Il 22 giugno 2026 si è spento a 100 anni Alan Greenspan, l’uomo che ha guidato la Federal Reserve dal 1987 al 2006 e che ha dato il nome a uno dei concetti più discussi della finanza moderna: il Greenspan Put.
Oggi viene da porsi una domanda cruciale: i mercati possono ancora contare sul paracadute della Federal Reserve?
La risposta, alla luce degli ultimi quindici anni di politica monetaria, è sì, ma con condizioni molto più restrittive rispetto al passato. Il famoso “put” – l’idea che la Federal Reserve intervenga per sostenere le Borse quando queste crollano – non è scomparso del tutto, ma è stato fortemente indebolito dall’esperienza dell’inflazione post-pandemia.
Le origini del Greenspan Put
Le origini del concetto risalgono al 19 ottobre 1987, il giorno del Black Monday, quando il Dow Jones crollò del 22,6% in una sola seduta, il più grande calo percentuale della storia. Alan Greenspan, appena nominato presidente della Federal Reserve da pochi mesi, si trovò di fronte a una crisi di liquidità potenzialmente devastante. La sua risposta fu immediata e decisa. Dichiarò pubblicamente che la Federal Reserve sarebbe stata pronta a servire come fonte di liquidità, chiese alle banche di continuare a prestare denaro alle società di brokeraggio e nei mesi successivi tagliò i tassi di interesse. Il risultato fu sorprendente: i mercati si ripresero in fretta e l’economia americana non entrò in recessione.
A differenza del 1929, quando la Federal Reserve aveva stretto la politica monetaria aggravando la Grande Depressione, Greenspan scelse la via opposta. Da quel momento nacque il concetto di Greenspan Put: gli investitori iniziarono a credere che la Federal Reserve non avrebbe mai permesso a un forte calo azionario di trasformarsi in una crisi sistemica. Il termine “put” deriva dalle opzioni put, strumenti finanziari che proteggono dai ribassi.
Come si è evoluto?
Il “put” non rimase confinato al solo Alan Greenspan. Si rafforzò ulteriormente nel 1998 con la crisi di Long-Term Capital Management, quando la Federal Reserve coordinò un salvataggio privato e tagliò i tassi. Durante la bolla dot-com tra il 2000 e il 2002 e soprattutto durante la Grande Crisi Finanziaria del 2008, Ben Bernanke portò il concetto a un livello superiore con il Quantitative Easing e i tassi a zero. La Federal Reserve divenne di fatto market maker of last resort, intervenendo direttamente sull’acquisto di asset. Janet Yellen continuò la stessa linea di politica accomodante. Con Jerome Powell, arrivato nel 2018, il “Fed Put” sembrò ancora più radicato: nel marzo 2020, di fronte allo shock Covid, la Federal Reserve tagliò i tassi a zero e lanciò il più grande programma di QE della storia in poche settimane.
Il momento della verità arrivò però nel 2022. L’inflazione americana superò il 9% e la Federal Reserve sotto Jerome Powell iniziò il ciclo di rialzi più aggressivo degli ultimi 40 anni. Nonostante l’S&P 500 perdesse oltre il 25% tra gennaio e ottobre 2022, la Federal Reserve continuò ad alzare i tassi per nove mesi consecutivi. Non ci fu alcun salvataggio delle Borse. La priorità assoluta divenne riportare l’inflazione sotto controllo. Questo episodio ha segnato una cesura storica: per la prima volta da decenni, la Federal Reserve ha dimostrato che non sarebbe intervenuta automaticamente per sostenere i mercati azionari se questo fosse entrato in conflitto con il mandato primario di stabilità dei prezzi.
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L’azzardo morale resta l’aspetto più problematico
Uno dei punti più controversi del Greenspan Put è il cosiddetto moral hazard, ovvero l’azzardo morale. Critici come molti economisti sostengono che la certezza di un intervento della Federal Reserve spinga investitori, banche e hedge fund a prendere rischi eccessivi, sapendo che in caso di problemi arriverà il salvataggio. Questo meccanismo avrebbe contribuito a gonfiare le bolle, dalla dot-com all’immobiliare del 2008 fino alla everything bubble del 2020-2021. Alan Greenspan stesso, negli ultimi anni della sua vita, ha ammesso alcuni errori commessi durante la sua presidenza, in particolare la sottovalutazione dei rischi legati ai derivati e al mercato immobiliare. Tuttavia, il moral hazard è più problematico per il mercato dei Treasury e per le banche che non per le azioni pure. Le azioni, infatti, possono scendere anche del 30-40% senza che l’economia reale crolli necessariamente.
Il Greenspan Put non è morto, ma è fortemente indebolito e condizionato. La Federal Reserve interverrebbe ancora in caso di un crollo azionario estremamente grave, probabilmente oltre il 40-50%, che minacciasse di danneggiare seriamente l’economia reale, oppure in presenza di una crisi di liquidità sistemica come nel 2008 o nel 2020. Non interverrebbe invece per un calo normale del 20-30%, come quello del 2022. In questo caso la priorità resterebbe il controllo dell’inflazione. Nel 2026, con l’inflazione ancora non tornata stabilmente al target del 2% e con forti pressioni esterne come tariffe, tensioni geopolitiche e debito pubblico elevato, la Federal Reserve guidata da Jerome Powell o dal suo successore appare più cauta che mai nel promettere salvataggi automatici ai mercati.
L’era in cui gli investitori potevano scommettere con relativa tranquillità sul paracadute della Federal Reserve è probabilmente finita, almeno temporaneamente. Questo ha due conseguenze importanti. Da un lato ci si deve aspettare una maggiore volatilità sui mercati, perché i cali potrebbero essere più profondi e duraturi senza l’aspettativa automatica di un intervento immediato. Dall’altro gli investitori dovranno assumersi una maggiore responsabilità, facendo maggiore affidamento su analisi fondamentali, diversificazione e gestione del rischio invece che sulla protezione implicita della banca centrale americana.