Come un decennio perso potrebbe distruggere i tuoi guadagni

Tommaso Scarpellini

09/04/2025

Crolli prolungati, crescita zero e inflazione galoppante: ecco come i mercati possono restare ostaggio per anni, distruggendo rendimenti e fiducia anche in fasi di espansione economica.

Come un decennio perso potrebbe distruggere i tuoi guadagni

Sembra un ribasso epocale. L’S&P 500 è sotto di oltre il 20%, e forse sarebbe meglio non sapere quanto stanno crollando gli altri indici: il Nasdaq, ad esempio, è in caduta verticale da giorni. Viverlo sulla propria pelle fa male, e per chi è dentro ai mercati da meno di 10 anni, questa fase sembra un evento più unico che raro.

Ma se allarghiamo l’orizzonte temporale e osserviamo i cicli del passato, scopriremo che questi crolli non solo sono già avvenuti, ma in alcuni casi sono stati anche peggiori. La storia dei mercati ci insegna che il tempo può essere alleato dell’investitore, ma anche il suo peggior nemico.

Avete mai sentito parlare dei “decenni persi”? Se la risposta è no, è ora di fare i conti con una delle dinamiche più sottovalutate della finanza.

Cos’è un decennio perso e perché è il momento di capirlo bene

Un “decennio perso” è un periodo prolungato, in genere di almeno 10 anni, durante il quale un indice azionario come l’S&P 500 non produce rendimenti positivi, e spesso addirittura chiude con una performance negativa. Non si parla di volatilità a breve termine o di drawdown momentanei, ma di un’epoca in cui anche chi ha mantenuto la posizione per anni, con pazienza, si ritrova al punto di partenza. Se si è acquistato in prossimità dei massimi, il capitale investito non solo non cresce, ma subisce l’erosione dell’inflazione e il peso del costo opportunità. In pratica, 10 anni di esposizione al rischio senza ottenere nulla. È come non essere stati remunerati per aver sopportato una crisi.

Un esempio non troppo lontano di decennio perso

Uno dei casi più emblematici è quello che va da maggio 1965 ad aprile 1978. In quel periodo, il valore dell’S&P 500 passò da 89,2 a 90,2, un tasso di crescita annuo composto (CAGR) di appena lo 0,1%, a fronte di una crescita del PIL del 9,3% annuo. Il rapporto S&P/GDP crollò da 122 a 38. In termini reali, gli investitori persero oltre il 40% del potere d’acquisto. Questo fu il periodo della stagflazione, in cui l’alta inflazione conviveva con una crescita economica stagnante. Lo shock petrolifero del 1973, la guerra del Vietnam e lo scandalo Watergate generarono un ambiente di profonda sfiducia. I multipli di valutazione si contrassero, l’equity risk premium aumentò e i mercati restarono bloccati in un lungo trading range.

Un decennio perso ancora più recente

Il secondo grande decennio perso è quello che inizia nel 2000, con la bolla delle dot-com. All’epoca, il rapporto prezzo/utili corretti per il ciclo (Shiller P/E) superava quota 44, livello superiore anche rispetto al 1929. L’S&P 500 raggiunse un picco a 1.473 punti nel luglio 2000, per poi collassare dopo lo scoppio della bolla. Quando finalmente, nel gennaio 2013, l’indice tornò a quota 1.480, erano passati 12 anni e mezzo. Il CAGR dell’indice fu appena dello 0,04%, mentre il PIL statunitense continuava a crescere a un ritmo medio del 3,9% l’anno. Anche in questo caso, il mercato azionario non fu in grado di riflettere la crescita dell’economia reale. Tra il 2000 e il 2013, si verificarono due drawdown superiori al 50%: uno nel 2002 e l’altro nel 2008, durante la crisi finanziaria globale. La politica monetaria della Fed passò da aggressiva a ultra-espansiva, portando i tassi allo 0% e inaugurando l’era del quantitative easing. Ma nonostante questi sforzi, il mercato impiegò anni per recuperare la fiducia persa.

Ed oggi?

La domanda che molti si pongono è: può succedere ancora oggi? In un’epoca in cui l’innovazione corre, gli utili societari sono ai massimi storici e il PIL globale è in crescita, sembra difficile immaginare un decennio perso. Ma la storia ci insegna che questi periodi iniziano proprio quando tutto sembra andare bene. Le cause non sono sempre economiche: spesso, sono esogene. Possono essere shock geopolitici, guerre, crisi sistemiche o anche semplicemente una crisi di fiducia che impedisce al mercato di prezzare correttamente il futuro. Oggi i mercati si trovano a fare i conti con una nuova ondata di protezionismo e dazi crescenti tra Stati Uniti, Europa e Cina. A differenza degli anni ‘80 e ’90, oggi l’incertezza geopolitica è una variabile strutturale. Se questi fattori non vengono neutralizzati, potrebbero agire come un blocco alla formazione di aspettative razionali e sostenibili. Quando il rischio non è prezzabile, il capitale rimane fermo. E un mercato che non ha fiducia non cresce.

È anche importante chiarire che un decennio perso non significa necessariamente dieci anni precisi. È un’espressione figurata: potrebbe durare otto, dodici, quindici anni. Quello che conta è la perdita di rendimento reale rispetto al tempo trascorso. La durata media dei bear market storicamente è di circa 13-14 mesi, con una perdita media del 33%, ma nei decenni persi non si assiste a un normale ciclo ribassista seguito da un rimbalzo. Al contrario, il mercato resta in una lunga fase laterale o negativa, senza superare i massimi precedenti per anni.

Quindi?

La domanda vera è: come si affronta un decennio perso con un portafoglio? È come trovarsi in battaglia con munizioni limitate. Se le esaurisci nel momento sbagliato, rischi grosso. La gestione della liquidità diventa strategica. E qui entra in gioco un punto cruciale: oggi, la liquidità è remunerata. A differenza degli anni 2010-2020, in cui i tassi erano a zero, oggi è possibile ottenere un rendimento del 3-4% su titoli di Stato a breve scadenza nei mercati sviluppati. Ad esempio, un portafoglio in Treasury americani a 2 anni può offrire un ritorno intorno al 4%, con rischio duration minimo. In uno scenario in cui le aspettative di rendimento dell’S&P 500 sono CAGR negativo o vicino allo zero, questa può essere una scelta razionale.

È proprio questo il punto: quando il mercato non offre visibilità, la cash allocation non è più una forma di attesa passiva, ma un’opzione finanziaria a basso costo. Warren Buffett, ad esempio, ha aumentato la sua esposizione in liquidità, ed è stato uno dei pochi grandi investitori a incrementare il suo potere d’acquisto nei ribassi. La differenza tra lui e molti investitori retail è la disponibilità di polvere da sparo nei momenti in cui tutti gli altri stanno svendendo.

Cosa aspettarsi

Un decennio perso non è solo una sfida tecnica, è anche una prova psicologica. L’illusione che il mercato “recuperi sempre” nel breve-medio termine è pericolosa. Quando le aspettative vengono disancorate da eventi politici imprevedibili, come i dazi o un conflitto globale, l’ottimismo strutturale che ha sorretto il bull market degli anni 2010-2021 può venire meno.

Serve dunque una strategia che contempli anche lo scenario meno favorevole. In questi contesti, non basta più essere investiti e aspettare. Bisogna ragionare in termini di flessibilità, opzioni, e preservazione del capitale. Perché un decennio perso può non sembrare un problema nel breve termine, ma dopo dieci anni senza guadagni, con l’inflazione che corrode tutto, può trasformarsi nel più grande errore finanziario della propria vita.