Assunta come assistente amministrativa a Bergamo, ha lavorato solo sei giorni. Mentre risultava in malattia, però, dirigeva una scuola privata in Calabria.
La Corte dei Conti ha condannato una donna di 51 anni a restituire 56mila euro all’Ufficio Scolastico regionale, soldi percepiti grazie a un doppio lavoro. Mentre era stata assunta come assistente amministrativa in una scuola pubblica di Bergamo, dirigeva anche una scuola privata in un piccolo Comune della Calabria.
A Bergamo, però, in nove mesi di contratto, si era presentata sul posto di lavoro solo per sei giorni. Per il resto dell’anno risultava assente per una presunta malattia. L’assenza, in realtà, era solo una copertura, perché la 51enne calabrese lavorava nel frattempo come direttrice in una scuola primaria privata nel suo paese d’origine.
La conclusione delle indagini a suo carico e la scoperta di una finta malattia hanno fatto emergere un danno erariale notevole che è costato caro alla dipendente pubblica.
Dipendente pubblica e dirigente in una scuola privata: il doppio lavoro della 51enne
La protagonista di questa vicenda è una dipendente pubblica di 51 anni, originaria della Calabria, che era stata assunta come assistente amministrativa in una scuola di Bergamo. Il suo contratto copriva l’arco temporale tra il 1° settembre 2021 e il 12 giugno 2022, ma di fatto la lavoratrice si è presentata in servizio solo sei giorni, richiedendo un lungo periodo di malattia a causa di una “grave patologia invalidante”.
La lunga assenza, secondo le indagini, non corrispondeva alla realtà dei fatti. In quei lunghi mesi di “malattia”, infatti, la 51enne risultava indisponibile per l’amministrazione scolastica lombarda, ma al contempo svolgeva l’attività di direttrice in una scuola primaria privata situata in un comune della provincia di Reggio Calabria, territorio di cui è originaria.
Ciò significa che, mentre percepiva lo stipendio nella scuola privata, godeva anche del periodo di lunga malattia presso l’istituto pubblico bergamasco. Un danno erariale che è stato presto scoperto dalla sezione lombarda della Corte dei Conti, che ha costretto la donna a risarcire l’Ufficio Scolastico.
Le indagini e il maxi risarcimento
La Corte dei Conti, accogliendo la ricostruzione della Procura erariale, ha ritenuto la condotta della donna gravemente lesiva per le casse pubbliche, quantificando in 56mila euro il danno subito dall’Ufficio Scolastico regionale. Proprio questa è la somma che la donna dovrà risarcire.
Secondo i giudici, la lunga assenza per malattia era ingiustificabile per due motivi:
- la certificazione medica che attestava una presunta “grave patologia” era ritenuta ideologicamente falsa;
- la dipendente, inoltre, pur risultando assente dal lavoro a Bergamo, continuava a svolgere un’attività lavorativa stabile e continuativa in un altro istituto scolastico, seppur privato.
Le indagini hanno quindi fatto emergere la verità dei fatti: la donna non soffriva di alcuna grave patologia tale da determinare una lunga assenza dal lavoro o da impedire lo svolgimento delle mansioni di segreteria amministrativa che avrebbe dovuto svolgere presso l’istituto lombardo. Lo stesso certificato medico, poi risultato falso, prevedeva l’assunzione di un farmaco salvavita, ma non prevedeva l’obbligo di permanenza nell’abitazione di residenza e nemmeno il ricorso a cure in strutture sanitarie.
A rafforzare queste ipotesi c’era anche il doppio lavoro: mentre la donna era assente a Bergamo, risultava attiva e perfettamente in salute nella scuola privata calabrese, dove esercitava quotidianamente funzioni di elevata responsabilità.
La sentenza dei giudici
Le indagini della Guardia di Finanza si sono svolte tramite appostamenti e accertamenti, che hanno evidenziato la presenza quotidiana della donna presso l’istituto privato calabrese, dove il suo ruolo si poteva ricondurre alla titolarità dell’istituto stesso.
In un passaggio della sentenza, si sottolinea proprio questa incompatibilità tra le due posizioni lavorative: nonostante l’attestazione di una grave malattia invalidante, la donna “fraudolentemente svolgeva attività lavorativa continuativa, espletando mansioni di particolare impegno personale e responsabilità”.
La Corte dei Conti ha quindi constatato un grave danno erariale legato all’assenteismo e ha agito tutelando le risorse pubbliche. Non solo la donna ha presentato un certificato medico falso, ma ha anche svolto una doppia attività lavorativa non dichiarata incassando denaro senza pagare tasse.
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