Gli effetti della guerra USA-Iran sulle imprese italiane

Giorgia Paccione

2 Marzo 2026 - 17:10

Dal blocco dello Stretto di Hormuz ai bilanci aziendali: la crisi nel Golfo riaccende l’emergenza energia e mette a rischio oltre 10 miliardi l’anno per il sistema produttivo italiano.

Gli effetti della guerra USA-Iran sulle imprese italiane

Le tensioni tra Stati Uniti e Iran, culminate con l’ordine di Teheran di chiudere lo Stretto di Hormuz in risposta ai bombardamenti congiunti di Washington e Israele, hanno riacceso la miccia sui mercati energetici. Il Brent è balzato oltre gli 80 dollari al barile, mentre il TTF, che rappresenta il principale indice europeo del gas, ha registrato un’impennata a doppia cifra in poche ore.

Per l’Italia, che genera quasi il 44% della propria elettricità bruciando gas naturale (una quota quasi tre volte superiore alla media continentale) l’impennata del prezzo del gas si traduce inevitabilmente in un impatto industriale, oltre che finanziario.

La dipendenza energetica come vulnerabilità strutturale

Dopo la crisi seguita all’invasione russa dell’Ucraina, l’Italia ha diversificato le forniture, riducendo la dipendenza da Mosca e rafforzando i rapporti con Algeria, Stati Uniti e Qatar. Tuttavia, la nuova architettura energetica ha semplicemente spostato il baricentro del rischio. Nel 2025 quasi un terzo del gas consumato in Italia è arrivato via GNL e il Qatar, con oltre 5 miliardi di metri cubi forniti, è diventato uno dei principali fornitori. Tutte queste forniture transitano in un corridoio geopolitico fragile che comprende, oltre a Hormuz, Bab el-Mandeb e il Canale di Suez. Questo significa che quando il flusso si riduce o anche solo viene percepito come incerto, il mercato reagisce immediatamente.

Ne consegue che il TTF, estremamente sensibile alle variazioni dell’offerta, amplifica ogni tensione e trasferisce l’effetto sui prezzi all’ingrosso italiani. Il Pun Index ha già superato quota 150 euro per megawattora nelle fasi più acute, con ripercussioni dirette sulle bollette industriali.

L’effetto sul tessuto produttivo italiano: i settori più esposti

Le filiere energivore sono le prime a sentire l’impatto. Siderurgia, chimica e ceramica, pilastri dell’export nazionale, vedono l’energia incidere fino al 30% dei costi di produzione. Nel comparto siderurgico, un aumento del metano di pochi euro per megawattora può far salire rapidamente l’incidenza energetica di diversi punti percentuali, comprimendo i margini e riaprendo il rischio di delocalizzazioni verso Paesi come Turchia o India, dove i costi sono inferiori.

La chimica, terzo produttore europeo per dimensioni, ha già sperimentato cali produttivi significativi durante precedenti shock energetici. Se la crisi dovesse protrarsi, il settore potrebbe registrare nuove contrazioni, con effetti a catena su tutta la filiera industriale. Anche la ceramica, concentrata in distretti come Sassuolo e fortemente orientata all’export, risente in modo immediato dei rincari del gas, indispensabile per alimentare forni ad altissima temperatura.

Secondo le stime di Unimpresa, un rincaro del 20% delle materie prime energetiche può tradursi in oltre 10 miliardi di euro di costi aggiuntivi annui per il sistema produttivo italiano, di cui circa 6 miliardi legati al solo gas. Per le PMI manifatturiere significa migliaia di euro in più a trimestre, in un contesto in cui molti bilanci non hanno ancora recuperato i livelli precedenti alla crisi del 2021-2022.

Margini sotto pressione e rischio rallentamento

Il problema non è soltanto l’aumento dei prezzi, ma la capacità di assorbirlo. Trasferire integralmente i rincari sui clienti finali può comportare la perdita di ordini sui mercati internazionali. Di conseguenza, molte imprese scelgono di comprimere i margini o di ridurre temporaneamente la produzione per preservare liquidità. Nei casi più critici, torna lo spettro della cassa integrazione, con possibili tensioni soprattutto nei distretti industriali del Nord.

L’Italia dispone di strumenti di difesa, come scorte di stoccaggio e nuovi rigassificatori, ma interventi emergenziali come tetti ai prezzi o sgravi generalizzati avrebbero un impatto su conti pubblici già sotto pressione.

La crisi nel Golfo ci ricorda così che la vulnerabilità energetica italiana è strutturale e che, finché la stabilità geopolitica resterà incerta, ogni escalation internazionale potrà trasformarsi in un problema industriale interno.

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