Come usare i dati personali per addestrare gli algoritmi nell’AI generativa

Francesca Nunziati

13 Aprile 2026 - 14:45

I dati umani sono il “carburante” dell’AI. Comprendere questo meccanismo aiuta a essere più consapevoli del nostro ruolo e delle implicazioni etiche e sociali legate a questa tecnologia.

Come usare i dati personali per addestrare gli algoritmi nell’AI generativa

Nel cuore della rivoluzione digitale, l’intelligenza artificiale generativa si alimenta di un carburante tanto potente quanto delicato: i dati personali. Questi sono frammenti della nostra identità fatti di preferenze, abitudini, immagini, voci, testi che, una volta raccolti e analizzati, diventano materia prima per addestrare algoritmi capaci di scrivere, creare immagini, imitare stili e persino conversare. Ma fino a che punto è lecito utilizzare questi dati? E quali sono i confini imposti dalla legge?

Per comprendere davvero la portata del fenomeno, bisogna partire da una consapevolezza semplice: l’AI generativa non nasce dal nulla. Modelli linguistici e sistemi creativi apprendono osservando enormi quantità di informazioni, spesso raccolte online o fornite direttamente dagli utenti. In questo processo, i dati personali possono entrare in gioco in modo diretto o indiretto. E qui si apre il nodo cruciale: la tutela della persona.

I principi chiave delle normative di settore

Il Regolamento generale sulla protezione dei dati, noto come GDPR, rappresenta ancora oggi il pilastro normativo in Europa. Il suo principio fondamentale è chiaro: ogni trattamento di dati personali deve essere lecito, corretto e trasparente. Non basta “avere accesso” a un dato per poterlo usare liberamente: si necessita di una base giuridica, come il consenso esplicito dell’interessato, l’esecuzione di un contratto o un interesse legittimo ben bilanciato.

Nel contesto dell’AI generativa, questo significa che le aziende non possono semplicemente “raschiare” informazioni dal web e utilizzarle per addestrare i propri modelli senza porsi domande. Se quei dati permettono di identificare una persona, anche indirettamente, entrano nel perimetro del GDPR. E ciò comporta obblighi precisi:

  • informare gli utenti
  • limitare le finalità
  • minimizzare i dati raccolti
  • garantire la sicurezza delle informazioni.

Uno degli aspetti più critici riguarda proprio il consenso. Nella pratica, è spesso difficile dimostrare che milioni di contenuti online siano stati pubblicati con l’intenzione di essere riutilizzati per addestrare algoritmi. Il GDPR richiede che il consenso sia libero, specifico, informato e inequivocabile. Un post sui social o un commento su un forum difficilmente soddisfano questi requisiti.

A complicare ulteriormente il quadro interviene il nuovo AI Act, il regolamento europeo pensato per disciplinare lo sviluppo e l’uso dell’intelligenza artificiale. Qui il legislatore introduce un approccio basato sul rischio. I sistemi di AI vengono classificati in base al loro impatto potenziale sui diritti fondamentali. E quelli generativi, soprattutto quando possono influenzare opinioni o comportamenti, sono considerati ad alto impatto.

Per questi sistemi, l’AI Act impone obblighi stringenti: documentazione dettagliata dei dati utilizzati, trasparenza sui processi di addestramento, valutazioni di impatto e misure per prevenire bias e discriminazioni. Non solo: viene richiesto anche di rendere riconoscibili i contenuti generati artificialmente, per evitare inganni o manipolazioni. Insomma: in questo contesto, l’uso dei dati personali diventa un terreno scivoloso. Non è sufficiente rispettare formalmente il GDPR; bisogna anche dimostrare che l’intero ciclo di vita dell’algoritmo è stato progettato in modo responsabile. La responsabilità non è più solo giuridica, ma anche etica e sociale.

E poi c’è il Digital Omnibus, un pacchetto normativo meno noto ma altrettanto rilevante, che mira a rafforzare la tutela dei consumatori nel mondo digitale. Tra le sue disposizioni emergono obblighi di maggiore trasparenza per le piattaforme online, soprattutto quando utilizzano sistemi automatizzati per influenzare decisioni di acquisto o comportamenti degli utenti. Questo significa che, se un algoritmo generativo utilizza dati personali per personalizzare contenuti o suggerimenti, l’utente deve essere informato in modo chiaro. Non solo: deve avere la possibilità di opporsi o di limitare questo tipo di trattamento. In altre parole, il controllo torna, almeno sulla carta, nelle mani dell’individuo.

Ma cosa succede quando queste regole non vengono rispettate?

Le sanzioni possono essere tutt’altro che simboliche. Il GDPR prevede multe fino a 20 milioni di euro o al 4% del fatturato globale annuo dell’azienda, a seconda di quale sia più elevato. Negli ultimi anni, diverse autorità europee hanno già dimostrato di non avere esitazioni nell’applicare queste sanzioni, soprattutto nei confronti delle grandi piattaforme tecnologiche.

E’ importante sapere che anche l’AI Act introduce un sistema sanzionatorio severo: le violazioni più gravi, come l’uso di sistemi vietati o la mancata conformità ai requisiti di trasparenza, possono comportare sanzioni fino al 7% del fatturato globale. Una cifra che, per le big tech, può tradursi in miliardi di euro.
Il Digital Omnibus, dal canto suo, rafforza i poteri delle autorità nazionali, prevedendo sanzioni coordinate a livello europeo e strumenti più efficaci per la tutela collettiva dei consumatori.

Ma al di là delle multe, c’è un altro rischio spesso sottovalutato: la perdita di fiducia. In un ecosistema digitale sempre più consapevole, gli utenti iniziano a interrogarsi su come vengono utilizzati i propri dati. E le aziende che non riescono a garantire trasparenza e rispetto rischiano di compromettere la propria reputazione in modo irreversibile.

La sfida, dunque, non è solo rispettare la legge, ma costruire un modello sostenibile. Utilizzare i dati personali per addestrare algoritmi di AI generativa è possibile, ma richiede un cambio di paradigma: non più una logica estrattiva, in cui i dati vengono raccolti indiscriminatamente, ma un approccio selettivo, responsabile e orientato alla protezione della persona. Alcune soluzioni stanno emergendo.

L’anonimizzazione e la pseudonimizzazione dei dati rappresentano strumenti fondamentali per ridurre i rischi. Anche l’uso di dati sintetici, generati artificialmente, sta guadagnando terreno come alternativa etica e legale. Inoltre, cresce l’attenzione verso modelli di AI addestrati su dataset controllati e certificati.

Un altro elemento chiave è la governance interna. Le aziende più avanzate stanno creando team multidisciplinari che uniscono competenze tecniche, legali ed etiche; l’obiettivo è integrare la protezione dei dati fin dalle prime fasi di sviluppo, secondo il principio del “privacy by design”.

Infine, c’è il ruolo delle istituzioni. L’Europa sta cercando di tracciare una via originale, che coniughi innovazione e diritti fondamentali e questo non è un equilibrio semplice. Il rischio di rallentare lo sviluppo tecnologico è reale. Ma è anche un tentativo di evitare che l’AI diventi uno strumento incontrollato, capace di amplificare disuguaglianze e violazioni.

In definitiva, usare i dati personali per addestrare algoritmi nell’AI generativa non è un tabù, ma nemmeno una libertà assoluta. È un terreno regolato, in cui ogni passo deve essere ponderato. E in cui il rispetto della persona non è solo un obbligo giuridico, ma una condizione essenziale per costruire il futuro digitale.
Perché, in fondo, l’intelligenza artificiale più avanzata resta sempre un riflesso dell’intelligenza umana. E la qualità di questo riflesso dipende, oggi più che mai, da come scegliamo di trattare ciò che ci rende unici: i nostri dati.

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