’economia di mercato.

Ben 216.670 di questi posti, pari al 78% del totale, sono stati tagliati a causa delle azioni del Department of Government Efficiency (DOGE), l’ente creato dall’amministrazione Trump per ridurre la spesa pubblica e rendere più efficiente la macchina federale. Tagli a uffici duplicati, automazione, blocco delle assunzioni e riduzione del personale non essenziale sono tra le cause principali.

Insomma, una disoccupazione «artificiale»: causata da una strategia governativa, non da dinamiche di mercato. Tuttavia, il solo annuncio di tagli di questa portata ha un impatto reale su fiducia, consumi e mercati.

2. Inflazione: l’altra metà della stagflazione

Il secondo ingrediente della stagflazione è ovviamente l’inflazione. E qui le cose iniziano a farsi preoccupanti. I cosiddetti inflation swap a 1 anno, strumenti che riflettono le aspettative di inflazione a breve termine, sono saliti ai livelli più alti da agosto 2022. Questo significa che i trader stanno iniziando a prezzare una nuova ondata inflattiva.

Ma c’è un dettaglio interessante: le aspettative di inflazione forward, quelle a medio-lungo termine, stanno calando. Ad esempio, i tassi forward da aprile 2026 ad aprile 2027 indicano aspettative d’inflazione decisamente più contenute.

Tradotto: nel breve periodo i mercati temono un ritorno dell’inflazione, ma non si aspettano che rimanga alta a lungo. È quindi una fiammata temporanea? Forse. Ma nel contesto attuale, anche un picco breve può bastare a far deragliare la traiettoria economica.

3. Crescita economica: il GDPNow lancia segnali contrastanti

L’Atlanta Fed GDPNow, modello di nowcasting molto seguito dagli analisti, ha recentemente previsto una contrazione del PIL reale annualizzata del -2,8% per il Q1 2025 (dato aggiornato al 3 aprile). È un leggero miglioramento rispetto al -3,7% stimato in precedenza, ma resta un segnale forte di rallentamento, se non addirittura di recessione tecnica.

Tuttavia, nel mezzo di questo scenario apparentemente cupo, emerge un dato incoraggiante: le vendite finali ai compratori privati interni, ovvero la domanda interna privata al netto di scorte, spesa pubblica e commercio estero, sono in crescita, passando da +0,4% a +1,4%.

In sintesi: il PIL complessivo cala, ma i consumi e investimenti privati tengono. È un segnale che l’economia core americana non è così debole come sembra.

4. Mercati finanziari: la vera paura è politica

La giornata del 3 aprile ha visto un crollo significativo del mercato azionario americano. L’S&P 500 è sceso del 4,8%, segnando il peggior calo giornaliero dal giugno 2020. Ma il sell-off non è stato causato direttamente dai dati su disoccupazione, inflazione o PIL.

A innescare la reazione è stata la notizia dell’introduzione di nuovi dazi commerciali da parte dell’amministrazione Trump. Questi “costi impliciti”, se estesi, rischiano di comprimere l’export e aumentare i costi di approvvigionamento, andando così a rafforzare la pressione inflattiva in un momento già fragile.

I mercati hanno reagito non tanto alla situazione macroeconomica in sé, quanto al modo in cui la politica economica sta intervenendo su di essa. E questo è un punto centrale.

Stagflazione in vista o solo una tempesta passeggera?

Il contesto attuale presenta tutti gli ingredienti tipici della stagflazione: inflazione in risalita, disoccupazione in crescita (seppur artificiale), PIL in contrazione e mercati spaventati.

Tuttavia, alcuni elementi suggeriscono che il rischio stagflazione non sia ancora inevitabile:

  • La disoccupazione è guidata da un piano governativo.
  • L’inflazione è attesa solo nel breve periodo.
  • La domanda interna privata è più solida del previsto.

Ma resta il fatto che la fiducia dei mercati si sta erodendo. E in finanza, si sa, le aspettative contano quanto (se non più di) i dati reali. Se le prossime settimane non porteranno segnali chiari di stabilizzazione, sia sul fronte politico che macro, il rischio di un bear market si farà più concreto.

Dunque, siamo davvero arrivati al punto di non ritorno?

Forse no. Ma la strada è molto più dissestata di quanto sembri.