Giornalismo di qualità: educare o intrattenere?

Salvatore Casolaro

4 Ottobre 2025 - 06:48

Dalla crisi della carta stampata al dominio dei social, la sfida è trovare un equilibrio tra cultura, mercato e il bisogno disperato di click.

Giornalismo di qualità: educare o intrattenere?

L’occasione è fornita dalla 65ª edizione del Premiolino 2025, il più antico riconoscimento del giornalismo italiano, che ogni anno premia chi difende la qualità, la responsabilità e la verità dei fatti (riconoscimento “piccolo ma prestigioso” è la sua etimologia). Scrivere di giornalismo quando si è appena entrati in questo mondo, dopo aver lavorato per anni in altri ambiti, nasce più dalle considerazioni di un lettore deluso che dalle analisi di un redattore.

E da questo sguardo “ibrido” nasce una riflessione su cosa oggi significhi davvero informare, in un’epoca dominata da algoritmi, tag, cookie e metriche di engagement.

La vicenda quotidiana di un povero lettore

L’abitudine era sfogliare un quotidiano durante la prima colazione, a diffusione nazionale e generalista, meno schierato politicamente. Il lento ma inesorabile cambiamento è stato indotto dalla scomparsa di edicole nei pressi di casa: quella più vicina era a più di un chilometro. Vendeva di tutto, da gadget a biglietti dell’autobus, a giocattoli. Nonostante gli sforzi non ce l’ha fatta e ha chiuso. Il povero lettore si è dovuto convertire alla versione on line. E qui comincia l’odissea mattutina. Il caffè è pronto, i biscotti anche. Dopo alcuni secondi per aprire il sito del quotidiano, inizia il labirinto dei cookies: accetta e continua, rifiuta e abbonati, accetta solo quelli essenziali e altro. Nel tempo impiegato per arrivare alla prima pagina avrebbe già letto un articolo. Ma alla fine arriva ai titoli. Sceglie quello che gli appare più interessante e “clicca”. Si aprono due pubblicità consecutive, una con audio e musica di sottofondo; per chiuderla deve aspettare un count-down di 10 secondi. Sbaglia a cliccare e si apre la pubblicità, cerca disperatamente di chiuderla ma anche quest’ azione è complicata. La tentazione di desistere è forte. Ritorna alla prima schermata. I titoli principali riguardano gli accadimenti sulle guerre in corso ma “scrollando” subito in basso appare l’ennesimo aggiornamento sul delitto Garlasco; di fianco a sinistra un’intervista a tutto tondo ad una show girl famosa, con particolare evidenza sulle ultime sue vicende sentimentali e le abitudini gastronomiche; a destra la sintesi dell’ultima puntata di un reality. Non si lascia “tentare”, ritorna alla più triste e disperata notizia sulla “Flottilia”. Apre l’articolo, legge le prime righe: alcuni periodi sono tronchi, è come se mancassero delle parole. Guarda la tazza con il caffè ed i biscotti. Decide di dedicarsi esclusivamente a loro.

I ricavi dei quotidiani

La Relazione annuale 2025 dell’AGCOM (Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni), offre una fotografia chiara sulle fonti principali di ricavo per le testate sia on line che a stampa. Oggi oltre il 52% dei cittadini dichiara di informarsi principalmente sul web, superando la televisione tradizionale. È il segno di un cambiamento strutturale: la rete, con i suoi motori di ricerca, social e app, è diventata la piazza pubblica dove si forma l’opinione o si asseconda quella del “branco”. L’organizzazione interna delle testate è mutata per seguire questo cambiamento: le redazioni on line sono diventate quelle principali e spesso assorbono quelle che si occupano dei giornali a stampa. Sia per il web che per l’edizione a stampa la fonte di ricavo principale è rappresentata dagli abbonamenti e di conseguenza un fattore strategico importante è la fidelizzazione della clientela. In crescita è la pubblicità soprattutto quella digitale che offre più spazi. Nella versione on line questa fonte, tuttavia, ha un costo maggiore. Le piattaforme digitali (Google, Meta, TikTok) assorbono una buona fetta delle entrate pubblicitarie, sottraendo risorse. C’è un paradosso che attraversa tutto il giornalismo digitale: chi produce i contenuti non è quasi mai chi ne ricava il profitto. La ragione sta nel modo in cui funzionano le grandi piattaforme — Google, Meta, TikTok — che assorbono una fetta enorme delle entrate pubblicitarie online, lasciando ai giornali solo le briciole.
Un esempio concreto: un lettore che digita su una piattaforma: “migliori investimenti 2025”. Prima di trovare il link di un giornale, si imbatte in una sfilza di annunci sponsorizzati e banner pubblicitari: tutti gestiti dalla piattaforma, che incassa l’intero importo di quelle inserzioni. Il giornale, che ha scritto l’articolo, non vede un centesimo. Ma anche quando il lettore clicca sull’articolo, la musica cambia poco. I banner che compaiono nella pagina sono in gran parte venduti e gestiti dalla società pubblicitaria della piattaforma non dal giornale. Se un inserzionista paga 1 euro per comparire, la piattaforma trattiene fino a 70 centesimi, mentre al quotidiano ne vanno appena 30. In pratica, chi crea informazione riceve le briciole di un banchetto digitale. E se il lettore non resta sulla pagina o non clicca sulla pubblicità? Il giornale non guadagna nulla, ma la piattaforma comunque sì: perché acquisisce dati preziosi su preferenze, età, posizione e interessi dell’utente, che potrà poi usare o rivendere per altre campagne.
Molte testate quindi sono costrette ad inseguire sempre di più logiche di «clic», a puntare su titoli sensazionalistici o a ridurre i costi redazionali, con effetti diretti sulla qualità dell’informazione.

La fretta, l’improvvisazione ed i condizionamenti

Oggi la notizia corre. Anzi, scappa. E i giornalisti, nel tentativo di starle dietro, spesso inciampano. La fretta è diventata la malattia professionale del mestiere: bisogna essere i primi, costi quel che costi. Così capita di pubblicare titoli urlati, utilizzare fonti e dati non verificati e mettere poca cura nella scrittura. L’avvento dell’Intelligenza Artificiale non ha contribuito a risolvere questi problemi, anzi li ha amplificati, facendo perdere ancora di più la fiducia di chi legge. E senza fiducia, l’informazione diventa solo rumore.
Altro grande male: l’improvvisazione. Meno redazioni specializzate, meno giornalisti stabili, più precari chiamati a scrivere di tutto: finanza al mattino, sanità a pranzo, meteo e geopolitica a cena. Il risultato? Approfondimento zero e articoli che si somigliano tutti.
E poi c’è la questione più spinosa: quella dei condizionamenti. Quando dietro un giornale ci sono banche, gruppi industriali o partiti, la linea editoriale rischia di piegarsi alle convenienze del momento. Alcuni temi diventano tabù, altri vengono gonfiati. Non per censura diretta — quella ormai non serve più — ma per una forma più sottile di autocensura economica: se un’inchiesta può disturbare forse è meglio non farla.

Educare o dare al lettore ciò che vuole?

È una delle domande più antiche e controverse del giornalismo: il compito di chi informa è educare il lettore o semplicemente offrirgli ciò che desidera leggere? In un’epoca in cui i dati di traffico e le parole chiave (SEO e tag) guidano le scelte editoriali, la linea di confine si è fatta sottile. Ezio Mauro, ha più volte ricordato che “il giornalismo non è un supermercato dell’informazione, ma un luogo dove si sceglie cosa è importante sapere, non solo ciò che piace sentire”. Una posizione condivisa da Enrico Mentana, che in un’intervista ha denunciato la “deriva del clic facile”, dove le redazioni finiscono per inseguire i gusti del pubblico invece di interpretarli. Anche Umberto Eco, già negli anni Duemila, metteva in guardia dal rischio di una “democrazia dell’ignoranza”, dove la voce più forte — non necessariamente la più competente — prevale sul merito.
Dall’altro lato, chi lavora ogni giorno in una redazione sa che la sopravvivenza economica passa spesso dai numeri: più lettori significano più abbonamenti ed introiti pubblicitari, e dunque più risorse per fare inchieste e approfondimenti. Il punto, allora, non è scegliere tra educare o assecondare, ma trovare un equilibrio: proporre contenuti che incontrino l’interesse del pubblico senza rinunciare al ruolo critico e formativo dell’informazione. Perché, come ricordava Indro Montanelli, “il giornalista deve scrivere quello che vede, non quello che il lettore vuole vedere”.
Dall’altro lato, chi lavora ogni giorno in una redazione, digitale o a stampa che sia, sa che la sopravvivenza economica passa spesso dai numeri: più lettori significano più introiti pubblicitari, e dunque più risorse per finanziare inchieste e reportage.
Il punto di equilibrio non è facile trovarlo. Non deve essere, peraltro, ricercato solo a valle ma sin dall’inizio, nella scelta degli argomenti da trattare. Oggi le notizie “leggere” — costume, gossip, spettacolo, casi di cronaca nera — occupano sempre più spazio rispetto ai temi economici, politici o culturali, perché assicurano maggiore visibilità e coinvolgimento immediato. Il rischio è che l’informazione finisca per appiattirsi su contenuti di facile consumo, lasciando ai margini l’approfondimento e l’analisi critica.
“Che fine farà il giornale di carta?” chiesi a Paolo Mieli durante un convegno. “Diventerà una gemma preziosa” mi rispose.