Quando l’amministrazione Trump ha rilanciato la sua offensiva commerciale attraverso l’introduzione di dazi “reciproci”, le aspettative per i mercati emergenti erano cupe.
In molti avevano previsto una reazione negativa marcata, alimentata dalla convinzione che questi Paesi – per la loro maggiore dipendenza dalle esportazioni e dalla debolezza valutaria – sarebbero stati tra i più colpiti.
L’inasprimento delle relazioni commerciali e il contestuale rafforzamento del dollaro, due effetti attesi dopo l’introduzione delle tariffe, avrebbero dovuto mettere sotto pressione gli asset finanziari emergenti, già tradizionalmente fragili in fasi di “risk-off”, ovvero nei momenti in cui gli investitori fuggono dagli investimenti più rischiosi verso quelli più sicuri.
Tuttavia, la realtà si è rivelata sorprendentemente diversa.
Se nei primi giorni dopo l’annuncio i principali indici azionari dei mercati emergenti hanno effettivamente registrato un calo significativo, il recupero è stato più rapido e robusto del previsto. L’indice MSCI dei mercati emergenti esclusa la Cina non solo ha limitato le perdite iniziali, ma ha persino superato la performance dell’S&P 500 dal 2 aprile in poi. Un risultato inatteso, che ha spinto analisti e investitori a riconsiderare la narrativa iniziale.
Una possibile spiegazione di questo andamento risiede nel fatto che la reazione negativa dei mercati sia stata più concentrata negli Stati Uniti che altrove. È plausibile che molti investitori abbiano approfittato del momento per monetizzare i guadagni accumulati in anni di sovraperformance americana.
In parallelo, il calo del dollaro e il rialzo dei rendimenti dei titoli del Tesoro USA potrebbero essere letti come segnali di un progressivo disimpegno da parte dei capitali globali nei confronti degli asset statunitensi, a favore di opportunità altrove. In questo contesto, gli investimenti nei mercati emergenti si sono rivelati non solo più resistenti di quanto previsto, ma in alcuni casi persino attrattivi.
La relativa immunità di molti Paesi emergenti rispetto all’impatto diretto delle tariffe di Trump ha giocato un ruolo importante. In particolare, alcune economie dell’America Latina, grazie alla loro bassa esposizione commerciale verso gli Stati Uniti e all’assenza di settori industriali strategici nel mirino di Washington, hanno beneficiato del fatto di restare al di fuori del radar geopolitico statunitense. Questa “invisibilità” è stata letta dagli investitori come un vantaggio netto, garantendo una maggiore stabilità rispetto a economie più esposte, come quelle asiatiche.
La risposta dei mercati non è stata però uniforme. In Asia sud-orientale, Paesi come Vietnam e Thailandia hanno inizialmente sofferto l’impatto delle tariffe, specialmente nel comparto tecnologico. Tuttavia, la decisione di Trump di esentare temporaneamente alcuni settori, come l’elettronica, ha offerto un sollievo temporaneo e stimolato un parziale recupero dei listini. Al contrario, Paesi latinoamericani come Perù e Argentina, fortemente dipendenti dagli investimenti cinesi, hanno subito il contraccolpo della debolezza economica della Cina, mostrando performance deboli o inferiori alla media degli emergenti.
In un contesto globale caratterizzato da incertezza, anche il mercato obbligazionario ha mostrato segnali interessanti. Gli spread tra i titoli di Stato dei Paesi emergenti e gli asset considerati più sicuri si sono allargati solo lievemente, un segnale di tenuta. Al contrario, gli spread del debito ad alto rendimento statunitense hanno registrato un allargamento molto più marcato, indicando una fuga dal rischio più accentuata sul fronte americano. A questo si aggiunge la maggiore flessibilità delle banche centrali emergenti, che in molti casi hanno già contenuto l’inflazione e potrebbero presto tagliare i tassi d’interesse per stimolare la crescita. Una possibilità che la Federal Reserve, vincolata da dinamiche più complesse, non può ancora considerare apertamente.
Alcuni osservatori si interrogano se questa resilienza dei mercati emergenti non rappresenti un segnale più profondo: l’inizio della fine dell’“eccezionalismo americano” come principale destinazione dei capitali globali. Il rafforzamento delle valute emergenti, reso possibile dalla debolezza del dollaro, ha ridotto il peso del debito estero per molti Paesi, migliorandone le prospettive macroeconomiche.
Eppure, è ancora troppo presto per trarre conclusioni definitive. I flussi di capitale del primo semestre non sono ancora completi e le performance azionarie, seppur positive, restano eterogenee e marginali rispetto alle attese.
Va inoltre considerato che ci troviamo ancora nelle fasi iniziali delle ripercussioni post-”liberation day”. I dazi potrebbero essere reintrodotti, estesi o irrigiditi dopo la pausa di 90 giorni. Il futuro degli scambi commerciali, e quindi della stabilità dei mercati emergenti, dipende in larga parte da scelte politiche ancora imprevedibili.
Al tempo stesso, il peso economico dei dazi appare, in prospettiva, maggiore per gli Stati Uniti che per molti Paesi emergenti. Le imprese americane si trovano oggi ad affrontare una serie di incertezze regolatorie e strategiche, mentre le controparti emergenti devono “solo” fare i conti con una crescita più lenta e con un riassetto delle relazioni con Cina e Stati Uniti.
In sintesi, i mercati emergenti sembrano uscire rafforzati – o quantomeno meno indeboliti del previsto – da un confronto che sembrava vederli svantaggiati. La loro tenuta, sia sul fronte azionario che su quello obbligazionario, racconta di economie più mature, più diversificate e meglio posizionate di quanto l’opinione comune spesso suggerisca.
Se questa fase rappresenti un passaggio strutturale o solo un’eccezione temporanea resta da vedere, ma una cosa è certa: il mondo degli investimenti globali ha oggi più sfumature di quanto i dazi di Trump avrebbero lasciato intendere.