Il 2025 si conferma un anno di forti incertezze per il tessuto produttivo italiano: oltre sei aziende su dieci hanno già subito danni a causa dell’aumento del costo dell’energia e delle materie prime, che si conferma il rischio più temuto dalle imprese. A rivelarlo è la nuova edizione della Global Risk Management Survey di Aon, una delle analisi più ampie al mondo sulla percezione del rischio, condotta su quasi 3.000 aziende in 63 Paesi.
Dallo studio emerge un quadro complesso, in cui rincari energetici, crisi economica, minacce informatiche e instabilità geopolitica compongono un mosaico di fragilità che pesa sul sistema industriale italiano più che altrove. Secondo Marco Dubini Daccò, presidente esecutivo di Aon S.P.A., questi numeri “riflettono la pressione che le imprese italiane stanno affrontando, tra volatilità economica e geopolitica, aumento dei costi e trasformazione digitale”.
La dipendenza dall’importazione di risorse e la vulnerabilità delle catene di fornitura espongono in modo particolare manifattura e piccole e medie imprese, che costituiscono il cuore dell’economia nazionale. Non sorprende quindi che, oltre al caro energia, anche la crisi economica pesi significativamente: il 70% delle aziende afferma di essere stata impattata dal rallentamento, con effetti che spaziano dalla contrazione della domanda ai maggiori costi operativi.
Gestione del rischio: il divario tra consapevolezza e azione
La fotografia scattata dalla survey evidenzia infatti una contraddizione evidente: le imprese riconoscono i rischi, ma spesso non li gestiscono in modo strutturato. Solo il 50% del campione ha un piano formale per mitigare l’impatto dei rincari delle materie prime, mentre appena l’8% ha quantificato la propria esposizione ai rischi informatici, nonostante l’Italia sia tra le aree più colpite nel mondo da attacchi cyber. Meno di un’azienda su tre, il 30%, dispone inoltre di un vero piano operativo di risk management.
Secondo Dubini Daccò, questo gap tra percezione e preparazione alimenta “una sottoassicurazione strutturale che espone le aziende a perdite finanziarie e reputazionali”. Nonostante ciò, emergono segnali incoraggianti: oltre il 73% delle organizzazioni italiane possiede oggi un dipartimento dedicato alla gestione del rischio, un dato superiore alla media globale. Tuttavia, solo il 37,6% utilizza processi strutturati di identificazione dei rischi e appena il 19% pianifica attività annuali dedicate, segno di una maturità ancora in evoluzione.
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Le minacce principali a livello globale
Se in Italia l’urgenza principale resta il costo dell’energia, a livello globale la minaccia numero uno è il cyber risk. L’attacco informatico si conferma infatti il rischio più elevato per le imprese di tutto il mondo, seguito da interruzione del business e rallentamento economico. Per la prima volta entra nella top ten anche la volatilità geopolitica, salita di dodici posizioni rispetto al 2023. In molte aree del mondo le aziende operano in uno scenario di instabilità permanente, dove conflitti, tensioni commerciali e cambiamenti normativi rendono altamente imprevedibile la continuità operativa.
La diffusione dell’intelligenza artificiale ha reso ancora più complesso il panorama cyber. Le tecnologie avanzate offrono nuovi strumenti di difesa, ma allo stesso tempo amplificano la capacità dei criminali informatici di sferrare attacchi sofisticati. Nonostante questo, solo il 13% delle organizzazioni intervistate monitora in modo sistematico la propria esposizione informatica, un dato che evidenzia quanto la preparazione resti largamente insufficiente. Un segnale preoccupante arriva anche dal capitale umano: la difficoltà di reperire competenze era tra i principali rischi nel 2023, ma oggi esce dalla top ten globale.
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Cosa succederà nei prossimi anni?
Guardando ai prossimi tre anni, la mappa delle priorità evolve verso temi ambientali e tecnologici. Per la prima volta i cambiamenti climatici entrano nelle prime cinque preoccupazioni delle imprese italiane, segno di una crescente consapevolezza verso la sostenibilità. A livello globale, invece, la previsione al 2028 vede il cyber rischio ancora in cima, seguito da rallentamento economico, concorrenza, materie prime e volatilità geopolitica. Nella classifica dei rischi futuri compaiono due nuove forze che stanno ridisegnando l’agenda strategica delle imprese: l’AI e il climate change.
L’Italia mostra una sensibilità crescente verso questi temi, pur mantenendo un’attenzione elevata ai costi industriali. Secondo Dubini Daccò, “le imprese italiane stanno imparando a trasformare la complessità in opportunità, combinando dati, analisi predittiva e strategie di resilienza di lungo periodo”. La sfida sarà integrare il risk management nei processi decisionali con un approccio proattivo, capace di proteggere il valore aziendale e, allo stesso tempo, favorire crescita e innovazione.