Ecco quali sono le vere responsabilità dell’amministratore di un gruppo WhatsApp o di altri social, soprattutto se i membri commettono il reato di diffamazione.
Per qualche motivo si continua ad affermare una tendenza contraddittoria: si sottovaluta quanto viene scritto nei gruppi WhatsApp e si sopravvaluta la responsabilità dell’amministratore. Quest’ultimo sicuramente gestisce a livello pratico la chat e ha di conseguenza alcuni doveri, ma non risponde in tutto e per tutto delle dichiarazioni dei partecipanti.
Se quindi attraverso l’uso del gruppo di WhatsApp viene commesso qualche reato, a partire dal classico esempio della diffamazione, l’amministratore non necessariamente è responsabile. D’altra parte è ovvio che avendo la possibilità di intervenire tempestivamente per limitare i comportamenti illeciti non può neanche restare inerme. Cerchiamo quindi di capire quali sono i limiti e le responsabilità dell’amministratore.
leggi anche
L’uso improprio di WhatsApp può far scattare reati di stalking, infedeltà, maltrattamenti e corruzione
Cosa devono sapere gli amministratori dei gruppi WhatsApp
Innanzitutto, è doveroso chiarire che i gruppi WhatsApp, come pure quelli sui vari social network, sono legali, anche quando riguardano contesti professionali o comunque che richiedono un certo rigore. Gruppi tra colleghi, condomini, genitori di una classe o di qualsiasi altro tipo si voglia sono perfettamente leciti. Le uniche condizioni da rispettare riguardano:
- l’età dei partecipanti, nello specifico WhatsApp in Italia richiede che l’utente abbia compiuto almeno 14 anni (altrimenti che sia usato un account supervisionato dal genitore, quando la funzionalità sarà disponibile). A ben vedere, in alcuni casi il problema è limitato perché i contatti sono presenti in registri pubblici, ma è sempre preferibile ottenere il consenso specifico;
- il consenso di tutti i membri che vengono inseriti nel gruppo o dei loro genitori per i minori, atteso che il numero di telefono è un dato personale. Contestualmente, i dati trattati e diffusi devono essere gestiti nel rispetto della privacy, delle autorizzazioni ottenute e della pertinenza;
- la finalità lecita del gruppo, che non deve servire, tanto per esempio, a organizzare una rapina.
Rispettando questi semplicissimi requisiti la creazione del gruppo è del tutto lecita, ma per maggiore precauzione (e semplificazione gestionale) è utile che l’amministratore indichi una breve lista di regole da rispettare nell’interesse comune. In genere, si chiede di mantenere toni rispettosi ed educati, di rispettare la privacy altrui e di non utilizzare la chat per finalità inappropriate.
Cosa deve fare l’amministratore e cosa rischia altrimenti
Nell’uso quotidiano il gruppo WhatsApp può effettivamente essere teatro di parecchi illeciti, a partire dalla spinosa diffamazione. Questo punto è effettivamente tanto sottostimato quanto diffuso nella stragrande generalità delle chat di gruppo, dove però continuano a valere le leggi. È illegale offendere la reputazione altrui comunicando con più persone, peraltro anche in differita, in assenza della persona interessata. Questo reato è punito con la reclusione fino a 1 anno o la multa fino a 1.032 euro, a parte dal risarcimento che l’offeso può richiedere per i danni subiti.
Quando l’offesa consiste nell’attribuzione di fatti specifici o avviene a mezzo stampa (ravvisabile nei gruppi pubblici sui social network) le pene salgono, come pure nell’ipotesi in cui sia rivolta a corpi politici, amministrativi, giudiziari e loro rappresentanze o autorità costituite in collegio. La valutazione della discriminazione viene comunque effettuata tenendo conto dei diritti di cronaca, satira e critica, nei limiti dei requisiti di verità, pertinenza e continenza. Ora, è chiaro che l’amministratore di un gruppo WhatsApp non può controllare ciò che scriveranno gli altri né prevenirlo e per questo non ne è responsabile, come chiarito dalla giurisprudenza.
La stessa (ad oggi molto limitata) ha però anche ribadito che l’amministratore può in astratto essere responsabile in concorso. Ciò avviene quando opera un controllo preventivo dei contenuti diffusi (impossibile su WhatsApp) e consapevolmente ammette messaggi diffamatori, ma anche quando omette scientemente di cancellare i contenuti offensivi per limitare il danno alla reputazione. Sul punto, comunque, ci sono delle perplessità perché verrebbe eliminata la prova della diffamazione, necessaria in caso di querela e causa per il risarcimento, atteso che basta la lettura di due membri per configurare il reato.
Posto che, soprattutto in situazioni gravi, sarebbe meglio chiedere un parere legale specifico, conservare una prova della chat (screenshot, esportazioni o meglio ancora copia forense) prima dell’eliminazione è preferibile. L’amministratore dovrebbe comunque prendere le distanze dalle dichiarazioni e di sicuro non rinforzarle, valutando se rimuovere il soggetto dal gruppo (magari dopo un avvertimento, a seconda dei casi). Visto che il gruppo è gestito liberamente dall’amministratore ed è informale e privo di vincoli si dovrà valutare quindi anche se chiuderlo, quando non si riesce a tenere sotto controllo il tenore dei contenuti.
In ogni caso, l’amministratore che si mostra estraneo alla condotta, di diffamazione o altro, e non la imita è in genere libero da responsabilità, anche perché la valutazione del reato non è sempre ovvia in tema di diffamazione. Vale inoltre la pena ricordare che non esiste un obbligo di denuncia.