Un aumento del prezzo dell’oro è un sintomo classico dei momenti di grave crisi internazionale: non c’è nulla di strano, quindi, che da parecchi mesi gli investitori stiano cercando di coprirsi dal rischio di un aggravarsi delle tensioni politiche e militari che avrebbero come inevitabile conseguenza la caduta dei corsi azionari delle principali Borse.
Come se non bastasse, gli indici azionari sono in crescita continua dopo la fine della pandemia, trainati a Wall Street dall’andamento simbiotico delle quotazioni delle aziende legate tra di loro dallo sviluppo dei sistemi basati sull’Intelligenza artificiale: un complesso sistema di investimenti, di finanziamenti e di acquisti lega fra di loro i costruttori dei chip specializzati, i produttori dei sistemi hardware, i gestori dei sistemi che sfrutteranno le soluzioni legate allo sviluppo dell’AI. Mentre le quotazioni di queste imprese che sono salite a livello stellare, il resto del listino va stentatamente al rimorchio: con la conseguenza che, in generale, si registra una pesante caduta del rapporto tra prezzi e dividendi.
Non c’è solo la preoccupazione per la bolla dei valori delle imprese legate allo sviluppo dell’AI che sono quotate a Wall Street, ma anche quella che deriva dalla crescente divaricazione delle prospettive di business. Sono in difficoltà le imprese che producono prodotti di largo consumo per le famiglie: i consumatori sono esausti, e le vendite non vanno affatto per il verso giusto.
Il quadro si fa ancora più complesso per via della forte svalutazione registrata dalla valuta americana rispetto a tutte le altre principali: è stata una perdita secca per gli investitori in titoli e bond denominati in dollari, che si è resa necessaria insieme al violento incremento dei dazi sulle importazioni di merci, per cercare di riequilibrare la bilancia commerciale statunitense.
Da ultimo, c’è il dato relativo all’andamento crescente del debito federale americano, con l’onere per gli interessi che è arrivato al livello delle spese militari: un record preoccupante, che ha indotto lo stesso Presidente Donald Trump ad intervenire pesantemente sulla Fed affinchè riducesse velocemente i tassi ufficiali. È una boccata d’ossigeno che serve a tutti.
Le conseguenze della svalutazione del dollaro si sono ripercosse negativamente sui bilanci delle Banche Centrali che hanno riserve in questa valuta, pregiata per eccellenza, insieme alle classiche detenzioni di oro: ed è stata la crescita del prezzo internazionale dell’oro a compensare il minor valore dei dollari. D’altra parte, sono stati anche gli acquisti di oro direttamente da parte di alcune Banche Centrali ad aver influito sulle sue quotazioni.
L’oro, come investimento rifugio, è tornato in auge: fin qui, tutto torna.
Ma c’è piuttosto un’altra la dinamica da mettere sotto osservazione, quella degli stablecoin ancorati al valore del dollaro: in questo caso, si registra un paradosso, quello di una fuga dal “dollaro-moneta” verso un token crypto legato al valore del dollaro, che negli Usa deve rispettare le previsioni del GENIUS Act (Guiding and Establishing National Innovation for US Stablecoins), fra cui quella di avere i titoli del Tesoro statunitense come sottostanti a garanzia. La utilizzabilità di questi stablecoin al di fuori dei canali bancari ufficiali ne garantirebbe una sorta di esenzione dai controlli tradizionali, mentre il “peg” al dollaro ne garantisce il valore, ma al prezzo di diventare dei veri e propri finanziatori del debito pubblico statunitense.
Donald Trump ha sottratto alla Fed ogni potere sulle Stablecoin emesse negli Usa, per mettere al centro del sistema il Tesoro statunitense: è sempre un sogno, quello di riconquistare il pieno controllo sul dollaro.
Dopo la Grande Crisi Finanziaria del 2008, la sfiducia nei confronti della moneta emessa dalle Banche centrali ha determinato la nascita delle criptovalute, il cui numero è cresciuto a dismisura e con un valore di mercato estremamente e continuamente oscillante. Gli stablecoin rappresentano un rimedio alla instabilità di questo valore, ma quelli emessi negli Usa devono avere come sottostante a garanzia il debito federale: è in questo modo che, paradossalmente, siamo passati dalla sfiducia reale nella moneta alla fiducia virtuale nel governo americano, il debitore globale di ultima istanza.