Così lo smart working fa crescere l’occupazione

Alberto De Pasquale

17 Settembre 2025 - 16:55

Il lavoro da remoto è più diffuso nelle grandi città e al Nord, ma funziona come incentivo soprattutto al Sud e per le donne.

Così lo smart working fa crescere l’occupazione

Qualche anno fa sembrava la svolta definitiva per il mondo del lavoro e invece oggi lo smart working, come è chiamato in Italia, per molti è solo un ricordo.

Durante la stagione dei lockdown era diventata la nuova normalità, mentre ora (salvo eccezioni) è più limitato. Eppure, gli effetti positivi del lavoro da remoto sono numerosi, soprattutto se lo si considera un fattore di incremento dell’occupazione, specialmente di quella femminile nella fascia d’età 25-49 anni.

Lo studio di Banca d’Italia

È quanto sostiene la Banca d’Italia in uno studio che ha analizzato appunto l’impatto del lavoro da casa nel nostro Paese, scoprendo che i vantaggi principali riguardano proprio le donne, che in questo modo riescono a conciliare meglio lavoro e cura dei figli, soprattutto se vivono in piccoli centri con meno servizi per la prima infanzia. Nonostante sia più diffuso nelle grandi città e in quelle più avanzate economicamente, in realtà lo smart working risulta decisivo nelle aree meno popolate e nelle regioni del Sud.

Secondo l’analisi, che è stata realizzata partendo da informazioni Inail sul numero di lavoratori in smart working, integrate da dati Istat, tra 2019 e 2023 la maggiore diffusione del lavoro da casa ha consentito di far crescere di 0,9 punti percentuali la partecipazione al mercato del lavoro e di 0,7 punti percentuali l’occupazione.

Risultati possibili non solo grazie al fatto che il lavoro da casa può “creare” occupazione, considerando le nuove professioni e attività che si basano sul digitale e possono quindi svolgersi agilmente da remoto, ma anche per aver incoraggiato più persone a cercare un lavoro, proprio perché interessate all’opportunità di svolgerlo da casa. Il discorso è particolarmente sentito in Italia, uno dei paesi europei con il più alto tasso di inattività.

Gli effetti dello smart working sul mercato del lavoro

Come già sottolineato, la possibilità di lavorare da casa risulta più frequente nelle grandi aree metropolitane e nelle regioni del Nord, complice la maggiore occupazione ad alta qualificazione, generalmente più adatta al lavoro da remoto. Negli ultimi anni il lavoro da casa è diventato sempre più comune, ma con effetti per l’occupazione soprattutto al Sud. Dove infatti era già praticato, sebbene a livelli più bassi rispetto ad altre realtà europee, il lavoro da remoto ha offerto più flessibilità al mercato del lavoro di aree e territori con livelli di occupazione alti; dove invece era meno diffuso (piccoli centri e regioni Meridionali) ha avuto invece la funzione di stimolare l’ingresso nel mercato del lavoro di persone che, senza questa possibilità, magari non avrebbero nemmeno potuto cercare un impiego. Tra riduzione dei costi per gli spostamenti casa-lavoro, più flessibilità e tempo per conciliare vita privata e impegni, l’adozione dello smart working è risultata decisiva.

Secondo l’Osservatorio sullo smart working del Politecnico di Milano, nel 2024 si contavano 3,5 milioni di lavoratori italiani da remoto. Pochi rispetto a quando si impose come modalità di emergenza, ma comunque tanti se si considera quanto era indietro l’Italia su questo punto. Uno strumento ormai maturo che, da semplice opzione per una maggiore flessibilità, dallo studio di Bankitalia emerge in realtà come un vero e proprio strumento di politica per il lavoro, che può in parte compensare gli squilibri tra le aree più sviluppate del Paese e quelle più indietro sui servizi.