Il Fisco nei controlli fiscali sui conti correnti e nelle ispezioni non può calpestare i diritti fondamentali dell’individuo e dopo il filone di sentenze della CEDU c’è una difesa in più.
Nei controlli fiscali fin dove può spingersi l’Agenzia delle Entrate? Contrastare l’evasione fiscale e recuperare le imposte non versate è uno degli obiettivi dell’amministrazione tributaria, ma al contrario di quanto possa credersi il Fisco non ha poteri illimitati.
Esistono, infatti, delle barriere legali che possono mettere un freno all’azione di controllo troppo aggressiva e che lede i diritti fondamentali della persona. Se una verifica calpesta la sfera privata, il domicilio e i diritti del contribuente l’intera procedura rischia di essere nulla se non sono state garantite le giuste tutele.
La Corte Europea per i diritti dell’uomo ha posto, negli ultimi anni, dei confini che non dovrebbero essere superati dall’azione dell’Agenzia delle Entrate e dalla Guardia di Finanza. Proprio queste tutele sovranazionali stanno riscrivendo quelli che sono i perimetri di azione del Fisco italiano offrendo al contribuente una difesa contro lo strapotere del Fisco.
Non sempre, infatti, un’ispezione condotta dall’Agenzia delle Entrate è legittima. Se il metodo con cui sono state acquisite le prove viola i diritti dell’uomo si può impugnare l’accertamento. Ecco una panoramica delle principali pronunce della CEDU contro il sistema di accertamento italiano.
La sentenza del 5 marzo 2026
Con la sentenza del 5 marzo 2026 la Corte Europea per i diritti dell’Uomo ha condannato l’Italia per aver violato l’articolo 8 della Convenzione (rispetto del domicilio) riguardante un accesso della Guardia di Finanza in locali promiscui dedicati sia all’abitazione sia alla sede dell’impresa.
L’autorizzazione generica del PM è stata ritenuta insufficiente e questa sentenza pone sotto i riflettori una prassi che per anni in Italia è stata considerata normale.
Secondo l’articolo 52 del Dpr 633 del 1972 la Guardia di Finanza e l’Agenzia delle Entrate possono accedere ai locali commerciali per delle verifiche fiscali ma a patto che i locali siano solo sede dell’impresa. Se i locali sono adibiti esclusivamente ad abitazione principale è necessaria l’autorizzazione del Procuratore della Repubblica che deve basarsi su indizi di violazioni gravi. Se i locali, invece, sono a uso promiscuo l’autorizzazione serve comunque, anche se spesso dalla giurisprudenza è stata considerata come un mero requisito formale.
Per la CEDU, invece, l’autorizzazione del PM deve essere motivata, altrimenti non offre nessuna tutela al cittadino. Nell’autorizzazione deve essere spiegato perché quel controllo è necessario perché senza questa motivazione il contribuente non può difendersi e non può nemmeno contestare l’accesso. Una volta che l’accesso è avvenuto, anche se è illegittimo, per il contribuente è più difficile ottenere che le prove raccolte siano annullate.
La sentenza di gennaio 2026
La sentenza Ferrieri e Bonassisa c. Italia con la quale la CEDU l’8 gennaio scorso ha condannato l’Italia per la violazione dell’articolo 8 della Convenzione europea indaga sulla modalità di acquisizione dei dati bancari nell’ambito dei controlli fiscali. La Corte ha definito il sistema italiano carente di tutele per i cittadini visto che l’acquisizione stessa è considerata come un’ingerenza nella vita privata del cittadino.
I poteri dell’amministrazione finanziaria in Italia sono molto vasti grazie all’accesso all’Anagrafe dei rapporti finanziari tramite il quale è possibile analizzare saldi, movimenti e bonifici praticamente in automatico. Per la Corte Europea, però, quest’ingerenza deve essere necessaria. Non basta il bisogno di effettuare controlli, deve esserci una proporzione tra l’invasione della privacy e l’obiettivo da raggiungere. I controlli sui conti correnti a tappeto, quindi, sono bocciati dalla Corte perché i dati bancari sono parte della propria identità.
In Italia non esiste una legge chiara e precisa per regolare i controlli fiscali sui conti correnti e la normativa italiana è troppo vaga con i giudici che per anni hanno sempre interpretato le norme a favore del Fisco.
Cosa comportano le sentenze?
La prima sentenza che abbiamo esaminato, quella del 5 marzo 2026, spinge il Fisco a un cambio di rotta radicale: l’autorizzazione del PM deve spiegare quali sono gli indizi di evasione che giustificano gli accessi nella sfera privata del cittadino. Se l’autorizzazione non è motivata deve essere considerata nulla e le eventuali prove raccolte dovrebbero essere considerate inutilizzabili. Grazie a questa sentenza il Fisco non ha più carta bianca per gli accessi negli uffici e nelle abitazioni, perché l’autorizzazione sottoscritta dal PM deve essere convincente e dimostrare al giudice che si tratta di un controllo indispensabile.
Con la sentenza di gennaio, invece, l’Agenzia delle Entrate dovrebbe motivare perché sia necessario l’accesso ai dati segreti bancari di quel contribuente a cui, tra l’altro, deve essere lasciato il diritto alla difesa e quello di contestare l’accesso ai conti mentre sta avvenendo.
Cosa ha fatto l’Italia?
Dopo il primo filone di sentenze della CEDU l’Italia, nel 2025, ha modificato lo Statuto dei Diritti del Contribuente che ora prevede che
“Negli atti di autorizzazione e nei processi verbali redatti ai sensi del comma 4 devono essere espressamente e adeguatamente indicate e motivate le circostanze e le condizioni che hanno giustificato l’accesso.”
In conclusione le recenti sentenze della Corte Europea segnano un punto di svolta nei rapporti tra cittadini e Fisco. Il messaggio della Corte è chiaro: contrastare l’evasione fiscale è legittimo e necessario, ma non può trasformarsi in un permesso a calpestare i diritti dei cittadini.
Queste sentenze per cittadini e imprese rappresentano delle barriere legali da poter contrapporre all’azione del Fisco quando quest’ultimo non operi nel pieno rispetto della dignità della persona.
© RIPRODUZIONE RISERVATA