Nell’economia globale i dati personali sono diventati la risorsa più contesa: alimentano modelli di business miliardari, orientano le scelte dei consumatori e persino le strategie politiche degli Stati. Ogni ricerca online, ogni acquisto digitale, ogni like lasciato sui social contribuisce a generare valore, trasformandosi in materia prima per le grandi piattaforme tecnologiche e per interi settori industriali. Ogni azione online genera un’impronta informativa: un clic, una ricerca, un acquisto, un post sui social. Nel loro insieme, questi dati hanno un valore economico enorme.
Nel 2017 il World Economic Forum stimava che l’economia dei dati valeva già oltre 3.000 miliardi di dollari a livello globale (“The value of data”- WEF).
Un report dell’ONU del 2018 (Dipartimento per gli affari economici e sociali dell’ONU - “Data economy: path to prosperity or a dystopian future?”) affermava che il valore sarebbe cresciuto fino a 4.000 miliardi di dollari già nel 2020.
In epoca più recente la Commissione Europea valuta che Il valore dell’economia dei dati nell’UE-27 arriverà a €829 miliardi nel 2025.
Secondo la World Bank (da analisi fatta dall’ L’IDCA-International Data Center Authority - un organismo internazionale, con sede negli Stati Uniti) l’economia digitale — di cui i dati sono la linfa vitale — rappresenta oggi il 15% del PIL mondiale, ovvero circa 16.000 miliardi di dollari.
Questi numeri non sono mere statistiche: raccontano una trasformazione profonda, in cui i dati sono diventati un vero e proprio asset di investimento globale e cresce ad un ritmo più rapido di qualunque altra industria.
“Dai click al capitale”: come i dati personali diventano ricchezza
I dati personali generano valore perché consentono alle imprese di trasformare informazioni apparentemente frammentarie — come abitudini di consumo, geolocalizzazione, preferenze di acquisto, interazioni online — in asset economici ad alto rendimento. Ogni volta che un utente naviga sul web, utilizza un’app o effettua un pagamento digitale, produce tracce digitali che vengono raccolte, elaborate con algoritmi e poi rivendute o integrate in strategie di business. Le piattaforme digitali monetizzano questi dati in vari modi: li impiegano per perfezionare la pubblicità mirata (come avviene con Google e Meta, che ricavano la quasi totalità dei loro ricavi dalle inserzioni pubblicitarie), per affinare i sistemi di pricing dinamico (Amazon e compagnie aeree regolano i prezzi in base al comportamento degli utenti), o per sviluppare nuovi prodotti e servizi basati sull’analisi predittiva. Nei mercati finanziari, i dati personali alimentano modelli di credit scoring alternativi, in cui oltre ai dati bancari tradizionali vengono utilizzate informazioni su spese quotidiane e comportamenti digitali. Nella Sanità, i dati biometrici raccolti da wearable e app di fitness vengono trasformati in informazioni preziose per compagnie assicurative e case farmaceutiche. Nel settore dei media e dell’informazione, quotidiani online, televisioni e piattaforme di streaming raccolgono dati sugli articoli letti, i programmi guardati e i tempi di permanenza, utilizzandoli per personalizzare i contenuti, fidelizzare gli abbonati e vendere pacchetti pubblicitari sempre più mirati. In sintesi, la monetizzazione avviene attraverso la trasformazione dei dati in insight commerciali, che possono essere venduti, sfruttati direttamente dalle aziende o incorporati in sistemi di intelligenza artificiale che trattano enormi masse di informazioni. Questa evoluzione crea conseguentemente nuove opportunità di investimento sia per il mondo retail che per quello professionale, offrendo possibilità di diversificazione e accesso a mercati in rapida espansione. ETF e fondi tematici dedicati a Big Data, Intelligenza Artificiale, cloud computing e cybersecurity rappresentano asset di allocazione del risparmio anche per chi non dispone di grandi capitali. Ma anche il venture capital può indirizzarsi su startup attive nell’analisi dei dati, nelle piattaforme di cloud computing e nei sistemi di intelligenza artificiale.
Big Tech e oltre: i settori che trasformano i dati in valore economico
Le Big Tech statunitensi rappresentano l’esempio più evidente di come i dati possano essere trasformati in asset finanziari di enorme valore. Google (Alphabet) genera la maggior parte dei suoi ricavi attraverso la pubblicità digitale basata sulla profilazione degli utenti, raccogliendo informazioni da ricerche, video guardati su YouTube e percorsi su Google Maps, costruendo un vastissimo archivio di preferenze e comportamenti. Allo stesso modo, Meta (Facebook, Instagram, WhatsApp) ha costruito un impero sul micro-targeting pubblicitario, con ricavi nel 2023 superiori a 134 miliardi di dollari grazie alla capacità di proporre inserzioni estremamente personalizzate. Amazon sfrutta i dati relativi agli acquisti, alle ricerche e agli assistenti vocali (Alexa) per ottimizzare il proprio ecosistema di e-commerce e servizi cloud, mentre Apple, pur ponendo l’accento sulla privacy, sviluppa strategie basate sul controllo dei dati attraverso il suo ecosistema chiuso, dall’ App Store a iCloud e Apple Pay. Ma l’impatto dei dati non si limita alla pubblicità digitale: sono ormai fondamentali in numerosi settori chiave. Nella sanità e nel biotech, i big data hanno accelerato lo sviluppo di vaccini, come nel caso di Pfizer-BioNTech, mentre aziende di genomica come 23andMe (società statunitense di biotecnologia fondata nel 2006) monetizzano i dati genetici vendendoli a società farmaceutiche. Nel settore finanziario, le banche impiegano algoritmi per valutare il rischio di credito e le fintech analizzano transazioni e comportamenti per offrire microprestiti personalizzati, mentre le assicurazioni, come Progressive negli Stati Uniti, utilizzano dati telematici per tariffe auto su misura. Nel retail e nell’e-commerce, player come Zalando e JD.com sfruttano i dati per ottimizzare logistica, marketing e customer experience. Settori come energia e utilities utilizzano le informazioni raccolte dai contatori intelligenti per migliorare la gestione della domanda e ridurre gli sprechi, mentre trasporti e mobilità si basano sui dati in tempo reale: Uber e Lyft ottimizzano servizi e percorsi, e case automobilistiche come Tesla raccolgono dati telemetrici dai veicoli per sviluppare sistemi di guida autonoma. Perfino la pubblica amministrazione trae vantaggio dai dati: in Estonia i servizi digitali permettono ai cittadini di gestire quasi tutto online, dal pagamento delle tasse al voto, mostrando come l’economia dei dati stia ormai permeando ogni aspetto della società.
Il rovescio della medaglia: il caso ePrice e Intesa
Nel marzo 2025, ePrice, uno dei principali portali di e-commerce italiani specializzato in elettronica di consumo, è stato vittima di un attacco informatico che ha compromesso i dati personali di circa 6,8 milioni di utenti. L’incidente è stato scoperto dall’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale (ACN). I dati rubati, tra cui nomi, cognomi, indirizzi email, numeri di telefono e cronologia degli acquisti, sono stati successivamente messi in vendita su un forum del dark web, BreachForum, da un utente con pseudonimo di “Alcxtraze”. Fortunatamente, le informazioni finanziarie sensibili, come i numeri delle carte di credito e le credenziali di accesso, non sembrano essere state compromesse. Tuttavia, la fuga di dati personali può comunque comportare rischi significativi, tra cui il furto di identità, phishing mirato e altre forme di frode online.
In risposta all’incidente, ePrice ha attivato un team di esperti in sicurezza informatica per gestire la situazione e ha inviato comunicazioni ai clienti coinvolti, consigliando di aggiornare le password e di prestare attenzione a eventuali comunicazioni sospette . L’azienda ha inoltre avviato un’indagine per determinare le modalità dell’attacco e rafforzare le proprie misure di sicurezza.
Nel 2024, un dipendente di Intesa Sanpaolo ha abusato del suo accesso autorizzato per visionare i dati di circa 3.500 clienti, tra cui figure politiche di spicco come la Premier Giorgia Meloni e l’ex Presidente del Consiglio Mario Draghi. Sebbene non vi sia stato un furto di dati, l’incidente ha sollevato preoccupazioni sulla protezione dei dati sensibili all’interno delle istituzioni finanziarie
Dati senza confini: rischi, controlli e tutela della privacy a livello globale
Regolare la raccolta e l’utilizzo di dati personali rappresenta una sfida senza precedenti: si tratta di un asset intangibile, che supera confini nazionali e circola rapidamente tra piattaforme, governi e aziende, rendendo complessa l’armonizzazione tra tutela dei cittadini e sviluppo economico.
In Europa, l’approccio privilegiato è quello della protezione della privacy e della crescita del mercato unico dei dati. Il GDPR (General Data Protection Regulation - Regolamento UE 2016/679), in vigore dal 2018, è considerato la normativa più avanzata al mondo in materia di protezione dei dati, imponendo il consenso esplicito, il diritto all’oblio e severe sanzioni in caso di violazioni. A questo si aggiungono il Data Governance Act (regolamento dell’Unione Europea approvato nel 2022) e il Data Act (adottato dall’UE nel 2023 e pienamente in vigore dal 12 settembre 2025), che favoriscono la condivisione dei dati tra pubblico e privato, garantendo trasparenza e limiti chiari.
Negli Stati Uniti, invece, i dati sono considerati principalmente un asset da monetizzare, con normative più leggere. Il CCPA (California Consumer Privacy Act, legge sulla privacy dei consumatori della California entrata in vigore nel 2020) permette ai cittadini di sapere quali informazioni vengono raccolte e di richiederne la cancellazione, ma il suo impatto resta limitato rispetto al GDPR europeo. Il modello americano garantisce grandi profitti, ma espone cittadini e imprese a maggiori rischi di violazioni della privacy, come dimostrato dal caso Cambridge Analytica. La società si procurava – tramite un’app di quiz apparentemente innocua sviluppata – i dati personali di circa 87 milioni di utenti Facebook in tutto il mondo. I dati sono stati usati per costruire profili psicometrici estremamente dettagliati, con l’obiettivo di influenzare il comportamento elettorale tramite campagne di pubblicità mirata e manipolativa.
La Cina, infine, ha sviluppato un modello in cui i dati sono al tempo stesso motore economico e strumento di governance. Colossi come Alibaba, Tencent e ByteDance raccolgono enormi quantità di informazioni per alimentare e-commerce, pagamenti digitali e social network, mentre lo Stato mantiene un forte controllo sull’accesso ai dati attraverso il PIPL (Personal Information Protection Law), la prima legge organica sulla privacy del Paese. L’esempio più controverso è il Social Credit System, dove i comportamenti dei cittadini vengono monitorati e valutati, mostrando come i dati possano essere utilizzati anche per consolidare il potere politico.
In sintesi, la regolamentazione dei dati a livello globale si muove tra opportunità economiche, rischi per la privacy e strumenti di controllo: ogni modello nazionale riflette un diverso equilibrio tra innovazione, tutela dei diritti e sicurezza, evidenziando quanto sia complesso governare un asset digitale senza confini.
Per migliorare la regolamentazione a livello globale, sarebbe auspicabile:
• Armonizzare le normative: Creare standard internazionali che facilitino la cooperazione tra paesi e garantiscano una protezione uniforme dei dati personali.
• Rafforzare l’applicazione delle leggi: Dotare le autorità di regolamentazione di risorse adeguate e poteri per applicare efficacemente le leggi esistenti.
• Promuovere la trasparenza e la responsabilità: Incoraggiare le aziende a essere più trasparenti nelle loro pratiche di raccolta e utilizzo dei dati e a rendere conto delle loro azioni.
• Equilibrare la protezione della privacy con l’innovazione: Trovare un equilibrio tra la protezione dei dati personali e la promozione dell’innovazione tecnologica.
Consenso debole e controlli sui cookie in Italia
In Italia il tema del consenso al trattamento dei dati personali online, in particolare attraverso i cookie, è al centro di un’intensa attività di controllo da parte del Garante della Privacy, che negli ultimi anni ha aperto diverse istruttorie e adottato provvedimenti contro siti e piattaforme non conformi. Le tipologie più frequenti di pratiche illegali hanno riguardato:
1. “Dark patterns” nei banner di consenso
Molti siti usano interfacce grafiche volutamente ingannevoli (i cosiddetti dark patterns) per spingere l’utente ad accettare tutto senza leggere, ad esempio: un pulsante verde grande con scritto “Accetta”, e link minuscolo, quasi nascosto, per rifiutare; opzioni di personalizzazione complicatissime, che richiedono decine di click, contro un solo click per acconsentire. Il risultato è che spesso la maggioranza degli utenti dà il consenso senza una reale scelta informata.
2. “Cookie wall” illegali o borderline
Alcuni siti impediscono di accedere ai contenuti se non si accettano i cookie di profilazione. Questa pratica è stata criticata dalle autorità di controllo (es. Garante Privacy in Italia, CNIL in Francia), perché non rispetta il principio di consenso libero previsto dal GDPR . Diversi portali di news sono stati multati in Francia perché non consentivano di leggere gli articoli senza “pagare” con i propri dati.
3. Condivisione dei dati con terze parti opache
Spesso, anche quando l’utente accetta solo i “cookie essenziali”, i siti trasferiscono dati a terze parti (es. tracker pubblicitari o piattaforme di analytics). Nel 2022 il Garante Privacy italiano ha aperto procedimenti contro siti che integravano Google Analytics senza adeguate misure, perché i dati finivano negli USA, violando le norme del GDPR sulla trasferibilità dei dati extra-UE.
4. Consenso unico per più finalità
L’utente dovrebbe poter decidere separatamente (es. pubblicità personalizzata, newsletter, condivisione con partner commerciali). Molti siti invece chiedono un consenso “globale”, non distinguendo le finalità: questo è stato considerato scorretto da varie authority, perché rende impossibile un controllo consapevole.
5. Revoca del consenso difficoltosa
Un altro punto debole è la revoca del consenso che dovrebbe essere facile almeno quanto darlo. Nella pratica quasi nessun sito offre la stessa semplicità. Per disattivare i cookie spesso servono percorsi tortuosi nei menù.
La procedura di consenso, così come applicata oggi, spesso non garantisce una tutela reale ma funziona come una formalità burocratica che scarica sull’utente la responsabilità. Le autorità europee stanno cercando di rafforzare i controlli, ma il gap tra norme e prassi quotidiana rimane enorme.
In alcuni procedimenti l’Autorità ha optato per ammonimenti anziché sanzioni pecuniarie, a fronte della collaborazione delle aziende e della rapida correzione delle irregolarità, ma le multe previste dal GDPR e dalla normativa nazionale restano pesanti: da 6.000 a 120.000 euro per violazioni sui cookie, con possibilità di arrivare fino a 20 milioni di euro o al 4% del fatturato globale in caso di infrazioni più gravi. Questi interventi dimostrano come il consenso, spesso ridotto a un click frettoloso su un banner, sia in realtà un pilastro della protezione dei dati personali e un terreno su cui si gioca l’equilibrio tra modelli di business digitali e tutela dei diritti degli utenti.
Innovazione e privacy: l’equilibrio che deciderà il futuro dei mercati
L’economia dei dati rappresenta oggi una delle frontiere più strategiche e controverse della globalizzazione: un asset intangibile capace di generare ricavi miliardari e trasformare interi settori – dalla sanità alla finanza, dall’informazione alla mobilità – ma al tempo stesso esposto a rischi crescenti di abuso, cyber-attacchi e distorsioni di mercato. Mentre negli Stati Uniti prevale un approccio improntato alla monetizzazione e in Cina i dati diventano anche uno strumento di governance politica, l’Europa cerca di bilanciare crescita economica e tutela dei diritti attraverso normative avanzate come il GDPR e il Data Act.
Per gli investitori, retail e professionali, si aprono nuove opportunità in fondi tematici, startup tecnologiche e corporate data-driven, ma il valore reale di questi asset dipenderà dalla capacità di costruire regole chiare, sistemi di sicurezza più solidi e un equilibrio sostenibile tra innovazione e protezione della privacy. In un mondo in cui le informazioni private valgono quanto e più delle risorse tradizionali, la vera sfida sarà riuscire a trasformare i dati in motore di sviluppo senza sacrificare la fiducia dei cittadini né la stabilità dei mercati.