Ecco quando le obbligazioni battono le azioni

Redazione Money Premium

11 Maggio 2025 - 07:05

Una ricerca svela che solo una manciata di società crea la ricchezza azionaria globale, mentre la maggior parte delle azioni delude rispetto ai Treasury Bill.

Ecco quando le obbligazioni battono le azioni

La narrativa che le azioni siano sempre un investimento vincente nel lungo periodo è radicata nell’immaginario collettivo.

Ma uno studio approfondito smonta questo mito con dati tanto sorprendenti quanto illuminanti.

La ricerca, iniziata nel 2016 e ampliata nel 2023 con l’analisi di oltre 64.000 azioni globali, rivela una verità scomoda: la stragrande maggioranza delle azioni non solo non batte i rendimenti dei Treasury Bill americani, ma spesso produce perdite.

Questo paradosso si spiega con una distribuzione anomala dei rendimenti, dove poche superstar compensano le performance mediocri o disastrose della massa.
Già nel suo studio originale, focalizzato sul mercato statunitense dal 1926 al 2016, Hendrik Bessembinder aveva evidenziato che il 58% delle azioni otteneva risultati inferiori ai Bot americani. Ancora più sorprendente, la metà delle azioni mostrava rendimenti negativi in una strategia di tipo “compra e tieni”.

Tuttavia, la ricchezza complessiva generata dal mercato azionario americano in quel periodo ammontava a 35 trilioni di dollari. Come è possibile? La risposta sta in una manciata di colossi: appena cinque società – Exxon, Apple, Microsoft, General Electric e IBM – erano responsabili del 10% di questa ricchezza, mentre 90 aziende, ovvero lo 0,3% del totale, generavano metà del valore. Questo squilibrio estremo evidenzia una realtà: il rendimento medio del mercato, spesso citato come un 10% annuo composto, è trainato da un’élite di vincitori.

L’aggiornamento del 2023, intitolato “Long-term shareholder returns: Evidence from 64,000 global stocks”, estende l’analisi ai mercati mondiali dal 1990 al 2020, confermando e rafforzando queste conclusioni. Su 63.000 società quotate, il 55,2% delle azioni americane e il 57,4% di quelle non americane hanno sottoperformato i Treasury Bill.

Nonostante ciò, i mercati azionari globali hanno generato una ricchezza netta di oltre 75 trilioni di dollari. Ancora una volta, una cerchia ristretta di aziende domina: Apple, Microsoft, Amazon, Alphabet e Tencent, da sole, hanno creato oltre il 10% di questo valore.

Appena 159 società, lo 0,25% del totale, sono responsabili della metà della ricchezza, mentre il 2,39% delle azioni ha generato l’intera ricchezza netta. Questo fenomeno si spiega con la “skewness positiva” dei rendimenti azionari: i guadagni eccezionali di poche azioni compensano le perdite di molte, in una distribuzione lontana dalla classica curva a campana.

Questa asimmetria ha implicazioni profonde per gli investitori. Le perdite, per definizione, non possono superare il 100%, ma i guadagni possono raggiungere cifre stratosferiche, come dimostrato dalle performance di aziende come Apple o Amazon.

Tuttavia, identificare queste superstar in anticipo è un’impresa ardua, quasi impossibile senza un vantaggio informativo o una propensione al rischio elevata. Bessembinder, nella sua analisi del 2023 sui mercati americani (“Which U.S. Stocks Generated the Highest Long-Term Returns?”), aggiunge un ulteriore tassello: su 29.000 azioni analizzate in 98 anni, solo 31 sono rimaste quotate per l’intero periodo, e il 51% ha registrato rendimenti negativi. Questo dato smonta anche il mito di asset alternativi come Bitcoin, spesso celebrati per i loro rendimenti esplosivi in periodi brevi.

In termini di longevità e valore assoluto, società come Altria Group (Philip Morris) hanno generato performance superiori, con una presenza costante che Bitcoin potrebbe non eguagliare nei prossimi decenni.
Il messaggio centrale di queste ricerche è chiaro: il “fai da te” nell’investimento azionario è un sogno allettante ma rischioso. La tentazione di trovare la prossima Apple o Microsoft può trasformarsi in un’illusione costosa, con il 99,99999% di probabilità di fallire. Per la maggior parte degli investitori, la scelta più razionale è affidarsi a strumenti passivi come gli ETF, che offrono diversificazione e costi contenuti, catturando i rendimenti medi del mercato senza l’arduo compito di selezionare i vincitori.

Come sottolinea Bessembinder, solo chi possiede un vantaggio competitivo unico o una tolleranza estrema per il rischio dovrebbe avventurarsi nella selezione attiva delle azioni. Altrimenti, il mercato azionario, con le sue poche stelle e le sue molte delusioni, rischia di trasformarsi in un campo minato per i sognatori inesperti.

In un mondo dove la ricchezza azionaria è concentrata in così poche mani, la lezione è tanto semplice quanto potente: la diversificazione non è solo una strategia prudente, ma una necessità.