C’è davvero ancora spazio di crescita per l’oro o il metallo prezioso è arrivato ormai a fine corsa? Ecco le previsioni di Goldman Sachs per il 2026.
I dirigenti di Goldman Sachs hanno condiviso le previsioni sul prezzo dell’oro per il 2026, rivedendo al rialzo le stime iniziali. Sembra proprio che la frenetica corsa all’oro recente abbia ancora ampi margini di apprezzamento, nonostante il raffreddamento dell’ultimo mese. Uno dei tanti cambiamenti provocati dalla guerra tra Russia e Ucraina che più di ogni altra fase di instabilità geopolitica ha ricordato l’importanza di riserve di valore slegate e riparate dall’azione degli altri Stati. Per il momento sembra quindi che la salita dell’oro non sia ancora terminata, ma anzi secondo Goldman Sachs dovremmo essere di fronte a una tendenza strutturale che durerà almeno fino alle fine del 2026.
Le previsioni di Goldman Sachs per l’oro nel 2026
Le ultime previsioni di Goldman Sachs vedono l’oro balzare fino a 4.900 dollari l’oncia entro la fine dell’anno 2026, a dispetto del calo di ottobre. Non ci sono numeri precisi ancora, ma prospettive decisamente ottimistiche e un rialzo aggiuntivo del 20% da quello attuale. Daan Struyven, co-responsabile ricerca materie prime della banca, ha condiviso una visione rialzista sostenuta principalmente dall’indebolimento del dollaro e dai bassi rendimenti per i Treasury.
I titoli di Stato statunitensi a 10 anni sono infatti scesi al 4,03%, contro il 4,77% dell’inizio dell’anno, mentre l’indice del dollaro statunitense è sceso da 109 a 99,5. L’incertezza economica, l’inflazione e l’andamento del mercato del lavoro americano hanno contribuito tanto al calo del dollaro quanto a quello del rendimento dei T-Bond Usa, rendendo l’oro ancora più appetibile, soprattutto per gli acquirenti stranieri, comprese le banche centrali.
Di fatto, il mercato del lavoro statunitense sta subendo un raffreddamento non da poco. Il tasso di disoccupazione, secondo quanto riportato dall’Ufficio federale di statistica del lavoro, ha raggiungo il 4,4% a settembre 2025, in crescente aumento rispetto al 4% di gennaio e al massimo del 3,4% toccato nel 2024. I posti di lavoro diminuiscono sempre di più, con il 40% delle aziende statunitensi che taglia il personale. In particolare, secondo lo studio di Resume, questa percentuale salirà ancora al 60% per l’anno 2026. I licenziamenti americani nel 2025 hanno superato un record decennale, mentre i nuovi occupati sono decisamente troppo bassi per compensare questa tendenza.
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Un elemento che preoccupa la Fed insieme all’inflazione, gonfiata principalmente dalle politiche commerciali dell’amministrazione Trump. L’Indice dei prezzi al consumo (Cpi) parla chiaro: a settembre l’inflazione era del 3%, mentre ad aprile (prima che buona parte dei dazi entrasse in vigore) era del 2,3%. Così, la Fed ha abbassato ancora i tassi di interesse (l’ultima riduzione di un quarto di punto percentuale è stata decisa proprio nelle riunioni di settembre e ottobre), incoraggiando le speranze di ulteriori tagli. Effettivamente, gli analisti concordano nel ritenere probabili nuove riduzioni, che inducono gli investitori all’attesa.
Intanto, resta anche il non trascurabile problema del debito pubblico Usa, che è arrivato a 38.300 miliardi di dollari a novembre 2025, crescendo rispetto ai 36.100 miliardi di dollari dell’inizio dell’anno. Per questo motivo gli investitori temono, a ragione, che le banche centrali rallentino gli acquisti, mentre l’oro è sempre più attraente. Di fatto, anche il calo di ottobre è largamente attribuibile ai tagli della Fed, che si temeva non sarebbero stati attuati a seguito delle dichiarazioni del presidente Jerome Powell. Contestualmente, anche i rendimenti degli Us Treasury sono aumentati temporaneamente, ma sappiamo com’è andata a finire.
In questo contesto, i dirigenti di Goldman Sachs trovano un fertile supporto al commercio dell’oro, con previsioni che arrivano quasi a 5.000 dollari l’oncia. Nonostante l’aumento del 60% di questo 2025, il rally dell’oro non sembra ancora essere arrivato a fine corsa, anche perché non ci sono rassicurazioni abbastanza solide da far diminuire la presa sui beni rifugio.
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