Cos’è il ceto medio? Definizione e reddito della middle class italiana

Emanuele Di Baldo

29 Settembre 2026 - 12:35

Chi fa parte del ceto medio in Italia? Definizione OCSE, soglie di reddito con i dati Istat e il nodo del taglio Irpef in Legge di Bilancio 2027: ecco tutto quello che c’è da sapere

Cos’è il ceto medio? Definizione e reddito della middle class italiana

Ogni autunno, puntuale come la stagione della manovra, torna al centro del dibattito politico lo stesso protagonista: il ceto medio. Quest’anno non fa eccezione. Con i lavori sulla Legge di Bilancio 2027 entrati nel vivo, il viceministro dell’Economia Maurizio Leo ha rilanciato l’idea di estendere lo scaglione Irpef al 33% fino a 60.000 euro di reddito, con un risparmio massimo di 1.000 euro l’anno. Un secondo tentativo, a dire il vero: con la manovra precedente il Governo si era dovuto fermare al taglio dell’aliquota dal 35% al 33%, lasciando il tetto dello scaglione a 50.000 euro per mancanza di coperture.

Tutti, insomma, vogliono aiutare la middle class. Ma cos’è il ceto medio e chi ne fa parte davvero? E quanto bisogna guadagnare per rientrarci? La risposta è meno scontata di quanto sembri, perché il ceto medio non è una cifra univoca in busta paga ma, anzi, un equilibrio, spesso fragile, tra reddito, patrimonio, stabilità del lavoro e costo della vita. Ed è continuamente “mobile”. Ecco cosa dicono le definizioni ufficiali e i numeri aggiornati.

Cos’è il ceto medio? Diamo una definizione

Partiamo dalle basi. Il ceto medio è la fascia sociale ed economica che si colloca tra i gruppi a basso reddito e quelli più benestanti. In senso stretto, gli economisti lo misurano sul reddito disponibile delle famiglie; in senso più ampio entrano in gioco anche occupazione, istruzione, patrimonio, consumi e percezione di sicurezza economica.

Il riferimento più usato a livello internazionale è quello dell’OCSE, che nel rapporto Under Pressure: The Squeezed Middle Class definisce la middle-income class come l’insieme delle persone che vivono in famiglie con un reddito disponibile compreso tra il 75% e il 200% della mediana nazionale. Va chiarito, però, che il reddito considerato è equivalente, cioè corretto in base al numero dei componenti del nucleo, perché una persona sola e una famiglia di quattro persone non vivono allo stesso modo con la stessa cifra.

La stessa OCSE scompone poi la classe media in tre gradini: il ceto medio basso (tra il 75% e il 100% della mediana), quello centrale (tra il 100% e il 150%) e il ceto medio alto (tra il 150% e il 200%). Tutti possono sentirsi «classe media», ma il margine di sicurezza cambia parecchio: chi sta sul primo gradino è molto più esposto a rincari e imprevisti, chi sta sull’ultimo ha ben altra capacità di risparmio e investimento.

Reddito medio e reddito mediano: i numeri Istat

Per parlare di reddito del ceto medio bisogna prima sgombrare il campo da un equivoco frequente. Il reddito medio si ottiene sommando tutti i redditi e dividendoli per il numero di famiglie, e per questo viene «gonfiato» dai redditi più alti. Il reddito mediano, invece, divide la popolazione in due metà esatte: il 50% delle famiglie sta sotto, l’altro 50% sopra. Per fotografare la famiglia tipica, il valore più affidabile è il secondo.

I numeri più aggiornati arrivano dal report Istat Condizioni di vita e reddito delle famiglie, pubblicato ad aprile 2026. Nel 2024 le famiglie residenti in Italia hanno percepito un reddito netto medio di 39.501 euro, circa 3.290 euro al mese, in crescita del 5,3% in termini nominali e del 4,1% in termini reali rispetto al 2023. Il reddito mediano si è fermato invece a 31.704 euro, pari a 2.642 euro al mese (+5,5% nominale). Tradotto, la maggioranza delle famiglie guadagna meno della media.

Dietro il dato nazionale, però, si nasconde un Paese a più velocità. Le famiglie del Nord-est hanno il reddito mediano più alto (37.086 euro), mentre quelle del Mezzogiorno si fermano a un livello inferiore del 29%. Le coppie con figli, spesso con due stipendi in casa, arrivano a 49.894 euro, mentre la metà degli anziani che vivono soli non supera i 18.614 euro annui (1.550 euro al mese).

E pensare che, nonostante il recupero degli ultimi anni, il reddito medio familiare resta ancora inferiore del 4,9% in termini reali rispetto al 2007.

Quanto bisogna guadagnare per essere ceto medio in Italia

Veniamo alla domanda da un milione di euro (o quasi). Una soglia unica non esiste, ma applicando il criterio OCSE ai dati Istat è possibile costruire una stima attendibile. Il punto di partenza è la soglia di rischio di povertà, che l’Istat fissa al 60% del reddito mediano equivalente: nel 2025, calcolata sui redditi 2024, vale 13.237 euro annui (1.103 euro al mese) per una persona sola. Da qui si ricava un reddito mediano equivalente di circa 22.062 euro.

Applicando la forchetta del 75%-200% e i coefficienti della scala di equivalenza usata da Istat ed Eurostat (1 per il primo adulto, 0,5 per ogni altro componente dai 14 anni in su, 0,3 per ogni figlio sotto i 14 anni), le fasce orientative del ceto medio in termini di reddito netto annuo diventano:

  • persona sola: tra circa 16.550 e 44.120 euro, cioè tra 1.380 e 3.680 euro netti al mese;
  • coppia senza figli: tra circa 24.820 e 66.190 euro, cioè tra 2.070 e 5.520 euro netti al mese;
  • coppia con due figli sotto i 14 anni: tra circa 34.750 e 92.660 euro, cioè tra 2.900 e 7.720 euro netti al mese.

Si tratta di elaborazioni orientative, va detto. Circola spesso una forchetta più semplice, calcolata direttamente sul reddito familiare mediano (da circa 23.800 a 63.400 euro l’anno), ma questo metodo ignora la composizione del nucleo e finisce per mettere sullo stesso piano un single e una famiglia numerosa.

La cifra, comunque, racconta solo una parte della storia. Una famiglia in affitto in una grande città può sentirsi molto più sotto pressione di un’altra con lo stesso reddito ma casa di proprietà in un’area meno cara. E due stipendi stabili - tempo indeterminato, impieghi nella pubblica amministrazione etc etc - non offrono la stessa tranquillità di un reddito variabile, anche quando il totale annuo è identico.

Reddito, patrimonio e costo della vita: perché l’etichetta non basta

Il reddito misura i flussi: stipendi, lavoro autonomo, pensioni, rendite e trasferimenti, al netto di imposte e contributi. Il patrimonio, invece, misura ciò che una famiglia possiede (casa, risparmi, investimenti) al netto dei debiti. Due grandezze che non sempre vanno a braccetto: si può avere un reddito nella media e un patrimonio solido, oppure un buono stipendio e nessuna protezione, se l’affitto è alto e le rate assorbono buona parte delle entrate.

L’OCSE ha messo il dito nella piaga: negli ultimi due decenni i prezzi delle case sono cresciuti tre volte più velocemente del reddito mediano delle famiglie, e il costo delle voci essenziali dello stile di vita della classe media è salito più dell’inflazione. Non solo: il sovraindebitamento è più diffuso tra le famiglie a reddito medio che tra quelle a reddito basso o alto.

Per leggere la propria posizione, quindi, il confronto con una soglia è solo il primo passo.

Contano il reddito netto effettivo, il peso della casa tra affitto o mutuo, utenze e manutenzione, la capacità di risparmio reale (non quella teorica), l’esistenza di un fondo per le emergenze, il livello di indebitamento e il contesto locale, perché lo stesso stipendio non ha lo stesso potere d’acquisto in ogni territorio.

Perché tanti italiani si sentono ceto medio (anche quando fanno fatica)

Il ceto medio è anche una questione di identità. Molte persone si riconoscono nella middle class perché lavorano, pagano le tasse, mantengono una casa e cercano di costruire opportunità per i figli. E l’Italia, da questo punto di vista, è un caso di studio: secondo l’OCSE la tendenza a definirsi classe media anche quando i numeri dicono altro, il cosiddetto middle class bias, è particolarmente marcata proprio nel nostro Paese, insieme a Messico e India.

Il problema è che il gradino si è fatto più stretto. Nella media dei Paesi OCSE, la quota di popolazione nella fascia di reddito medio è scesa dal 64% di metà anni ’80 al 61% di metà anni 2010, e ogni generazione ha fatto più fatica della precedente: da ventenni appartenevano alla classe media il 70% dei baby boomer, contro il 60% dei millennial.

Ecco perché «essere» ceto medio non sempre coincide con «sentirsi tranquilli». A fare la differenza sono il margine a fine mese, la possibilità di affrontare una spesa imprevista e la qualità del lavoro. I dati Istat lo confermano: nel 2025 il 10,2% degli occupati risulta a rischio di povertà lavorativa. Avere un impiego, insomma, non basta più a garantire il biglietto d’ingresso nella classe media.

Il taglio Irpef in Legge di Bilancio 2027: cosa cambia per il ceto medio

Torniamo così al punto di partenza. La proposta di Leo interviene sulla quota di reddito compresa tra 50.000 e 60.000 euro, oggi tassata al 43% di Irpef, che passerebbe al 33%. Il beneficio cresce in modo lineare: 100 euro con un reddito di 51.000 euro, 500 euro a 55.000 euro e il massimo di 1.000 euro da 60.000 euro in su, visto che lo sconto sullo scaglione varrebbe anche per i redditi superiori.

C’è però un aspetto spesso trascurato. Gli scaglioni Irpef si riferiscono al reddito imponibile lordo del singolo contribuente, mentre le soglie del ceto medio si calcolano sul reddito netto dell’intera famiglia. Due misure diverse, che rendono la domanda su chi sia davvero il ceto medio tutt’altro che accademica quando si tratta di distribuire le risorse della manovra.

Per ora, comunque, la misura non è certa ed è subordinata al reperimento delle coperture, come già accaduto con la promessa del taglio Irpef fino a 60.000 euro. Sul tavolo ci sono anche un pacchetto per gli under 35, con una flat tax al 5% sugli aumenti di stipendio, e l’ipotesi di una detassazione delle tredicesime. La vera partita, però, resta la stessa: quanto reddito rimane alle famiglie dopo le spese obbligate e quanta sicurezza consente di costruire nel tempo?

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