Una scadenza importante quella del 1° agosto, data in cui è fissata la scadenza per l’introduzione di dazi doganali del 30% per l’Unione Europea e il Messico. Il presidente degli Stati Uniti ha giustificato tale decisione con il ruolo del Messico nel contrabbando di droghe illecite verso gli Stati Uniti e uno squilibrio commerciale con l’UE. Sebbene sia improbabile (date le recenti inversioni a U del presidente degli Stati Uniti) che la cifra finale sia del 30%, una mediazione con una tassa sulle importazioni compresa tra il 15 e il 20% sta diventando un’ipotesi sempre più probabile.
Se così fosse, quali sarebbero le conseguenze economiche e l’impatto sul vostro portafoglio?
I fatti
Secondo il Financial Times, Donald Trump intende imporre una tariffa minima del 15-20% su tutti i prodotti provenienti dall’Unione Europea, anche in caso di un accordo commerciale.
Il presidente statunitense non si è mostrato comprensivo nei confronti delle concessioni europee, in particolare nel settore automobilistico, e intende mantenere i dazi doganali al 25% sulle auto.
L’amministrazione Trump sta anche valutando l’introduzione di una tariffa cosiddetta «reciproca» superiore al 10%, aumentando così il rischio di uno scontro commerciale con l’UE in settori strategici come quello farmaceutico, aeronautico e dei dispositivi medici.
Ci siamo quindi posti la domanda: quali sarebbero (saranno?) le ricadute concrete a livello economico e sui vostri investimenti?
Le prime osservazioni
Prima dell’insediamento di Donald Trump, l’aliquota tariffaria media statunitense sulle importazioni europee era dell’1,47%. L’applicazione di una tariffa dal 15% al 20% moltiplicherebbe quindi questa aliquota di oltre dieci volte, raggiungendo una media di circa il 15,2% sui prodotti europei, secondo i calcoli forniti da JP Morgan.
La maggior parte di questo aumento deriva dai dazi «reciproci» del 20% applicati alla maggior parte dei prodotti (9,7 punti su un aumento totale di 13,7 punti), mentre i dazi su acciaio e alluminio (1,4 punti) e veicoli (2,6 punti) contribuiscono relativamente poco.
Secondo i calcoli del Bruegel Institute, le esenzioni tariffarie in vigore per determinati prodotti (principalmente prodotti farmaceutici ed elettronici come gli smartphone) riducono in una certa misura l’aliquota media dei dazi doganali.
Conseguenze economiche per l’Europa
È estremamente difficile fornire una cifra precisa sulle ripercussioni economiche dell’introduzione dei dazi doganali statunitensi dal 1° agosto. Dipenderà, infatti, sia dalla loro effettiva portata, sia dalla reazione dell’Unione Europea (che, ricordiamo, sta preparando misure di ritorsione per oltre 70 miliardi di euro).
Secondo diversi studi (Felbermayr, Bouët, Goldman Sachs, ecc.), anche in uno scenario senza accordo, lo shock per l’economia europea rimarrebbe moderato: contrazione del PIL tra lo 0 e lo 0,5%, con una stima intorno allo -0,3%, rispetto allo -0,7% degli Stati Uniti.
Le esportazioni europee verso gli Stati Uniti potrebbero diminuire tra lo 0,6% e l’1,1%, molto meno del calo compreso tra l’8% e il 66% previsto per le esportazioni statunitensi verso l’UE.
L’economia tedesca, più esposta, potrebbe subire un calo medio dello 0,4% del suo PIL, ma l’UE nel suo complesso non cadrebbe in recessione. Si prevede che la crescita nel 2025 sarà dell’1,5% prima dell’annuncio dei dazi.
Rispetto agli shock più recenti – come quello del COVID (-5,6%) o la guerra in Ucraina, che ha causato in particolare l’aumento del prezzo del petrolio per barile (-2,4%) – l’effetto di questi dazi sarebbe relativamente limitato.
Ciò si spiega con il peso che il commercio transatlantico ha sul PIL europeo: solo il 2,9% del valore aggiunto europeo è legato alle esportazioni verso gli Stati Uniti.
Infine, poiché saranno interessati anche altri partner degli Stati Uniti, in particolare la Cina, l’effetto sarebbe maggiormente legato a un indebolimento della domanda complessiva degli Stati Uniti che a una perdita diretta di competitività per l’Europa.
A questo si aggiunge un punto importante evidenziato da Goldman Sachs: l’incertezza legata alla politica commerciale, sebbene in forte aumento dall’inizio del 2025, non ha ancora avuto un effetto visibile sull’attività economica in Europa.
Gli indicatori relativi a investimenti, occupazione industriale e consumi restano ampiamente in linea con i trend passati, anche nei Paesi più esposti alle esportazioni verso gli Stati Uniti.
Ciò suggerisce che l’effetto della sola incertezza sulla crescita sarebbe marginale, a differenza di quanto osservato durante la guerra commerciale del 2018-2019. Gli economisti della banca statunitense stimano che il potenziale impatto dell’incertezza sul PIL dell’Eurozona potrebbe essere inferiore allo 0,3% e sostanzialmente limitato nel tempo (da 3 a 6 mesi).
In altre parole, se si verificherà un rallentamento, questo sarà dovuto più agli effetti diretti dei dazi doganali che al clima di incertezza in sé.
Questa osservazione rafforza l’idea che lo shock a breve termine per l’Europa sarà moderato, fintantoché la politica monetaria rimarrà accomodante.
Quali sono i settori interessati?
Alcuni settori europei potrebbero essere le prime vittime collaterali delle nuove ambizioni tariffarie americane.
L’industria automobilistica, in prima linea, rappresenta da sola quasi il 35% delle esportazioni europee verso gli Stati Uniti, un’evidente vulnerabilità per Germania, Francia e Italia.
Dietro a tutto questo, anche l’industria chimica e farmaceutica, essenziale per la bilancia commerciale di Svizzera, Paesi Bassi e Belgio, rischia di subire uno shock, anche se i margini sono più resilienti.
Il settore agroalimentare – vini, formaggi, cioccolato – già preso di mira nelle precedenti tensioni, potrebbe tornare a essere un simbolico campo di battaglia.
Secondo Goldman Sachs, la spesa per investimenti in questi settori ha già subito un rallentamento in primavera, anche se l’effetto complessivo resta difficile da discernere esaminando i dati aggregati.
Se le rappresaglie europee prendessero di mira settori con elevata visibilità politica, come l’aeronautica o la tecnologia, l’escalation potrebbe assumere una piega più strategica.
Resta da vedere se gli stakeholder riusciranno ad assorbire questi shock o se dovranno rivedere radicalmente i loro piani di crescita transatlantica.
Come potrebbe reagire l’Unione Europea?
Dopo il 1° agosto, l’Unione Europea potrebbe reagire in diversi modi se gli Stati Uniti imponessero dazi aggiuntivi, con una ritorsione del valore di 72 miliardi di euro. Va ricordato che l’Unione Europea ha già predisposto un elenco separato di importazioni statunitensi del valore di 21 miliardi di euro, pronta a prendere di mira a causa dei dazi già imposti da Donald Trump su acciaio e alluminio. Queste misure sono attualmente sospese.
L’UE potrebbe anche reagire in un altro modo, ispirandosi al «modello malese». Questo approccio mirerebbe a negoziare una riduzione del livello dei dazi doganali americani a un’aliquota ritenuta «accettabile», come il 20% richiesto da Kuala Lumpur (aliquota ovviamente inferiore per l’Unione Europea).
Pur soddisfacendo alcune delle richieste di Washington, Bruxelles potrebbe anche tracciare delle linee rosse su questioni delicate come i sussidi all’agricoltura, la politica industriale o la sovranità normativa. Una strategia del genere limiterebbe l’impatto economico senza apparire del tutto conciliante.
Come la Malesia, che si rifiuta di estendere le agevolazioni fiscali ai veicoli americani o di modificare le sue norme sulle minoranze (come sottolinea Bloomberg), l’UE potrebbe preservare le sue priorità interne.
Questo scenario richiederebbe però un rapido coordinamento tra gli Stati membri per evitare divisioni, in particolare tra i Paesi più esposti, come la Germania, e quelli con maggiore autonomia commerciale.
Infine, fornirebbe una leva per contenere le tensioni, preservando al contempo l’accesso al mercato americano.
La sfida sarebbe ovviamente trovare un equilibrio tra fermezza strategica e realismo economico, a pochi mesi dalle scadenze elettorali chiave su entrambe le sponde dell’Atlantico.
Quindi, cosa facciamo (prima e dopo il 1° agosto)?
L’approccio classico alle tensioni commerciali sarebbe quello di «fuggire dai mercati». Eppure, nonostante le incertezze, i mercati globali stanno mostrando una certa resilienza.
Gli investimenti nel settore manifatturiero non hanno vacillato, i consumi restano solidi e i mercati azionari continuano a salire.
Sorge quindi la domanda su come investire alla vigilia del 1° agosto, una data potenzialmente fatidica per i nuovi dazi.
Una strategia è quella di puntare sui settori nazionali poco esposti alle esportazioni e sulle aziende capaci di adattare rapidamente la propria catena del valore.
In breve: le società a piccola capitalizzazione, la tecnologia, i servizi, l’assistenza sanitaria (non presa di mira da Trump né presente negli Stati Uniti) e i servizi di pubblica utilità offrono una maggiore resilienza rispetto all’industria o ai beni di consumo ciclici.
Soprattutto perché le condizioni finanziarie restano accomodanti, con un dollaro debole e tassi in calo nel lungo termine.
In breve, non dovresti scappare dai mercati, ma rifinire il tuo portafoglio e sfruttare le potenziali flessioni del mercato per accumulare posizioni.
Considerando i recenti sviluppi riguardanti i dazi statunitensi, è molto probabile che il presidente Trump rinvii nuovamente la scadenza, nonostante questa volta sembri più motivato che mai.