L’insediamento di Donald Trump, lo spettro di una guerra commerciale su vasta scala, l’Unione europea «intrappolata» tra Stati Uniti e Cina.
Il 2025 sarà l’anno della verità per Bruxelles, chiamata a bilanciare i suoi rapporti (non solo economici) tra Washington e Pechino. Dopo le tariffe sulle auto elettriche cinesi da parte dell’Ue, in molti si chiedono cosa succederà tra il Vecchio Continente e il Dragone.
Per saperne di più abbiamo intervistato Gabriele Manca, editor dell’Ispi ed esperto dei rapporti tra Unione europea e Cina.
Cosa succede sul fronte economico tra Cina e Unione europea?
Oggi l’Unione europea si approccia alla Cina - dal punto di vista economico e non solo - come lo si fa con un attore che viene considerato più alla stregua di un rivale sistemico che non di un partner. Dal 2019 in poi, infatti, Pechino è vista da Bruxelles sotto tre diverse lenti, ovvero come partner, competitor e rivale sistemico. In questi anni, inoltre, ci sono stati anche eventi - come la pandemia e la guerra in Ucraina - che hanno spinto le relazioni Ue-Cina soprattutto sulla dimensione della rivalità. In termini pratici, questo si è tradotto con la comparsa del concetto di de-risking.
Che cosa si intende?
Di recente l’Unione europea ha iniziato ad adottare una politica di de-risking nei confronti della Cina. Lo si è capito bene nel 2023, quando Bruxelles ha reso esplicito questo modus operandi volto a ridurre la dipendenza dal Dragone in determinati settori strategici, oltre che a tutelarsi da un export cinese sempre più aggressivo. A proposito di esportazioni, nel 2024 la Cina ha accumulato un surplus commerciale che si aggira intorno al trilione di dollari: una cifra incredibile che ci spiega come, nonostante Pechino abbia intrapreso un percorso per rendere il suo modello produttivo meno dipendente dell’export, le esportazioni siano ancora fondamentali nel meccanismo economico del gigante asiatico.
E questo che ripercussioni ha sull’Ue?
L’export cinese mette sotto pressione l’economia europea. Il motivo è presto detto: le esportazioni cinesi sono molto competitive e riguardano settori fondamentali per l’economia del continente come quello dell’automotive (non a caso, il primo settore colpito dalle tariffe europee è stato proprio quello delle auto made in China). In generale, a partire dal 2013 l’Europa ha iniziato un percorso per raggiungere la sicurezza economica, dotandosi di strumenti come il meccanismo di screening degli investimenti esteri diretti, il regolamento sulle sovvenzioni estere e lo strumento anti coercizione. Per un insieme di ragioni, economiche e politiche, la Cina è diventata oggi il principale focus di queste misure. Attenzione però: ciò non toglie il fatto che la Cina resti ancora il secondo partner commerciale dell’Ue dopo gli Usa, e che nel 2023 ci sia stato un commercio bilaterale tra le parti di circa 739 miliardi di dollari.
L’Unione europea è ancora dipendente dalla Cina?
L’Ue oggi risulta ancora profondamente dipendente dalla Cina. Per capirci, di quasi 10mila articoli che l’Unione europea importa da Pechino, a livello di sistema armonizzato a quattro cifre, circa il 2% di questi beni rappresenta oltre il 50% delle importazioni totali dell’Ue in quelle categorie. Il punto è che, se parliamo di prodotti come i passeggini per bambini, non è un problema il fatto che Bruxelles ne importi circa il 98% dalla Cina. Il problema sorge se parliamo di altro, come input necessari per la transizione verde o le terre rare. In definitiva, l’Ue si trova ancora in una situazione in cui è profondamente legata alla Cina.
Il 2025 rischia di essere un anno geopolitico di fuoco. Cosa potrebbe accadere nel corso dei prossimi 12 mesi alle relazioni – non solo economiche ma anche diplomatiche - tra Bruxelles e Pechino?
Per l’Ue sarà un anno, per molti versi, della verità. L’arrivo di Donald Trump alla presidenza Usa aggiunge tanta altra carne al fuoco. Sicuramente il tycoon continuerà a pressare i Paesi europei affinché aumentino il loro contributo all’interno della Nato e nel loro supporto all’Ucraina. Allo stesso tempo, l’Ue si troverà in mezzo ad uno scontro sistemico tra Washington e Pechino. È ancora da capire come si evolveranno le tensioni, perché Trump è imprevedibile. Se, però, The Donald dovesse decidere di imporre delle tariffe, queste colpiranno l’export europeo, la maggior parte del quale è diretto proprio verso gli Stati Uniti. Le tariffe, inoltre, potrebbero colpire l’Ue anche in modo indiretto. Nel momento in cui Trump decidesse, infatti, di imporle per qualsiasi tipo di bene con al proprio interno componenti di tecnologia cinese, questa mossa andrebbe ad impattare in maniera rilevante gli affari europei perché l’Ue è profondamente integrata nelle catene del valore con la Cina.
Perché è così difficile per l’Ue mantenere un equilibrio nelle relazioni con Stati Uniti e Cina?
Per quanto l’Ue, oggi, abbia una politica abbastanza indipendente e delineata nei confronti della Cina - il de-risking, una versione più soft e razionale rispetto al decoupling - Trump potrebbe spingere affinché ci sia un disaccoppiamento sempre più forte. Ciò che potrebbe fare la differenza nei rapporti tra Pechino e Bruxelles sarà l’evolversi della guerra in Ucraina, forse il fattore che più ha contribuito a rovinare le relazioni sino-europee. In ogni caso, penso che l’Ue stia in parte riuscendo a mantenersi in equilibrio tra le due superpotenze mondiali. In che modo? Portando avanti il citato de-risking.
Quali sono per Bruxelles i vantaggi e gli svantaggi insiti nel rafforzamento dei suoi rapporti economici con Pechino?
In generale, Bruxelles e Pechino sono due attori profondamente integrati, ed essendo anche due dei principali attori economici a livello globale, la loro cooperazione va oltre i singoli interessi. Prendiamo il cambiamento climatico: partendo da qui l’Ue ha abbracciato un percorso di transizione verde che appare irreversibile. È però impensabile percorrere questa strada senza la Cina, che controlla circa il 60% degli elementi alla base della produzione della tecnologia green come le terre rare, e circa il 90% della loro raffinazione. Lo stesso vale anche per diversi prodotti finiti, come le batterie e le turbine eoliche, quasi tutte importate in Europa dalla Cina. Insomma: uno degli obiettivi dell’Ue dipende dal Dragone. E ancora: la tecnologia cinese ha dei costi competitivi, e il vantaggio è che includere Pechino nella transizione verde europea vuol dire abbassare i costi e rendere il processo più veloce. Lo svantaggio è che una simile dipendenza rappresenta anche un problema, visto che la Cina è sempre più un attore in contrasto con gli interessi europei di autonomia strategica. Prendiamo, poi, il dossier delle auto elettriche: sono diventate oggetto delle tariffe perché l’export cinese di Ev made in China impatta su un settore chiave per la competitività dell’industria europea. Se, infatti, da un lato le auto elettriche cinesi costano meno, e quindi sono un vantaggio perché possono spingere più persone ad acquistarle favorendo la mobilità green, allo stesso tempo mettono a rischio un fiore all’occhiello dell’industria Ue, l’automotive appunto, che impiega nel continente circa 14 milioni di persone (direttamente o indirettamente), il 6% dell’occupazione totale dell’Ue.
L’Ue ha varato, come detto, dazi sulle auto elettriche cinesi. Pechino ha ripagato con la stessa moneta colpendo settori strategici di vari Paesi europei. Rischiamo un’escalation commerciale?
Parlare di guerra commerciale, oggi, non è del tutto corretto ed è abbastanza esagerato. Tutto, per ora, è infatti avvenuto all’interno del quadro del WTO. Ovviamente quella delle auto elettriche è stata un’indagine diversa dal solito, avvenuta cioè senza partire dalle lamentele di un’azienda europea ma per iniziativa della Commissione europea, ma rimasta nell’alveo della richiamata WTO. Anche le reazioni cinesi si sono concretizzate in classiche misure anti dumping. Effettivamente, però, lo spettro di una guerra commerciale – che non si è ancora fortunatamente concretizzata - esiste e spaventa tanto l’Ue quanto la Cina.