La guerra in Ucraina ha radicalmente cambiato l’economia della Russia. Non solo perché Mosca ha dovuto fare i conti con le pesanti sanzioni varate da Unione europea, Stati Uniti e altri partner del blocco occidentale, ma anche per via della conseguente ristrutturazione delle relazioni diplomatiche del Paese.
Il Cremlino, non potendo più vendere le sue risorse energetiche ai tradizionali clienti del Vecchio Continente, ha speso l’ultimo biennio a riorganizzare i piani operativi, cercando mercati capaci di sostituire gli introiti un tempo derivanti dalle casse dei governi membri dell’Ue. È così che il gas e il petrolio della Federazione Russa hanno preso la strada dell’Asia, dove India e soprattutto Cina sono ben disposte a stringere accordi con Vladimir Putin.
Ed è sempre così che la maggior parte delle grandi multinazionali occidentali operative sul territorio russo sono state sostituite da brand autoctoni (o cinesi). Detto altrimenti, l’economia di Mosca – al contrario delle prime previsioni nefaste – non è ancora crollata sotto i colpi dell’Occidente, ma si è anzi riorganizzata, mostrando un tasso di resilienza non preventivato dagli analisti.
La “nuova” economia della Russia
Attenzione: quanto appena detto non significa che l’economia della Russia sia in forma smagliante. Significa solo che non c’è stata, almeno per il momento, alcuna implosione. Al netto delle rassicurazioni di Putin – da prendere con le pinze, visto che l’attuale leader si è da poco candidato per le prossime elezioni presidenziali in programma a marzo – è vero che il combinato sanzioni-inflazione-fluttuazioni del tasso di cambio del rubli ha scosso le fondamenta di Mosca, ma è altrettanto vero che il Paese ha fin qui evidentemente resistito molto meglio di quanto previsto.
Il governo continua a parlare di un pil per il 2023 in crescita del +2,8%. Una cifra ottimistica ma comunque positiva, proprio come quella evidenziata dal Fondo Monetario Internazionale che ha fotografato un +1,5%. Al contrario, l’Ocse ha previsto un crollo del pil russo per l’anno corrente pari al – 2,5%, mentre la Banca Mondiale del -0,2%. Il tasso di disoccupazione, secondo i dati ufficiali, sarebbe intanto sceso al 3,1% in estate, un record nella storia della Russia moderna.
Il giornale russo Izvestia ha però acceso i riflettori sullo stato di salute delle grandi aziende russe. Ebbene, i loro ricavi, nel primo semestre dell’anno, sarebbero passati da 694 a 342 trilioni di rubli. Nello specifico, Gazprom avrebbe registrato un -36%, Rosneft -8%, Lukoil -12%, Inter RAO -43% e Akron -34%.
Gli accorgimenti di Mosca
La nuova economia di Mosca è dunque un’economia adattata ad uno stato di guerra quasi permanente. Un’economia sempre più lontana dall’Europa e vicina ai mercati asiatici. La Russia, non a caso, ha reindirizzato le sue esportazioni di gas e petrolio dall’Ue alla Cina e all’India. Ma, ha rivendicato il ministro dell’Energia e vice Premier, Aleksandr Novak, sarebbero molti i Paesi a voler acquistare dalla Russia, in America Latina, in Africa e nelle regioni dell’Asia del Pacifico.
“In precedenza fornivamo all’Europa il 40-50 per cento del petrolio e dei derivati dal petrolio. Quest’anno, la cifra non dovrebbe superare il 4-5 per cento delle esportazioni totali”, ha precisato l’alto funzionario. La quota di esportazioni di petrolio alla Cina – a prezzi ben diversi, va sottolineato - è però salita al 45-50 per cento e l’India, che in precedenza non riceveva quasi nulla, “nella situazione attuale è diventata il nostro partner principale”. “In due anni, la quota di rifornimenti all’India è aumentata a circa il 40 per cento”, ha sottolineato ancora il ministro.
I proventi russi delle esportazioni di gas e petrolio dovrebbero arrivare a quasi 98 miliardi di dollari quest’anno, un livello paragonabile al 2021, prima dell’offensiva dell’Ucraina. I proventi di gas e petrolio rendono conto del 27% del prodotto interno lordo, e del 57% degli introiti dell’export, ha precisato Novak.
Sul fronte interno, invece, i brand occidentali che hanno lasciato la Russia sono stati rimpiazzati dalle loro versioni autoctone. Il gruppo americano di hamburger McDonald’s ha lasciato il posto a Vkusno & tochka, il produttore di ciambelle Krispy Kreme è stato sostituito dal surrogato Krunchy Dream, mentre Stars Coffee ha soppiantato Starbucks. Le auto e i prodotti tecnologici cinesi hanno altresì conquistato considerevoli fette di mercato.
Anche se è improbabile che i marchi russi riportino in salute l’economia russa, ha precisato il Financial Times, questi potrebbero per lo meno allentare la pressione sul governo, placando una popolazione che si è abituata all’abbondanza post sovietica di beni di consumo a prezzi accessibili. Non è poco per un Paese dato fino a pochi mesi fa in procinto di implodere.