In questi giorni si è riacceso il dibattito sull’ennesimo strumento di indebitamento europeo, il cosiddetto fondo SAFE (Security Action for Europe): programma da 150 miliardi di euro con cui la Commissione europea raccoglierà risorse sui mercati per concedere prestiti agli Stati membri destinati esclusivamente agli investimenti nella difesa.
Il ministro degli esteri Tajani ha da poco dichiarato che l’Italia chiederà circa 14,9 miliardi, salvo poi rettificare che quella è la cifra massima, entro l’anno si saprà l’effettiva entità della richiesta del governo italiano.
Per anni la parte moderata dell’attuale maggioranza ha sostenuto che i prestiti europei non fossero un regalo, ma semplice debito da restituire. L’altra parte, da FDI alla Lega, invece, ha sempre sostenuto che fossero pari ad un cappio al collo dovuto alle condizionalità. E non solo l’arcinoto Recovery Fund o PNRR, di si viglia: sul banco degli imputati erano fino anche i prestiti SURE (Support to mitigate Unemployment Risks in an Emergency). Questi ultimi erano finanziamenti legati alle politiche dell’occupazione durante il periodo covid, ed avevano un funzionamento pressoché identico all’attuale prestito SAFE. Alcuni senatori della Lega, nell’attuale legislatura, presentarono infatti un’interrogazione al Governo chiedendo di rendere pubblico il loan agreement e sottolineando che SURE è un prestito di cui occorre conoscere tassi effettivi, le scadenze e le garanzie prestate dall’Italia.
Anche in quel caso, la giustificazione dell’utilizzo di quei fondi era la convenienza economica legata al minor tasso di interesse del prestito UE rispetto ai tassi del BTP italiani. Argomentazione che viene ripresa in pompa magna anche oggi: sul Corriere della Sera – ad esempio – Fubini si spertica nelle lodi del prestito SAFE parlando di risparmi fino a 6,5 miliardi se il prestito si estendesse per 55 anni. Queste idiozie sono già state smentite ottimamente dal giornalista economico Giuseppe Liturri. In primis è impossibile determinare lo spread che ci sarà tra 5, 10 o 15 anni tra i BTP ed i tassi europei, proprio perché la UE andrà a finanziarsi sui mercati con finanziamenti a breve termine che andranno rifinanziati di volta in volta, col rischio che ne consegue di aumento dei tassi. In secondo luogo, il capitale si rimborsa in 70 quote semestrali costanti. Le fantasmagoriche cifre di 6,5 miliardi invece vengono stimati come se il capitale venisse rimborsato in un’unica soluzione finale. Ed infine non si tiene conto delle fee di finanziamento, dovute alla sovrastruttura finanziaria europea creata in questi anni, che si deve all’Europa per questa operazione, tutt’ora secretata.
Insomma, la cifra reale del risparmio potrebbe essere addirittura inferiore al miliardo, spalmato in diversi decenni.
A fronte di ciò si rimarrebbe legati mani e piedi ad un creditore scomodo, per finanziamenti che – ricordiamolo – devono essere destinati solo al settore difesa (missili, droni, cybersicurezza, ecc.) e per di più coinvolgere almeno due paesi europei.
In questo senso, gli unici a dimostrare un minimo di coerenza, almeno a parole, sembrano essere i parlamentari della Lega che in queste ore cercano di evitare il ricorso all’ennesimo vincolo finanziario europeo. Gli alleati di governo sembra abbiano tutta l’intenzione di ricorrere almeno in parte al prestito SAFE.
Perché sembra l’ennesimo distinguo solo a parole? Perché l’Italia, a differenza della Germania o di altri paesi europei che non useranno il prestito SAFE, ha già presentato il proprio National Defence Investment Plan che costituisce il primo e fondamentale passaggio formale con cui uno Stato avvia la procedura per ottenere i prestiti SAFE. Ma non solo, la Commissione ha anche già dato la propria approvazione al piano. Sul sito dedicato sono ben esposti tutti i piani nazionali.
Dunque, scaramucce a parte, il governo pare non solo intenzionato, ma anche ben avviato a legarsi per l’ennesima volta, mani e piedi, al carrozzone europeo. Pilota automatico inserito, come si suol dire.