Dal governo un nuovo schiaffo ai contratti a tempo indeterminato

Simone Micocci

20 Febbraio 2024 - 11:30

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Per tutto il 2024 la proroga del contratto a tempo determinato fino a 12 mesi può essere disposta senza dover indicare le causali. Lavoratori penalizzati dallo “schiaffo” del governo Meloni.

Dal governo un nuovo schiaffo ai contratti a tempo indeterminato

Con il decreto Milleproroghe, approvato nella giornata di lunedì 19 febbraio alla Camera, sono state confermate per tutto l’anno corrente le regole sull’eventuale proroga dei contratti a termine.

Un vero e proprio “schiaffo” ai contratti a tempo indeterminato, dal momento che per i datori di lavoro diventa più semplice prolungare un contratto a termine, rimandando così ad un secondo momento la trasformazione a tempo indeterminato.

Un passo indietro rispetto a quanto era stato previsto dal decreto Dignità che era stato voluto da Luigi Di Maio quando era ministro del Lavoro, con il governo che - per stessa ammissione fatta da Tiziana Nisini, vicepresidente della commissione Lavoro - “ha scelto di andare incontro alle richieste delle associazioni datoriali”.

Ma a che prezzo per il lavoratore?

Contratti a tempo determinato, le regole per durata e rinnovo

Le regole sul contratto a tempo determinato sono cambiate più volte negli ultimi anni. Le novità più significative sono state quelle introdotte dal decreto legge n. 87/2018, convertito dalla legge n. 96/2018, (il cosiddetto decreto Dignità) con il quale è stata data meno possibilità ai datori di lavoro di ricorrere a questa forma contrattuale al fine di provare a favorire le trasformazioni a tempo indeterminato così da garantire una maggiore stabilità al dipendente.

Tuttavia, il bilancio non è stato così positivo come si poteva pensare visto che ci sono aziende che una volta appreso di non poter proseguire con la proroga del contratto a termine hanno preferito procedere con nuove assunzioni anziché procedere alla trasformazione a tempo indeterminato.

Ed è anche per questo motivo che è intervenuto il decreto n. 48 del 2023 (decreto Lavoro), con il quale la normativa è stata resa meno severa con lo scopo di garantire al lavoratore un impiego di almeno 2 anni presso l’azienda, potendo poi aspirare con maggiori possibilità a un contratto di lavoro a tempo indeterminato vista l’esperienza maturata.

A tal proposito, a seguito delle novità introdotte con il decreto Lavoro del 2023, per i contratti a tempo determinato valgono le seguenti regole:

  • durata massima complessiva di 24 mesi;
  • obbligo della causale per il rinnovo oltre i primi 12 mesi;
  • innalzamento del contributo aggiuntivo dovuto dai datori di lavoro di uno 0,50% a ogni rinnovo.

Nel dettaglio, il rinnovo dopo i 12 mesi, ma comunque per non più di 24, diventa possibile esclusivamente:

  • nei casi previsti dai contratti collettivi di cui all’articolo 51, D.Lgs. n. 81/2015;
  • assenza delle previsioni definite dai Ccnl entro il 30 aprile 2024, per esigenze di natura tecnica, organizzativa o produttiva individuate dalle parti;
  • in sostituzione di altri lavoratori.

Queste norme possono rappresentare una via di mezzo tra chi riteneva il decreto Dignità troppo penalizzante per il datore di lavoro, con il rischio di ripercuotersi sul dipendente stesso, e coloro che invece lo hanno sempre difeso in quanto l’unica soluzione possibile per incentivare i contratti a tempo indeterminato.

Tuttavia, non tutte le suddette norme valgono anche nel 2024; per effetto di quanto disposto dal recente decreto Milleproroghe, infatti, il rinnovo fino a 24 mesi è molto più semplice di quanto disposto dalla normativa.

Contratti a tempo determinato, cosa cambia con il decreto Milleproroghe

Per tutto il 2024 il contratto a termine potrà essere rinnovato oltre i 12 mesi, ma comunque per non più di 24, senza dover necessariamente indicare le causali. L’unico passaggio è quello di prevedere nel contratto le esigenze di natura tecnica, organizzativa e produttive che giustificano la proroga.

Come potete notare nel precedente paragrafo, inizialmente tale proroga doveva cessare il 30 aprile prossimo, tuttavia il governo - per rispondere alle esigenze delle associazioni datoriali - ha ritenuto opportuno rimandare la scadenza al 31 dicembre prossimo.

Quindi, quei lavoratori con contratto a tempo determinato in scadenza dopo il 30 aprile, i quali potevano sperare nella trasformazione a tempo indeterminato, rischiano di dover rimandare un tale passaggio. Il datore di lavoro, infatti, spinto dalla possibilità di un rinnovo con meno adempimenti, potrebbe propendere per un’estensione per altre 12 mensilità, per valutare se effettivamente quel dipendente merita di una stabilizzazione in azienda (e se ci sono le condizioni per farlo).

Una decisione, quella presa dal governo, che quindi favorisce le aziende che ancora per qualche mese avranno la possibilità di rimandare le assunzioni a tempo indeterminato. A farne le spese sono però i lavoratori, per i quali il futuro lavorativo resta incerto, con tutti gli svantaggi del caso.

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