E’ di questi giorni la notizia che, con le dovute cautele, Banca Intesa sta entrando nel settore degli asset digitali come il Bitcoin, allargando l’area degli investimenti più sofisticati rappresentata finora da Etf e Future. Banca d’Italia, per parte sua, ribadisce la necessità di operare con prudenza, nell’ambito di controlli rigorosi.
Una novità assoluta, che ha ragioni precise: ad ogni azione corrisponde una reazione, un principio che non vale solo nella fisica classica ma anche in economia.
E’ stato una sorta di delirio di onnipotenza, quello che ha caratterizzato le decisioni delle Banche centrali occidentali a partire dalla Grande Crisi Finanziaria americana del settembre 2008, giustificato dalla necessità di rimediare a quella sorta di infarto, di blocco della circolazione monetaria che si era determinato sui mercati interbancari: nessuno prestava più denaro overnight, per il timore che il prenditore nascondesse la propria situazione di insolvenza mascherata da temporanea illiquidità, e potesse dunque fallire da lí a poche ore, avendo in portafoglio titoli senza più alcun valore. Né potevano assumersi questo stesso rischio le Banche centrali, che non potevano sapere che cosa si celasse come sottostante nei titoli in cui erano stati cartolarizzati i crediti che si erano rivelati di assai dubbia affidabilità.
Soprattutto in America, la Fed aveva lasciato correre il credito immobiliare, perché le banche che lo avevano erogato non lo tenevano più in portafoglio per incassare nel tempo gli interessi previsti e farsi rimborsare il capitale erogato, ma li avevano subito impacchettati, cartolarizzandoli, in veicoli societari di cui veniva venduta a terzi la proprietà.
Ed è stato per questo che, a cominciare dalla Fed, è stata immessa sul mercato internazionale una quantità enorme di liquidità “in via definitiva”, comprando all’asta sul mercato i titoli di Stato. Questa nuova moneta, non emessa più a tempo come avviene finanziando a termine gli operatori bancari che devono offrire in cambio adeguate garanzie, ha spezzato ogni relazione tra la creazione di moneta e la crescita economica che aveva sempre retto l’azione delle Banche centrali.
Se il risultato a breve è stato positivo, per la ripresa dei corsi azionari che nel frattempo erano crollati a cominciare da Wall Street, un po’ alla volta i valori sono cresciuti senza correlazione con l’effettivo andamento dei bilanci delle imprese.
Ma il peggio è venuto subito dopo, con le immissioni straordinarie di moneta e l’azzeramento dei tassi che sono state nuovamente decise per contrastare la stasi economica determinata nel biennio 2020-2021 di crisi sanitaria: negli Usa, i prezzi degli immobili sono saliti alle stelle per via di tassi irrisori sui mutui, e l’inflazione dei prezzi al consumo è arrivata a livelli mai visti da mezzo secolo, dalla crisi petrolifera del 1973.
Inutile parlare delle performance delle Borsa americana, con alcuni titoli che sono cresciuti vertiginosamente “in attesa” di vedere i risultati economici: le azioni crescono di valore perché sono quantitativamente sempre le stesse, mentre la moneta disponibile aumenta. Questa è l’asset inflation che ha caratterizzato il mercato.
E’ in questo contesto, di enorme liquidità da una parte e di carenza di “nuovi” asset su cui investire dall’altra, che si innesta il fenomeno delle criptovalute, che vantano una serie di vantaggi, analoghi a quelli delle monete auree del passato: l’emissione è contingentata non solo contrattualmente, ma soprattutto per via dei rilevanti costi energetici necessari per la criptazione. Hanno una natura intrinsecamente dalla liquidità immessa dalla Banche centrali, che si è dimostrata potenzialmente illimitata in quanto meramente scritturale: sono solo numeri battuti sulle tastiere.
Il tentativo delle Banche centrali di porre rimedio è disperato: le cosiddette Central Bank Digital Currency, un sistema anche limitato di emissione e gestione di monete elettroniche ufficiali parallele, spiazzerebbe la liquidità ordinaria e determinerebbe valori a premio per quella elettronica, con una inaccettabile discriminazione. La sola idea di gestire direttamente le transazioni elettroniche, trasformando tutta la liquidità esistente in valuta digitale ufficiale, è impraticabile perché toglierebbe al sistema bancario il potere di creare moneta attraverso il circuito credito-deposito, ma anche perché le banche fanno quasi più proventi gestendo il movimento di denaro che erogando credito, gli investimenti finanziari e le partecipazioni nelle società.
Le Banche, guardinghe, hanno fiutato il business: iniziano operando per conto di privati, e fanno il loro profitto. Lavorano col denaro, da sempre, e gli asset digitali ormai si sono accreditati come tale.
Per le Banche centrali, saranno davvero anni duri: ma è per loro stessa colpa che è finito il monopolio nella creazione di moneta di cui avevano goduto.
Ma è ben per questo che ora, in America, l’Amministrazione Trump guarda con tanto interesse alle criptovalute: per rimanere al centro del sistema finanziario globale, non si possono affatto ostracizzarle. Al contrario, prima che sia troppo tardi, bisogna metterci le mani sopra: con la Fed messa a controllare le loro emissioni ed il rispetto delle condizioni dichiarate al mercato, per estendere a dismisura il suo potere oltre che continuare e mantenere quello sul dollaro.