Dopo l’Ucraina e Gaza, si alza la tensione nel Pacifico

Roberto Vivaldelli

1 Novembre 2024 - 11:23

Mentre l’attenzione mondiale resta concentrata sul Medio Oriente, si rischia di ignorare la potenziale escalation nel Mar Cinese Meridionale.

Dopo l’Ucraina e Gaza, si alza la tensione nel Pacifico

Dopo i conflitti in Ucraina e in Medio Oriente, in questo scenario di «Terza Guerra Mondiale a pezzi» anche la crescente tensione tra Stati Uniti e Cina nel Pacifico rischia di evolversi in futuro in un possibile conflitto aperto, specie se Pechino dovesse decidere di procedere con l’annessione di Taiwan, che Washington ha dichiarato di voler difendere.

Mentre l’attenzione mondiale resta concentrata sul Medio Oriente, si rischia di ignorare, infatti, una potenziale escalation in Asia. I segnali sono evidenti: durante l’estate, le forze armate cinesi e russe hanno condotto esercitazioni congiunte, con manovre navali nel Mar Cinese Meridionale e pattugliamenti aerei nelle aree intorno al Giappone e in prossimità dell’Alaska. I rivali degli Usa mostrano i muscoli, Washington è avvertita.

Esercitazioni sino-russe nel Pacifico

Queste attività militari, come nota The Nation, hanno raggiunto il culmine nell’esercitazione congiunta «Ocean-24», una delle più imponenti degli ultimi anni, che ha coinvolto 400 navi, 120 aerei e circa 90.000 soldati, estendendosi su un ampio arco geografico dal Mar Baltico al Pacifico settentrionale. Il presidente russo Vladimir Putin ha interpretato queste operazioni come una risposta necessaria all’aumento della presenza militare americana nella regione Asia-Pacifico, accusando gli Stati Uniti di voler mantenere a tutti i costi la propria supremazia politica e militare globale.

A queste accuse, il Segretario dell’Aeronautica degli Stati Uniti, Frank Kendall, ha risposto affermando che la Cina rappresenta “una minaccia attuale” e non più solo futura. Kendall ha inoltre sottolineato come, negli ultimi quindici anni, la capacità di Pechino di proiettare potenza militare nel Pacifico occidentale sia cresciuta a livelli preoccupanti, aumentando il rischio di un conflitto. Un funzionario del Pentagono ha aggiunto che la Cina è attualmente l’unica potenza in grado, e con l’intento, di sfidare l’ordine internazionale basato su regole che ha mantenuto la stabilità nell’Indo-Pacifico dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.

Alta tensione nel Pacifico

Come osserva anche Asia Times, le principali potenze globali stanno intensificando le attività militari nelle acque dell’Asia orientale, con Stati Uniti, Cina e persino Russia impegnati in esercitazioni militari nel Pacifico occidentale e nel Sud-est asiatico. La scorsa settimana, il cacciatorpediniere americano USS Dewey e la fregata australiana HMAS Stuart hanno condotto operazioni congiunte nello Stretto di Malacca, un passaggio marittimo strategico. In risposta, la Marina cinese ha dispiegato navi di sorveglianza classe Dongdiao nel Mar Cinese orientale e meridionale, segnalando la propria attenzione a mantenere il controllo nella regione. Oltre alle manovre navali, sia Washington che Pechino stanno consolidando la propria presenza militare in Asia.

Gli Stati Uniti manterranno probabilmente il sistema missilistico Typhon nelle Filippine, dopo il dispiegamento durante le esercitazioni di quest’anno, come parte della strategia americana di creare un arco di alleanze militari e difese missilistiche nel Pacifico occidentale in previsione di un potenziale confronto diretto con la Cina. Un alto ufficiale statunitense ha definito questa mossa “di fondamentale importanza” per la strategia regionale degli Stati Uniti. Da parte sua, la Cina ha avviato l’installazione di una rete di radar avanzati in grado di rilevare aerei stealth, per contrastare l’eventuale superiorità aerea americana nelle sue acque limitrofe in caso di conflitto. Ci si prepara così al peggio, nel silenzio dei media.

L’importanza del Mar Cinese Meridionale

La Cina rivendica oltre tre milioni di chilometri quadrati del Mar Cinese Meridionale attraverso il concetto della «linea dei nove tratti». Per sostenere la propria posizione, Pechino fa riferimento alla dinastia Han (200 a.C. - 9 d.C.) per dimostrare la storicità della sua presenza nell’area. Tuttavia, una sentenza del tribunale internazionale nel 2016, basata sulla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, ha stabilito che non esiste una base legale per tali rivendicazioni storiche della Cina.

Le vaste rivendicazioni della Cina sul Mar Cinese Meridionale, ricco di risorse naturali come 11 miliardi di barili di petrolio non sfruttato e 190 trilioni di piedi cubi di gas naturale, hanno generato tensioni con altri Paesi: Brunei, Indonesia, Malesia, Filippine, Taiwan e Vietnam. Fin dagli anni ’70, questi Paesi hanno iniziato a reclamare isole e zone come le Isole Spratly, ricche di risorse e di aree di pesca. La Cina sostiene che, in base al diritto internazionale, le forze militari straniere non possano effettuare operazioni di sorveglianza nella sua zona economica esclusiva (ZEE). Tuttavia, gli Stati Uniti e gli altri Paesi della regione, secondo la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS), rivendicano il diritto alla libera navigazione nelle ZEE senza obbligo di notifica per attività militari.