Nonostante le risorse nel sottosuolo, l’Italia estrae appena il 7% del petrolio che consuma. Ecco dove si trovano i pozzi (e chi li gestisce).
Una delle sfide più complesse che il mondo si trova ad affrontare oggi è il superamento della dipendenza dai combustibili fossili. Negli ultimi anni le fonti rinnovabili hanno conosciuto una crescita significativa, sostenuta da politiche climatiche sempre più stringenti e da un’accelerazione tecnologica senza precedenti. Nonostante ciò, il petrolio continua ancora oggi a occupare un ruolo centrale nell’economia globale - ed è causa di conflitti - e nel mix energetico nazionale. Non è un caso che tra i principali produttori mondiali figurino paesi come gli Stati Uniti, che guidano la classifica globale con una produzione che si attesta tra i 17 e i 18 milioni di barili al giorno, seguiti dall’Arabia Saudita e dalla Russia, che nonostante le fluttuazioni geopolitiche e i tagli alla produzione mantengono volumi superiori agli 11 milioni di barili quotidiani.
In questo scenario globale, l’Italia occupa una posizione che potremmo definire di «nicchia strategica». Pur trovandosi storicamente intorno alla cinquantesima posizione nella classifica mondiale dei produttori, il nostro Paese possiede un sottosuolo sorprendentemente ricco se confrontato con la media europea. Tuttavia, la produzione nazionale attuale, pur essendo una risorsa fondamentale, riesce a coprire solo una quota marginale del fabbisogno interno, oscillante tra il 5% e il 7% a seconda delle fluttuazioni stagionali. Il tutto lasciando il restante 93% affidato alle importazioni via nave o attraverso la rete di oleodotti internazionali.
Un Paese con petrolio... ma difficile da estrarre
Le riserve petrolifere disponibili nel sottosuolo italiano sono stimate in circa 578 milioni di barili, con un valore potenziale che si aggira sui 100 miliardi di euro. Se riuscissimo a estrarre tutte queste riserve, saremmo in grado di soddisfare le esigenze nazionali per un periodo significativo, riducendo drasticamente la dipendenza dall’estero.
Tuttavia, i giacimenti in Italia sono di dimensioni ridotte, molto frammentati e spesso si trovano a grandi profondità o in mare aperto. Se tutto questo non bastasse, tali operazioni di ricerca ed estrazione sono rese molto difficili dalla particolare conformazione geologica del nostro territorio, comportando costi elevati sia in termini economici che di impatto ambientale.
Per una trasparenza totale sulle attività estrattive nel nostro Paese, il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica mette a disposizione il portale WebGIS UNMIG. Qui è presente una mappa interattiva che permette di localizzare ogni singola concessione, distinguere tra pozzi a terra e piattaforme marine, e monitorare lo stato di attività di ogni impianto. Navigando tra i dati ufficiali, emerge chiaramente come la geografia dell’energia italiana sia concentrata in pochi ma vitali poli produttivi, dove la tecnologia di estrazione ha raggiunto livelli di eccellenza mondiale per operare in contesti così complessi.
Basilicata: il cuore pulsante e la sorgente di Tramutola
Se si vuole capire dove batte il cuore dell’industria petrolifera italiana, bisogna guardare alla Basilicata. Questa regione da sola garantisce la stragrande maggioranza della produzione nazionale onshore. Il polo principale è rappresentato dal giacimento della Val d’Agri, operato da Eni, che si conferma il più grande giacimento petrolifero su terraferma dell’Europa continentale. Qui, il greggio estratto da decine di pozzi viene processato in impianti che garantiscono una produzione quotidiana che si attesta mediamente tra i 50.000 e i 70.000 barili.
Il legame tra questa terra e l’idrocarburo è ancestrale e quasi visibile a occhio nudo. Un esempio affascinante è la sorgente naturale di petrolio nel comune di Tramutola. Nel bosco alle spalle della cittadina esiste un ruscello dove si nota la presenza di un’iridescenza dovuta a idrocarburi che affiorano spontaneamente dal suolo, una rarità geologica che testimonia la ricchezza del sottosuolo lucano. Accanto alla Val d’Agri opera il progetto Tempa Rossa, gestito da TotalEnergies insieme a Shell e Mitsui, con una capacità di trattamento di circa 50.000 barili di petrolio al giorno in condizioni di pieno regime. Il petrolio estratto in Basilicata viene poi incanalato in un oleodotto che lo trasporta direttamente alla raffineria di Taranto.
Sicilia: tra i giganti del passato e l’offshore
La Sicilia rappresenta storicamente il secondo pilastro del petrolio italiano. Sulla scia della storica trasformazione della raffineria di Gela in bioraffineria, la regione prosegue oggi la sua profonda transizione industriale verso modelli sempre più sostenibili. Sulla terraferma, i giacimenti del Ragusano, come il campo Irminio, e dell’area di Gela continuano a produrre, nonostante il naturale declino dei pozzi più datati li classifichi ormai come giacimenti «maturi».
Il vero baricentro produttivo si è però spostato decisamente nell’offshore. Il Canale di Sicilia è oggi il teatro delle operazioni più tecnologicamente avanzate. La Piattaforma Vega, al largo di Pozzallo, resta la più grande struttura fissa per l’estrazione di olio pesante in Italia, un gigante d’acciaio che coordina la produzione di un intero distretto marino.
Accanto ad essa, le piattaforme storiche come Perla e il Cluster di Gela, nella Zona C, continuano a pompare greggio che, non essendo più raffinato in loco, viene trasportato via nave verso i poli di raffinazione di Augusta e Priolo. Queste strutture offshore non sono solo avamposti estrattivi, ma nodi strategici che garantiscono alla Sicilia un ruolo chiave nell’architettura energetica del Mediterraneo.
La produzione minore: Pianura Padana, Emilia ed Adriatico
In Piemonte, l’area tra Galliate, Trecate e Romentino ospita l’eredità del giacimento di Villafortuna. Sebbene l’estrazione del greggio sia cessata nel 2016, il sito rimane un nodo logistico vitale. Quello che un tempo era un primato tecnologico per la perforazione a 5.000 metri, oggi rappresenta un esempio di gestione delle infrastrutture post-estrattive, integrate nel sistema di raffinazione e stoccaggio del Nord Italia.
In Emilia-Romagna sono ancora vivi e vegeti i quattro pozzi del campo del Cavone, situati tra Novi, San Possidonio e Mirandola. L’attività estrattiva qui procede costantemente e si prevede possa farlo per tutto il prossimo decennio, contribuendo con circa 2 milioni di chilogrammi all’anno di greggio, ovvero lo 0,5% della produzione nazionale.
Nel Mare Adriatico, al largo delle coste di Marche, Abruzzo e Molise (Zona B), troviamo invece piattaforme come la Sarago (Edison) e la Rospo (al largo di Petacciato e Vasto). Proprio nell’entroterra molisano, a Rotello, è attivo un pozzo esplorativo che conferma le potenzialità energetiche di quest’area.
Chi gestisce e quanto produce l’Italia nel 2026
Il controllo dei pozzi di petrolio in Italia è in mano a grandi compagnie energetiche internazionali che operano sotto stretta sorveglianza statale. La principale è Eni, storica azienda nazionale, ma giocano un ruolo fondamentale anche TotalEnergies, Shell, Edison e Mitsui, spesso riunite in joint venture per dividere gli ingenti costi di gestione degli impianti più profondi o marini. Nel 2026, la produzione media giornaliera nazionale si attesta nell’ordine delle decine di migliaia di barili al giorno. Una cifra che, pur non rendendoci indipendenti, garantisce una flessibilità strategica fondamentale in caso di crisi internazionali.
Le concessioni di coltivazione sono rilasciate e monitorate dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica attraverso l’UNMIG che, come già detto, pubblica aggiornamenti costanti sullo stato dei pozzi, distinguendo tra quelli effettivamente eroganti e quelli in fase di manutenzione o sospensione. Questo sistema di monitoraggio garantisce che l’estrazione avvenga secondo i più alti standard di sicurezza ambientale vigenti in Europa.
leggi anche
Come investire in petrolio e comprare azioni
Il ruolo futuro tra transizione e sicurezza energetica
Il contributo del petrolio italiano alla produzione energetica del Paese è destinato a trasformarsi profondamente nei prossimi anni. Sebbene i giacimenti principali di Basilicata e Sicilia continueranno a rappresentare il cuore dell’estrazione domestica per garantire la sicurezza energetica nazionale, la produzione complessiva è destinata a una progressiva stabilizzazione.
La transizione energetica è infatti il pilastro della strategia italiana ed europea per la riduzione delle emissioni. L’obiettivo è il passaggio definitivo a fonti rinnovabili, ma in questa lunga fase di passaggio il petrolio estratto a chilometro zero resta una risorsa preziosa per sostenere le filiere industriali e limitare la volatilità dei prezzi dei mercati esteri.
© RIPRODUZIONE RISERVATA