Cosa sono i fondi ESG, come funzionano e quanto rendono nel 2026

Violetta Silvestri

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Fondi ESG nel 2026, come funzionano, cosa cambia con la SFDR 2.0 e quanto hanno reso rispetto ai fondi tradizionali secondo i dati MSCI

Cosa sono i fondi ESG, come funzionano e quanto rendono nel 2026

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Per anni i fondi ESG sono stati presentati come la quadratura del cerchio della finanza, la promessa di far crescere insieme i risparmi e il pianeta, e per gli stessi anni i risparmiatori europei hanno creduto a quella promessa con un entusiasmo che oggi, dopo la fuga di capitali del 2025 e il ritorno ancora timido della raccolta nel 2026, ha lasciato il posto a un atteggiamento più maturo e decisamente più esigente.

I numeri raccontano bene questa parabola. Secondo Morningstar, nel 2025 i fondi sostenibili europei hanno registrato deflussi netti per 62 miliardi di dollari, i primi su base annua dal 2018. Nei primi due trimestri del 2026 la raccolta globale è però tornata positiva, con 3,5 miliardi di dollari tra gennaio e marzo e 3,7 miliardi tra aprile e giugno. Alla fine di giugno il patrimonio mondiale di questi prodotti ha toccato il record stimato di 3.730 miliardi di dollari, per l’84% custodito proprio in Europa.

Moda passeggera o strumento destinato a restare? La risposta, come spesso accade in finanza, sta nei dettagli, perché nel frattempo sono cambiate le regole che stabiliscono quando un fondo può definirsi sostenibile, è arrivata la stretta europea sui nomi dei prodotti e i rendimenti, che fino al 2023 sembravano dare ragione senza riserve agli investimenti responsabili, negli ultimi anni hanno raccontato una storia più sfumata. In questa guida vediamo cosa sono davvero i fondi ESG, come selezionano i titoli, come leggerne la classificazione e quanto hanno reso, numeri alla mano, rispetto agli investimenti tradizionali.

Cosa sono i fondi ESG

L’acronimo ESG riunisce tre famiglie di criteri, Environmental, Social e Governance, che misurano rispettivamente l’impatto di un’impresa sull’ambiente, il modo in cui tratta lavoratori, clienti, fornitori e comunità locali e la qualità della sua gestione, dalla trasparenza dei conti all’indipendenza del consiglio di amministrazione, fino alle politiche sui compensi dei manager.

Un fondo ESG è un fondo comune di investimento, oppure un ETF, che integra questi criteri ESG nella selezione di azioni e obbligazioni accanto alla tradizionale analisi finanziaria. Rendimento atteso, rischio e orizzonte temporale non sono più gli unici parametri a decidere se un titolo entra in portafoglio, perché a pesare sono anche le emissioni di gas serra, la gestione dei rifiuti e dell’acqua, la sicurezza sul lavoro, la parità di genere, la lotta alla corruzione e il rispetto dei diritti degli azionisti di minoranza.

Il pilastro ambientale guarda all’impronta ecologica dell’azienda, dal consumo di energia alla tutela della biodiversità. Su un piano diverso si colloca il pilastro sociale, che riguarda le relazioni con le persone dentro e fuori l’impresa. A chiudere il cerchio c’è la governance, che valuta se chi guida la società lo fa in modo trasparente, corretto e nell’interesse di tutti gli azionisti.

C’è però un equivoco da sgombrare subito. Un fondo ESG non investe necessariamente solo in aziende «verdi», né garantisce di per sé un impatto positivo sul mondo. In molti casi i criteri ESG servono soprattutto a misurare quanto un’impresa sia esposta a rischi ambientali, sociali e di governance capaci di colpirne i conti, ed è per questo che nello stesso universo convivono prodotti molto diversi tra loro, dal fondo che esclude soltanto le armi controverse a quello che finanzia esclusivamente progetti con obiettivi climatici misurabili.

Come funzionano i fondi ESG

Dietro l’etichetta si nascondono strategie di selezione differenti, che il risparmiatore farebbe bene a conoscere prima di sottoscrivere.

La più antica e diffusa è l’esclusione, che elimina dall’universo investibile interi settori considerati incompatibili con i valori del fondo, come le armi controverse, il tabacco, il carbone termico o il gioco d’azzardo. Più sofisticato è l’approccio best in class, che non esclude a priori nessun comparto ma sceglie, all’interno di ciascuno, le società con i punteggi ESG migliori: è così che un fondo sostenibile può detenere anche un gruppo petrolifero o una compagnia aerea, purché più virtuosi dei concorrenti.

Ci sono poi i fondi che si limitano a integrare i fattori ESG nell’analisi tradizionale, senza vincoli rigidi, e quelli tematici, che puntano su un singolo filone come le energie rinnovabili, l’efficienza energetica, la gestione dell’acqua o l’economia circolare. All’estremo più ambizioso si collocano i fondi a impatto, che si impegnano a generare benefici ambientali o sociali concreti e a rendicontarli con indicatori misurabili.

Trasversale a tutte queste strategie è l’engagement, cioè il dialogo con le società partecipate e l’esercizio del voto in assemblea per spingere il management verso pratiche più sostenibili. Per molti gestori è proprio questo lo strumento più efficace, perché vendere un titolo sgradito non cambia l’azienda, mentre restarne azionisti e pretendere un cambiamento può farlo.

Per valutare le imprese i gestori combinano analisi interne e rating ESG forniti da agenzie specializzate. Va detto che i giudizi di agenzie diverse sulla stessa società possono divergere in modo vistoso, perché ciascuna pesa in modo differente i tre pilastri e usa dati e metodologie proprie. La qualità dei dati, del resto, dipende molto da quanto le imprese sono obbligate a comunicare, e su questo fronte il quadro sta cambiando. Con il pacchetto Omnibus approvato dall’Unione europea le soglie della direttiva sulla rendicontazione di sostenibilità (CSRD) sono state alzate a 1.000 dipendenti e 450 milioni di euro di fatturato, escludendo dagli obblighi circa il 90% delle imprese inizialmente coinvolte. Proprio il Forum per la Finanza Sostenibile ha segnalato il rischio che questo riduca le informazioni a disposizione degli investitori.

Articolo 8 e articolo 9, la classificazione SFDR

Dal marzo 2021 i prodotti finanziari venduti nell’Unione europea sono soggetti al regolamento SFDR (Sustainable Finance Disclosure Regulation), che ha introdotto due categorie destinate a diventare familiari a chiunque abbia aperto un prospetto negli ultimi anni.

I fondi articolo 8, detti anche «light green», promuovono caratteristiche ambientali o sociali senza avere la sostenibilità come obiettivo vincolante. I fondi articolo 9, i cosiddetti «dark green», hanno invece un obiettivo esplicito di investimento sostenibile e devono rispettare requisiti più stringenti. Tutti gli altri ricadono nell’articolo 6, che non prevede particolari impegni di sostenibilità.

Nata come semplice obbligo di trasparenza, questa distinzione è stata presto usata dal mercato come un’etichetta di qualità, con effetti che il legislatore non aveva previsto. Secondo Morningstar, alla fine del 2025 il patrimonio complessivo dei fondi articolo 8 e articolo 9 nell’Unione europea ammontava a 7.100 miliardi di euro. I primi rappresentavano il 56% del mercato, mentre la quota dell’articolo 9 era scesa al 2,7%. Lo squilibrio emerge anche dai flussi. Nel corso del 2025 i fondi articolo 8 hanno raccolto 257 miliardi di euro, pari al 38% di tutta la raccolta europea, mentre gli articolo 9 hanno subito deflussi netti per 23 miliardi.

In Italia il peso dei prodotti sostenibili non è inferiore. Secondo Assogestioni, alla fine del 2024 i fondi articolo 8 e articolo 9 valevano circa la metà del patrimonio investito in fondi nel nostro Paese, e oltre il 90% di questa quota era costituito da articolo 8, per quasi 600 miliardi di euro. Anche gli investitori istituzionali italiani continuano ad aumentare l’esposizione.

Il Forum per la Finanza Sostenibile ha rilevato che i piani previdenziali che adottano investimenti sostenibili sono passati da 79 a 95, le fondazioni di origine bancaria da 31 a 34, e che il 99,7% delle compagnie assicurative include ormai criteri ESG nelle proprie politiche.

La stretta ESMA sui nomi dei fondi

Il primo argine contro il greenwashing, ovvero la pratica di presentare come sostenibile ciò che non lo è, è arrivato dalle linee guida dell’ESMA sui nomi dei fondi, entrate pienamente in vigore per i prodotti esistenti nel maggio 2025. Da allora un fondo che usa nel nome termini come «ESG», «sostenibile», «green» o «impatto» deve investire almeno l’80% del patrimonio in linea con le caratteristiche dichiarate e applicare precise esclusioni, comprese quelle sui combustibili fossili per i termini legati all’ambiente.

L’effetto è stato immediato. Secondo Morningstar, da gennaio 2024 almeno 1.450 fondi sostenibili sono stati rinominati, circa il 31% di quelli soggetti alle nuove regole. Un’analisi presentata dal Forum per la Finanza Sostenibile ha rilevato che il 64% dei fondi monitorati ha dovuto cambiare nome e il 56% ha modificato la propria politica di investimento, spesso inasprendo proprio le esclusioni sui fossili per poter conservare le parole chiave della sostenibilità.

Chi possiede da tempo un fondo ESG farebbe dunque bene a controllare se il prodotto ha cambiato nome o strategia, perché quello che ha sottoscritto anni fa potrebbe non essere più lo stesso.

SFDR 2.0, cosa cambierà per chi investe

Il cambiamento più profondo deve però ancora arrivare. Nel novembre 2025 la Commissione europea ha proposto una revisione della SFDR, ribattezzata SFDR 2.0, che manderà in soffitta articolo 8 e articolo 9 per sostituirli con tre categorie di prodotto vere e proprie.

La prima, «Sustainable», sarà riservata ai prodotti che investono in imprese e attività già sostenibili. Alla seconda, «Transition», apparterranno i fondi che finanziano aziende impegnate in un percorso credibile e misurabile di transizione. La terza, «ESG Basics», raccoglierà le strategie che integrano criteri ESG senza rientrare nelle prime due. Per tutte e tre è prevista una soglia minima del 70% del portafoglio coerente con la strategia dichiarata. I prodotti che non rientreranno in nessuna categoria ma continueranno a richiamare la sostenibilità nella documentazione dovranno invece avvisare esplicitamente l’investitore di non rispettare gli standard europei.

Il Consiglio dell’Unione europea ha adottato la propria posizione il 24 giugno 2026, mentre la commissione Affari economici e monetari del Parlamento europeo ha approvato la sua il 10 settembre. Gli eurodeputati chiedono, tra l’altro, che i fondi di transizione escludano le società che ricavano entrate dall’estrazione o dalla raffinazione di combustibili fossili, salvo quelle con piani di riduzione delle emissioni misurabili e investimenti green superiori a quelli fossili. I negoziati tra Parlamento, Consiglio e Commissione dovrebbero aprirsi a fine ottobre 2026, e poiché entrambi i colegislatori prevedono 24 mesi di adattamento, le nuove regole difficilmente si applicheranno prima del 1° gennaio 2029.

L’impatto sul mercato sarà tutt’altro che marginale. Le simulazioni di Morningstar indicano che i fondi senza alcuna qualifica di sostenibilità passerebbero dal 41% a una quota compresa tra il 52% e il 70% del mercato europeo, mentre la categoria «Sustainable» potrebbe arrivare al massimo al 7% e quella «Transition» resterebbe una nicchia non superiore al 3%. In altre parole, l’universo dei fondi ESG si restringerà, e lo farà per scelta deliberata del legislatore.

Fondi ESG nel mondo, raccolta e patrimonio nel 2026

Dopo un 2025 da dimenticare, chiuso con deflussi globali per 27 miliardi di dollari nel solo quarto trimestre, il 2026 ha segnato un’inversione di tendenza, anche se fragile. Nel secondo trimestre l’Europa ha raccolto 3,5 miliardi di dollari, meno degli 8,2 miliardi del primo, e il dato aggregato nasconde una divergenza netta. I fondi passivi, in larga parte ETF, hanno attirato 11,4 miliardi, mentre quelli a gestione attiva ne hanno persi 7,8.

Negli Stati Uniti, dove la sostenibilità è diventata terreno di scontro politico, i fondi ESG sono tornati alla raccolta positiva per la prima volta dall’inizio del 2022, con quasi 3 miliardi di dollari dopo quattordici trimestri consecutivi di uscite. A trainarli sono stati soprattutto i fondi indicizzati legati alla transizione climatica e alle energie rinnovabili, sospinti dalla crescente domanda di energia e dagli investimenti nelle infrastrutture elettriche. Il patrimonio americano è salito al record di 398 miliardi di dollari, pari all’11% del totale mondiale, contro i 3.100 miliardi custoditi in Europa.

A rallentare, invece, è la fantasia dei gestori. Nel secondo trimestre del 2026 sono stati lanciati appena 32 nuovi fondi sostenibili in tutto il mondo, un ritmo lontanissimo da quello degli anni d’oro, segno che l’industria preferisce attendere le nuove regole europee prima di arricchire la propria offerta.

Quanto rendono i fondi ESG

È la domanda che ogni risparmiatore si pone, e la risposta onesta è che non esiste un rendimento ESG valido per tutti, perché ogni fondo segue una strategia diversa. Per avere un termine di paragone affidabile si può però guardare al confronto tra due indici azionari globali di MSCI. Il primo è l’MSCI World, che riunisce 1.249 società a grande e media capitalizzazione dei Paesi sviluppati. Il secondo è l’MSCI World SRI, che ne seleziona appena 368 con i migliori profili di sostenibilità, escludendo i settori considerati dannosi.

MSCI World SRI e MSCI World a confronto
Periodo MSCI World SRI MSCI World
2023 28,47% 24,42%
2024 14,43% 19,19%
2025 14,45% 21,60%
Da inizio 2026 14,14% 12,09%
Ultimi 12 mesi 16,18% 15,68%
3 anni (annualizzato) 19,02% 21,91%
5 anni (annualizzato) 10,90% 12,39%
10 anni (annualizzato) 13,43% 13,37%
Volatilità a 3 anni 13,88% 11,86%

Fonte MSCI, rendimenti lordi in dollari, dati al 30 settembre 2026. Rendimenti passati non sono indicativi di quelli futuri.

La tabella smentisce due luoghi comuni opposti. Chi sostiene che investire in modo sostenibile garantisca rendimenti superiori dovrà fare i conti con il 2024 e il 2025, quando l’indice SRI ha perso terreno nei confronti del mercato per circa 5 e 7 punti percentuali.

Chi è convinto che la sostenibilità costi cara dovrà invece spiegare il 2023 e i primi nove mesi del 2026, nei quali è accaduto il contrario. E dovrà soprattutto spiegare il dato a dieci anni, un 13,43% annuo contro il 13,37%, una differenza talmente sottile da risultare irrilevante.

Più che l’etica, a determinare queste oscillazioni è la composizione dei portafogli. L’MSCI World SRI ha un peso quasi nullo nel settore energetico, appena lo 0,12%, mentre la tecnologia vale il 34,83% dell’indice. Le prime dieci società rappresentano il 32,86% del totale, quasi il triplo di quanto pesino nel World, e Nvidia da sola conta per il 10,02%, contro il 5,81% che le assegna l’indice tradizionale. Lo stesso vale per Tesla, al 4,66% contro l’1,12%. Ne deriva un paradosso che pochi conoscono, perché l’indice responsabile per eccellenza risulta più concentrato e, negli ultimi tre anni, anche più volatile del mercato nel suo complesso.

Il risultato di un fondo ESG dipende dunque soprattutto dalle scommesse settoriali che la selezione comporta. Quando il petrolio corre, chi lo esclude resta indietro. Quando corrono i titoli tecnologici, chi li sovrappesa vola. Restano validi, nel lungo periodo, gli argomenti a favore della sostenibilità, a cominciare dal fatto che le aziende più attente ai criteri ESG sono spesso quelle che riescono a gestire in modo più efficace i rischi, meno esposte a sanzioni, contenziosi e danni reputazionali.

Il Forum per la Finanza Sostenibile ricorda inoltre che tra il 2020 e il 2024 i ricavi «green» delle società quotate sono cresciuti del 12%, il doppio del 6% registrato dai ricavi tradizionali. Nessuno di questi argomenti, però, si traduce automaticamente in un extrarendimento anno dopo anno.

Come scegliere un fondo ESG

Se l’etichetta non basta, a fare la differenza è la capacità di guardare sotto il cofano del fondo, ed è un lavoro meno complicato di quanto sembri.

Il punto di partenza è l’allegato precontrattuale SFDR, che ogni fondo articolo 8 o articolo 9 deve allegare al prospetto. Qui il gestore indica la percentuale minima di investimenti sostenibili che si impegna a detenere, le esclusioni applicate, gli indicatori dei principali effetti negativi che prende in considerazione e la quota di attività allineate alla tassonomia europea. Un articolo 8 che dichiara lo 0% di investimenti sostenibili e un altro che ne promette il 50% appartengono formalmente alla stessa categoria, ma raccontano storie molto diverse.

Altrettanto utile è osservare le principali posizioni del portafoglio e il benchmark di riferimento, per capire se il fondo rispecchia davvero la promessa contenuta nel nome o se, come accade di frequente, finisce per somigliare a un comune fondo azionario globale con qualche esclusione in più. Il caso dell’MSCI World SRI dimostra che dietro un’etichetta sostenibile può nascondersi un’elevata concentrazione su pochi titoli tecnologici, un rischio da valutare insieme al resto del proprio patrimonio.

Non vanno poi trascurati i costi. A parità di strategia, un ETF che replica un indice ESG costa in genere molto meno di un fondo a gestione attiva, e non è un caso che negli ultimi trimestri i flussi si siano spostati proprio verso i prodotti passivi. Un fondo attivo deve giustificare commissioni più alte con un valore aggiunto concreto, che sia un engagement documentato, una selezione più rigorosa o un impatto misurabile.

Conviene infine ricordare che le regole stanno per cambiare. Con l’arrivo della SFDR 2.0 molti fondi oggi classificati come articolo 8 potrebbero perdere ogni qualifica di sostenibilità, e chi investe con un orizzonte lungo farebbe bene a preferire prodotti con criteri già vicini ai futuri standard europei, come le esclusioni previste dai benchmark allineati all’Accordo di Parigi.

Non è il fondo a rendere sostenibile un investimento, è l’investitore informato a pretendere che lo sia davvero. Ed è proprio questa consapevolezza, più di qualsiasi etichetta, la migliore protezione contro il greenwashing e contro le delusioni.

Articolo revisionato da Flavia Provenzani il

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