Sia la Russia che l’Iran utilizzano droni nei loro attacchi. Ma fin dove possono spingersi in Europa?
Anche il modo di fare la guerra è cambiato e si è evoluto, restando al passo con i tempi. Lo abbiamo visto con il conflitto in Ucraina, proseguendo con quelli in Medio Oriente e ora con le tensioni in Iran. Il vero nuovo protagonista dei conflitti moderni sono i droni. Questi piccoli velivoli silenziosi, privi di pilota e manovrabili a distanza, sono in grado di risultare estremamente efficaci, colpendo obiettivi sensibili con grande precisione e con un impiego minimo di risorse. I droni sono ampiamente utilizzati sia dalla Russia in Ucraina sia da Paesi come Stati Uniti, Israele e Iran, ma anche da Teheran verso Stati limitrofi per attaccare basi americane e israeliane. La domanda che molti si pongono è: questi droni quale gittata possono raggiungere? Sono in grado di arrivare dalla Russia o dall’Iran fino ai Paesi europei, Italia compresa?
Droni iraniani e russi: sono un pericolo per l’Europa?
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Protagonisti dei conflitti in Iran e in Ucraina, molti di questi dispositivi provengono da fabbriche iraniane. Si tratta dei droni impiegati dall’esercito russo e da quello iraniano per colpire obiettivi militari e infrastrutture sensibili all’estero. Tra i modelli più diffusi e pericolosi ci sono gli Shahed, in particolare il modello 136. Si tratta di droni di fabbricazione iraniana, in dotazione anche alle forze armate russe. Sono costruiti dalla Iran Aircraft Manufacturing Industrial Company e sono entrati in servizio nel 2020, durante il conflitto in Yemen. Si tratta di piccoli velivoli a pilotaggio remoto che esplodono all’impatto con il bersaglio, motivo per cui vengono spesso definiti «droni kamikaze».
Questi dispositivi sono lunghi circa 3,5 metri, con un’apertura alare di 2,5 metri e una caratteristica forma triangolare. Possono raggiungere una velocità di circa 185 km/h e trasportare una testata esplosiva di circa 36 kg. Volano principalmente a bassa quota, caratteristica che li rende difficili da intercettare dai radar. Il lancio è assistito da un razzo e, una volta in volo, entra in funzione un motore convenzionale che li guida fino all’obiettivo. Sono progettati per un utilizzo massiccio, con lanci a raffica, anche perché hanno un costo relativamente basso, stimato tra i 20.000 e i 50.000 euro.
Grazie ai sistemi di navigazione GPS, possono colpire con precisione obiettivi anche a lunga distanza. Le coordinate vengono impostate prima del decollo e il drone le raggiunge in autonomia, esplodendo una volta arrivato sul bersaglio. La loro efficacia è legata anche alla lunga autonomia: possono coprire distanze tra i 2.000 e i 2.500 chilometri a velocità ridotta. Proprio questa capacità solleva interrogativi sulla sicurezza del continente europeo.
Se lanciati dall’Iran, tuttavia, è improbabile che possano raggiungere l’Italia, distante circa 3.000 chilometri in linea d’aria da Teheran. Allo stesso modo, difficilmente arriverebbero nel cuore dell’Europa. Al massimo potrebbero colpire la Grecia o alcuni Paesi dell’Europa orientale. Il discorso cambia se il lancio avviene dalla Russia: in questo caso, l’Italia potrebbe teoricamente rientrare nel raggio d’azione, considerando che la distanza tra Mosca e Roma è di circa 2.300 chilometri. Gli unici paesi tranquilli sarebbero quelli più occidentali come Spagna e Portogallo.
Va comunque sottolineato che questi droni, pur volando a bassa quota, risultano piuttosto rumorosi e, nonostante mettano sotto pressione i sistemi di difesa, vengono spesso intercettati dalle contraeree. Tuttavia, nei lanci massicci, è possibile che alcuni riescano a superare le difese e a raggiungere il territorio nemico, aumentando così il rischio e l’imprevedibilità dei conflitti moderni.
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