Dopo anni di flop, l’Europa guarda all’America: il “28° regime” è solo l’ennesima scorciatoia

Guido Salerno Aletta

25 Ottobre 2025 - 18:52

Bruxelles propone un quadro legale unico ispirato agli USA per superare la frammentazione normativa e favorire investimenti paneuropei, ma il sistema industriale resta bloccato.

Dopo anni di flop, l’Europa guarda all’America: il “28° regime” è solo l’ennesima scorciatoia

A Bruxelles ne sono convinti: in Europa, l’insuccesso delle Start-up innovative dipende dalla attuale frammentazione dei singoli assetti normativi nazionali che impedisce la nascita di imprese pan-europee in grado di crescere vigorosamente trovando finanziamenti adeguati.

Per questo motivo, è stato preso come riferimento il sistema statunitense della “Delaware C Corporation” che prevede consistenti vantaggi fiscali, legali e di governance per gli investitori ed i finanziatori di start-up e di grandi aziende che scelgano di costituirsi societariamente in quella forma prendendo la sede amministrativa nel Delaware: viene dunque prevista la possibilità di optare per un regime legale ulteriore, il 28° regime, rispetto a quelli esistenti nei 27 Paesi membri dell’Unione, che consentirà di standardizzare i processi di investimento per consentire autentici investimenti paneuropei; di istituire un programma unificato di stock option per i dipendenti per condividere più ampiamente il successo delle startup; di semplificare le operazioni transfrontaliere, come l’occupazione e i flussi di capitali; e di digitalizzare completamente il processo di costituzione, riducendolo a poche ore, interamente in inglese e online.

È un ribaltamento in piena regola del principio fondamentale su cui si fonda l’Unione europea, che teorizza la superiorità dei vantaggi derivanti dalla competizione normativa tra gli Stati aderenti, il cui successo viene garantito dalla libertà di circolazione di merci, persone e capitali. La libera circolazione è infatti strumentale rispetto all’obiettivo della allocazione ottimale delle risorse necessarie per la produzione, che si realizza nello specifico contesto socio-economico attraverso il quadro normativo nazionale.

In realtà, non c’è niente di nuovo in questa iniziativa della Commissione europea: è sostanzialmente lo stesso approccio che è stato adottato già da tempo anche in Italia per incentivare la costituzione in una specifica forma societaria le cosiddette start-up innovative. Oltre ad una configurazione societaria specifica, variamente agevolata, sono state previste specifiche condizioni per la quotazione agevolata in Borsa (AIM) e vantaggi fiscali per gli investitori (PIR). A fronte di un consistente numero di società costituite in questa forma, non c’è stato un vero successo di queste iniziative: il segmento borsistico delle piccole imprese è poco più di uno stagno, ed i capitali che vi affluiscono hanno dimensioni lillipuziane.

Affermare che sia un flop sarebbe ingeneroso, soprattutto nei confronti dei tanti imprenditori che hanno davvero creduto di poter fare affidamento su questi meccanismi: purtroppo è solo una vetrina di tante buone idee in cerca di mercato.
Quello che manca in Europa è un contesto di soggetti finanziari in grado di scommettere sull’innovazione come fattore di successo.

All’interno delle aziende grandi e mature, si preferisce l’innovazione di processo, l’ottimizzazione che risparmia risorse e migliora i margini. Chi invece si propone di innovare radicalmente il prodotto viene considerato un pericoloso guastatore sia dai colleghi che si sono accomodati sul modello esistente che dal management che ovviamente non ha alcuna attitudine al rischio sistemico. Molto spesso, si acquisiscono le piccole imprese concorrenti per farle sparire prima che diventino grandi e pericolose.

L’integrazione con la ricerca universitaria è stata un fallimento: c’è troppa invidia accademica da parte dei professori che si limitano al tran-tran dell’insegnamento e ci sono troppe norme sul conflitto di interessi che disincentivano coloro che avevano entusiasticamente intravisto in queste relazioni con le imprese un vantaggio economico e di carriera.

Anche le iniziative politiche che avevano suscitato speranze di successo, come la creazione dell’Istituto Italiano di Tecnologie, ben dotato di risorse finanziarie, non sono state all’altezza delle aspettative: al più, sono state un canale che ha favorito singole carriere personali. Lo stesso va detto dei tanti e pur lodevoli Istituti del CNR: non hanno vocazione industriale.

Hanno funzionato bene le tante leggi di incentivazione, dalle “Tremonti” alle “Sabatini”, che sostanzialmente hanno agevolato gli investimenti in macchinari moderni e la digitalizzazione dei processi produttivi, amministrativi e commerciali, ma di vera innovazione c’è stato poco.

Anche le commesse pubbliche, fatta qualche timida eccezione per quelle nel campo degli armamenti, puntano ad economizzare sulla spesa piuttosto che ad ottenere prodotti e servizi fortemente innovativi. In genere, si tratta della automazione delle procedure amministrative.

I Fondi di investimento, chiusi o aperti, hanno obiettivi chiari di rendimento e limiti precisi di rischio; le Banche d’affari hanno un business chiaro nelle operazioni di finanza straordinaria; i Family Office nascono per la gestione professionale di asset produttivi preesistenti; ed anche i Greenfield sono praticamente gli investimenti in mercati nuovi da parte di operatori consolidati.

Quello che davvero manca in Europa è il modello di business americano che punta sull’IPO come meccanismo che consente di arricchire imprenditori e investitori attraverso questa specifica operazione finanziaria.
Dove l’innovazione non è quasi mai una business idea di un prodotto completamente nuovo, ma spesso una sfida competitiva portata a chi è già sul mercato ma ha una legacy troppo pesante in termini finanziari, tecnologici o di posizionamento.

Ma si tratta di un’impresa disperata quando da una parte le grandi imprese esistenti non vogliono affatto darsi battaglia ma si accontentano di mantenere le quote di mercato, e dall’altra parte praticamente tutte le Banche ed i Fondi di investimento sono già ampiamente impegnati, sia con finanziamenti erogati in pool che con partecipazioni azionarie anche minime, nei confronti degli operatori e delle imprese esistenti.

In Europa, il sistema industriale e finanziario è completamente bloccato, e non basta un “28° regime” normativo a schiodarlo.

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