Cosa rivela davvero lo scandalo Macron-McKinsey

Marcello Foa

30/11/2022

Macron è sotto inchiesta giudiziaria per i suoi rapporti con McKinsey. Qualunque sia l’esito, la vicenda è paradigmatica del modo in cui viene gestito il potere. Non solo in Francia.

Cosa rivela davvero lo scandalo Macron-McKinsey

L’inchiesta giudiziaria di cui è oggetto il presidente francese Emmanuel Macron è paradigmatica dei nostri tempi.

Ricordiamo rapidamente di cosa si tratta: il capo di Stato francese è sospettato di aver ricevuto dei finanziamenti illeciti da parte di una società di consulenza di gran nome quale McKinsey durante la campagna elettorale del 2017. Nessun passaggio di denaro ma una quantità di consulenze pro bono ovvero gratuite, piuttosto insolite per una società che di solito non pratica prezzi da discount, come è normale trattandosi di un leader mondiale del settore.

Un’anomalia evidenziata dalla seconda inchiesta contro Macron, riguardante il montante abnorme di mandati attribuiti dall’Eliseo proprio a McKinsey e certificati da un’inchiesta parlamentare: trattasi di un miliardo di Euro.

Le due inchieste sono strettamente correlate e il sospetto è che McKinsey abbia contribuito gratis alla campagna di Macron non per idealismo e men che meno per simpatia ma nella speranza (o forse nella convinzione) che la società sarebbe stata premiata nei mesi successivi attraverso contratti di consulenza da parte del governo.

Oltre la cifra, davvero ingente, a essere indicative sono le modalità: la commissione parlamentare ha scritto che la maggior parte delle riforme del primo quinquennio di Macron sono state scritte da società di consulenza anziché dagli organi dello Stato preposti.

Questa vicenda è paradigmatica per due ragioni. La prima: il Parquet National Financier è tradizionalmente piuttosto compiacente nei confronti della Presidenza della Repubblica e non è un modello di indipendenza giudiziaria.

Inoltre, il Procuratore Capo Jean-François Bonhert è stato invitato proprio in questi giorni a partecipare a una bicchierata d’addio di alcuni collaboratori di Macron, proprio all’Eliseo e proprio in presenza del Presidente. Già in sé il gesto è di dubbio gusto ma meraviglia che Bonhert abbia accettato. Insomma, ci sono già molti dubbi sul rigore dell’inchiesta.

Ma al di là di queste riserve, è il metodo che dovrebbe svegliare l’opinione pubblica francese e in genere quella occidentale, perché non è occasionale. Come spiego nel mio ultimo saggio“Il sistema (in)visibile, Perché non siamo più padroni del nostro destino” (Guerini e associati editore), noi siamo abituati a pensare in termini di destra/sinistra, ma così ci sfugge l’essenziale.

L’élite globalista a cui lo stesso Macron appartiene applica parametri diversi, non riconosce più la validità delle strutture statali ma tende a superarle; dunque usa disinvoltamente le etichette di destra e di sinistra per raggiungere i propri obiettivi, che si sostanziano nella continua sovrapposizione di interessi pubblici e privati.

Le Reti di potere sono, pertanto, flessibili e autoreferenziali.

Macron è stato ingenuo ed ha esagerato: attribuire un miliardo di euro in consulenze a una sola società è abnorme, ma il metodo è consolidato. A beneficiarne sono gli stessi politici, che una volta lasciati incarichi pubblici, assumono mandati in gruppi privati venendo retribuiti profumatamente per poi, magari, tornare al mondo politico ricoprendo, sovente, incarichi prestigiosi a livello internazionale.

Le porte sono molto girevoli e dorate. Ma il risultato per i cittadini è preoccupante, perché questa élite non è vincolata al giudizio degli elettori e non persegue il bene pubblico, bensì i propri interessi. Il tutto senza che il pubblico si accorga di queste dinamiche.

Ed è un dramma, innanzitutto per le nostre democrazie, viepiù svuotate di poteri e di significato.

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