L’Italia deve pagare le cure dei connazionali per la strage di Crans Montana? Ecco di che cifre si parla.
Come spesso accade, la tragicità della strage di Crans Montana non impedisce il sollevarsi di questioni assai spiacevoli. Inevitabile perché anche se di cattivo gusto rispetto alla delicatezza dei temi tutto ruota attorno al denaro, anche l’assistenza sanitaria. E la Svizzera ha scelto di chiedere il rimborso all’Italia per le cure erogate ai connazionali rimasti feriti nel rogo al “Le Constellation”, scatenando una durissima risposta da parte del governo.
Come principio, sarebbe assurdo che il nostro Paese debba dovesse farsi carico di queste spese, ma nei fatti la questione è più complessa e non si può ridurre a qualche slogan d’effetto. Le responsabilità dell’incidente non sono automaticamente correlate alla gestione delle spese, soprattutto in un primo momento, così come la tragedia subita dalle persone coinvolte e il ritardo nella trasmissione delle cartelle cliniche non implicano l’obbligo di farsi carico dei pagamenti. Certo è che pesa il confronto di quella che viene avvertita a tutti gli effetti un’ingiustizia, più che mai adesso che la Svizzera ha fatto dietrofront.
Quanto deve l’Italia alla Svizzera, ma soprattutto, lo deve?
La politica italiana non ha in alcun modo nascosto l’indignazione rispetto a un’eventuale richiesta di rimborso delle spese sanitarie da parte di Lamal (la mutua Svizzera). Quest’ultima avrebbe dovuto farsi carico dei costi di ricovero dei nostri quattro connazionali per poi avanzare una richiesta di rimborso al ministero della Salute e ovviamente non alle famiglie dei diretti interessati. L’uso del condizionale è d’obbligo perché le sorti di questa vicenda stanno cambiando di continuo, sull’onda del dialogo tra i due Paesi e delle aspre polemiche sul tema. Inizialmente, la notizia sul rimborso è arrivata come un’indiscrezione della stampa svizzera, tant’è che la premier Meloni ha provato a metterla in dubbio, sperando in un risvolto più dignitoso. Sui social aveva comunicato quanto segue:
Apprendo da notizie di stampa che le autorità svizzere hanno intenzione di chiedere all’Italia il pagamento delle esose spese mediche che l’ospedale di Sion avrebbe sostenuto per i ricoveri, anche di poche ore, di alcuni ragazzi rimasti feriti nell’incendio di Crans-Montana. Se questa ignobile richiesta dovesse essere formalizzata, annuncio fin da ora che l’Italia la respingerà al mittente e che non le darà alcun seguito. Confido nel senso di responsabilità delle autorità svizzere e mi auguro che la notizia si riveli del tutto infondata.
Sulla stessa lunghezza anche il ministro Tajani e il presidente della Regione Lombardia, citando soltanto gli esponenti che si sono schierati con maggiore veemenza contro questa ipotesi. In realtà, poi, il presidente del Canton Vallese ha confermato questa sconveniente realtà. Il presidente Reynard ha confermato al nostro ambasciatore Gian Lorenzo Cornado che il rimborso è dovuto e addirittura al di fuori della sua competenza, dipendendo dalla normativa svizzera a tal proposito.
Questa conferma, sebbene assai sgradevole, avrebbe potuto mettere un punto definitivo alla polemica. Non perché l’Italia avrebbe dovuto abbassare la testa e pagare le spese ritenendole non dovute, ma quantomeno la logica dietro a questa richiesta sarebbe apparsa cristallina e facilmente spiegabile. Tutto si è complicato di nuovo, però, perché l’Ufficio federale delle assicurazioni sociali (Ufas), che fa capo al Dipartimento federale dell’interno svizzero, ha sostanzialmente smentito la versione del Cantone del Vallese, scrivendo che:
Le disposizioni sull’assistenza reciproca internazionale in materia di prestazioni si applicano anche alle vittime del rogo di Crans-Montana.
Gli accordi con i Paesi che fanno parte dell’Ue o dell’Aels garantiscono infatti l’assistenza medica in caso di necessità a carico dello Stato ospitante. Di fatto, è anche il motivo per cui l’Italia non ha chiesto alcun rimborso per le cure dei pazienti svizzeri. In effetti, il presidente del Cantone del Vallese ha invitato l’Italia a rivolgersi al suddetto dipartimento, ma in questo caso nessuno ha trovato accordi o soluzioni che l’impianto normativo non prevedesse già. Niente male, anche perché si tratta di circa 108.000 euro, sostenuti dall’Ospedale di Sion.
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