Dall’UE piovono multe sul settore auto in crisi. Ecco quanto pagheranno i costruttori

Redazione Money Premium

29 Novembre 2024 - 06:36

Secondo Citigroup, i profitti operativi complessivi delle case automobilistiche europee potrebbero scendere dagli 89 miliardi di euro del 2023 a circa 60 miliardi di euro nel 2024.

Dall’UE piovono multe sul settore auto in crisi. Ecco quanto pagheranno i costruttori

L’industria automobilistica europea sta affrontando una delle sue fasi più critiche, intrappolata in una combinazione di sfide che mettono a dura prova la sua resilienza economica e strategica.

Tra i fattori principali che contribuiscono a questa situazione vi sono la stagnazione della domanda interna, la flessione delle vendite di veicoli elettrici (EV), la feroce concorrenza dei produttori cinesi, una persistente sovraccapacità produttiva e il crollo dei profitti. Come se non bastasse, all’orizzonte si profila un ulteriore onere: il rischio di miliardi di euro in multe per non aver rispettato i rigidi obiettivi europei sulle emissioni di CO₂.

L’Unione Europea impone ai produttori di auto di ridurre le emissioni medie di CO₂ dei veicoli venduti del 15% entro il 2025, fissando un limite di 95 g/km per l’intero settore. Tuttavia, la situazione attuale è lontana dal target: nel 2023, l’auto media venduta in Europa emetteva 107 g/km, secondo il International Council on Clean Transportation. Questo deficit di 12 g/km, calcolato su circa 11 milioni di veicoli venduti, potrebbe tradursi in multe per un totale di 12,5 miliardi di euro (95 euro per grammo eccedente per ogni veicolo).

Questa prospettiva risulta particolarmente gravosa per un settore in declino in termini di redditività. Secondo Citigroup, i profitti operativi complessivi delle case automobilistiche europee potrebbero scendere dagli 89 miliardi di euro del 2023 a circa 60 miliardi di euro nel 2024. Volkswagen, in particolare, è indicata come l’azienda più esposta ai rischi di regolamentazione sul CO₂, rendendo la situazione ancora più critica.

Un elemento cruciale nella lotta per la conformità ai target di emissione è rappresentato dai veicoli elettrici. Tuttavia, le vendite di EV in Europa stanno rallentando. La penetrazione degli EV nel mercato è ostacolata da fattori come prezzi elevati, infrastrutture di ricarica insufficienti e incentivi inadeguati. Questo porta a una situazione paradossale: mentre i produttori tentano di accelerare la transizione verso l’elettrico, devono bilanciare i costi associati con il rischio di perdere margini sui veicoli tradizionali.

Una possibile soluzione, almeno nel breve termine, è «aggiustare» il portafoglio prodotti, eliminando i modelli più inquinanti e lanciando EV più economici. Tuttavia, questa strategia rappresenta una scelta tra due mali: subire un impatto negativo sui margini o pagare le multe per il superamento dei limiti di CO₂. In ogni caso, si tratta di un dilemma che mina la sostenibilità finanziaria dell’industria.

A complicare ulteriormente il quadro, la concorrenza globale si fa sempre più intensa. I produttori cinesi, grazie a un vantaggio competitivo su costi e tecnologia, stanno conquistando rapidamente quote di mercato, soprattutto nel segmento EV. Parallelamente, i colossi statunitensi come Tesla continuano a dominare il settore con una capacità d’innovazione e di produzione di massa che lascia indietro molti marchi europei.

Questa situazione rappresenta non solo una minaccia economica, ma anche una sfida strategica per l’Europa, che rischia di perdere il suo tradizionale primato nell’industria automobilistica. Con circa 13 milioni di posti di lavoro direttamente o indirettamente legati al settore, la posta in gioco va ben oltre le performance aziendali.

Mentre i governi cercano di spingere la transizione ecologica attraverso normative stringenti, i produttori si trovano schiacciati tra l’esigenza di innovare e i limiti imposti dalla loro capacità finanziaria.
L’industria automobilistica europea si trova a un bivio. Le decisioni prese nei prossimi anni avranno implicazioni profonde, non solo per le singole aziende ma per l’intero ecosistema economico del continente.