Per le imprese la ricerca della sostenibilità non è legata solo alla volontà di migliorare il proprio impatto ambientale e sociale: può fare la differenza anche per evitare il fallimento.
Distinguersi per alti punteggi ESG (environmental, social, governance), ossia per valutazioni che vanno al di là dei meri risultati economici, può infatti rappresentare per un’azienda la chiave per mettersi al riparo dal rischio di diventare insolvente.
E negli ultimi anni la rilevanza della sostenibilità legata alla probabilità di fallimento sta decisamente aumentando, come sottolineato in uno studio della Banca d’Italia.
Tradizionalmente, gli scenari legati al rischio di credito, ossia all’eventualità che un’impresa non riesca a far fronte ai propri oneri, si concentrano sull’impatto dei fattori finanziari. Ma ultimamente viene prestata crescente attenzione a fattori non finanziari e in particolare a quelli ESG. A bassi punteggi corrisponde un possibile danno reputazionale ed eventuali azioni di boicottaggio da parte degli investitori. Sono quindi, tra le varie, le pratiche commerciali ritenute etiche, la responsabilità sociale e la gestione virtuosa a poter incidere in maniera determinante sulla redditività e sull’affidabilità a lungo termine di un’impresa. Per questo, Via Nazionale ha valutato l’impatto dei criteri di sostenibilità ambientale, sociale e di governance delle società non finanziare europee, scoprendo che essere più sostenibili senza dubbio conviene, anche solo per ridurre le probabilità di far fallire l’azienda.
L’indagine mette i valori ESG in relazione alla probabilità di default delle imprese ottenuta dalla Expected Default Frequency di Moody’s, prendendo in considerazione un orizzonte temporale da uno a dieci anni. Lo studio si basa sull’analisi di società tra il 2014 e il 2022, un periodo denso di accadimenti legati alla sostenibilità, dall’accordo di Parigi alla recente crisi energetica.
Secondo il London Stock Exchange Group, che utilizza una scala di valutazione da 0 a 100 per indicare il punteggio ESG, la maggior parte delle aziende del campione ha ricevuto nel periodo considerato una valutazione di sostenibilità ben superiore a 50 e circa un 15% si è spinto oltre 80. La probabilità del loro fallimento varia in media dallo 0,3% per un orizzonte temporale di un anno all’1% per quello decennale. Anche se possono sembrare valori bassi, bisogna sottolineare che si riferiscono ad aziende importanti e solide. Quanto incide il punteggio ESG? Un alto valore riduce le probabilità di fallimento di circa 4 punti base sull’orizzonte di un anno e di circa 15 punti base sull’orizzonte decennale. L’azienda media, quindi, risente meno delle mancate azioni in chiave sostenibilità nel breve termine, anche se a lungo andare l’inattività su questo aspetto la espone maggiormente al fallimento.
Pochi mesi fa l’Italia ha recepito la direttiva europea CSRD, che ha aggiornato la normativa sulla rendicontazione di sostenibilità delle imprese, prevedendo obblighi anche per medie e piccole imprese quotate e introducendo il concetto della doppia materialità, che considera non solo la comunicazione dell’impatto su ambiente e contesto sociale, ma anche l’influenza che tali questioni hanno sulla gestione dell’impresa. Dal primo gennaio 2025 (con riferimento all’esercizio 2024), l’obbligo scatta per le grandi imprese già soggette alla precedente Rendicontazione non finanziaria, mentre dal 2026 si estenderà alle grandi imprese non quotate e dal 2027 (con riferimento all’esercizio 2026) alle piccole e medie imprese quotate.