Per raggirare le restrizioni nelle transazioni commerciali imposte dall’Occidente, la Russia ha trovato lo sbocco grazie a un sistema bancario parallelo basato su criptovalute.
Come risposta all’attacco dell’Ucraina da parte della Russia, l’Unione Europea ha imposto pesanti sanzioni al Cremlino, soprattutto nel tentativo di isolarlo sempre più dal mondo occidentale. Una delle misure più incisive riguarda proprio l’isolamento finanziario e commerciale: le principali banche russe sono state escluse dal sistema internazionale di messaggistica finanziaria SWIFT. Inoltre, decine di istituti di credito russi sono stati colpiti da restrizioni che impediscono loro di effettuare transazioni con i Paesi occidentali.
Queste misure hanno causato gravi difficoltà alla Russia, in particolare per quanto riguarda gli acquisti dall’estero e quindi le importazioni, rese complicate dall’impossibilità di completare pagamenti internazionali tradizionali. Per aggirare il problema e continuare a commerciare con l’estero, Mosca ha individuato una soluzione alternativa nelle criptovalute. Il Cremlino ha infatti compreso che, per sostenere il commercio internazionale e bypassare le sanzioni, era necessario puntare con decisione sugli asset digitali.
Per questo motivo, negli ultimi mesi la Russia ha accelerato il processo di legalizzazione e regolamentazione delle criptovalute. Nel Paese si contano già oltre 17 milioni di wallet attivi e il nuovo quadro normativo consente scambi attraverso piattaforme autorizzate, utilizzando criptovalute come il Bitcoin, tra le più diffuse a livello globale. In alcuni casi, queste transazioni vengono collegate indirettamente al rublo, contribuendo a stabilizzarne il valore. Le criptovalute vengono così utilizzate per facilitare gli scambi internazionali e aggirare le limitazioni imposte dal sistema SWIFT, con un volume giornaliero stimato intorno ai 50 miliardi di rubli.
Con le criptovalute la Russia aggira le restrizioni
Grazie a questo meccanismo, la Russia sarebbe riuscita a generare ingenti flussi finanziari. Secondo un’indagine indipendente condotta dal giornale russo Project, il Paese avrebbe movimentato circa 100 miliardi di dollari in transazioni attraverso criptovalute ancorate, direttamente o indirettamente, al rublo. Mosca avrebbe costruito una rete complessa di trasferimenti che consente di importare beni dall’estero, dai componenti e strumenti militari necessari alla difesa fino a prodotti tecnologici di uso quotidiano come smartphone e dispositivi elettronici.
Tutto ciò è possibile perché questa infrastruttura finanziaria opera al di fuori dei controlli occidentali e del circuito SWIFT, garantendo così un flusso costante di fondi verso l’economia russa. Si stima che ogni giorno vengano effettuati scambi commerciali internazionali per un valore di circa 2 miliardi di dollari, nonostante le sanzioni. Il motivo è che queste operazioni si basano su un sistema bancario parallelo, in grado di aggirare le restrizioni imposte da Europa e Stati Uniti.
Al centro di questo sistema ci sarebbe l’agente di pagamento russo A7 che, in collaborazione con la banca PSB, anch’essa sanzionata, converte i rubli in asset digitali, con l’obiettivo di rendere non tracciabile l’origine russa dei capitali. In pratica, quando un acquirente russo deve pagare merci provenienti dall’estero, deposita rubli presso A7. Il denaro viene poi trasferito all’estero, ad esempio in Kirghizistan, tramite la banca PSB. Qui intermediari acquistano criptovalute, eliminando di fatto ogni collegamento diretto con la provenienza iniziale dei fondi. Successivamente, società con sede in Paesi terzi, soprattutto in Medio Oriente e nel Sud-Est asiatico, riconvertono questi asset in valuta locale e pagano il venditore finale, che a quel punto spedisce la merce in Russia.
Questo sistema sta permettendo al Paese di restare economicamente operativo, mantenendo una certa stabilità interna e, soprattutto, evitando un isolamento totale dal mercato globale nonostante le sanzioni internazionali.
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