Come proteggere (e non distruggere) il capitale nei prossimi 24 mesi

Gerardo Marciano

15 Aprile 2026 - 16:55

Non conta solo cosa faranno i mercati: conta come è costruito il portafoglio. Nei prossimi 24 mesi il vero rischio può essere perdere terreno senza accorgersene.

Come proteggere (e non distruggere) il capitale nei prossimi 24 mesi

I mercati si muovono. Gli effetti sui portafogli, no: quelli dipendono da noi.
Perché il punto non è cosa fanno i mercati. È come siamo posizionati quando lo fanno.
Due investitori possono vivere lo stesso scenario, rialzi, ribassi, fasi laterali, e ottenere risultati completamente diversi. Non per fortuna. Per struttura.
La domanda giusta, quindi, non è dove andranno i mercati.
È un’altra: da cosa dipendono davvero i risultati di un portafoglio?

Non dalle previsioni. Ma dalle decisioni prese prima che i mercati si muovano.
Negli ultimi due anni, molti hanno fatto la cosa giusta. Hanno resistito, sono rimasti investiti, non hanno venduto nei momenti difficili e oggi, guardando i portafogli, vedono numeri di nuovo positivi.
Ed è proprio questo il momento più delicato.
Perché i momenti più rischiosi nei mercati non sono quelli in cui si perde. Sono quelli in cui si smette di avere paura.
Molti portafogli oggi raccontano una storia rassicurante. Dal 2023 in poi, l’azionario globale ha recuperato terreno, riportando fiducia. Anche strumenti considerati più difensivi hanno contribuito. I BTP italiani, ad esempio, hanno registrato un rimbalzo medio intorno al +10%, aiutando a ricostruire valore dopo una fase complessa.

Ma non sono stati solo azioni e obbligazioni a muoversi. Negli ultimi due anni, anche le materie prime hanno registrato movimenti significativi: oro e argento si sono quasi raddoppiati rispetto ai livelli precedenti, mentre diverse commodity energetiche e industriali hanno segnato rialzi molto importanti.
A prima vista, tutto sembra funzionare come dovrebbe: diversificazione, equilibrio, pazienza.
Ma è proprio questa normalità apparente che merita attenzione.
Perché quando più asset salgono insieme dopo una fase difficile, non sempre significa che il sistema è più solido. A volte significa che è più esposto.

Il contesto sta cambiando più di quanto sembri

Il punto non è cosa è successo.
È cosa potrebbe succedere adesso.
Se si osservano le serie storiche, su dati ponderati dal 1898 ad oggi, emerge un pattern ricorrente: dopo fasi di rialzo importanti, i rendimenti nei 2–5 anni successivi tendono a essere più bassi e più instabili.
Non è una previsione. È una probabilità.
E questa probabilità suggerisce che da qui al 2028 potremmo entrare in una fase diversa: meno lineare, più incerta, più difficile da gestire.
Il cambiamento, però, non arriva con un segnale evidente.
Arriva lentamente.
Si manifesta attraverso fattori che, presi singolarmente, sembrano gestibili, ma insieme cambiano le regole del gioco.
La geopolitica è tornata centrale. Due conflitti aperti, tensioni tra blocchi economici e catene di approvvigionamento fragili stanno riportando instabilità in un sistema che per anni era stato relativamente prevedibile. E a differenza dei dati economici, questi fattori non si anticipano: il mercato può ignorarli a lungo, ma quando li prezza lo fa rapidamente.

Allo stesso tempo, anche il ruolo delle banche centrali è cambiato. Per oltre un decennio sono state il principale supporto dei mercati. Oggi sono diventate un vincolo. Con un’inflazione ancora incerta e il rischio di nuove pressioni legate all’energia, il margine di manovra è ridotto: tagliare troppo i tassi può riaccendere l’inflazione, mantenerli elevati troppo a lungo può rallentare la crescita.
Questo equilibrio fragile rende il sistema meno protetto.
E poi c’è un elemento che molti continuano a sottovalutare: l’inflazione.
Non solo quando è alta, ma quando è instabile.
Perché cambia completamente il significato dei rendimenti.
Un portafoglio che cresce del +2% in un contesto in cui i prezzi aumentano del 5% non sta creando valore. Sta perdendo potere d’acquisto.

È una perdita meno visibile, ma non per questo meno reale. E spesso è proprio questa la più pericolosa.
Il vero rischio nei prossimi 24 mesi non è necessariamente un crollo improvviso.
È qualcosa di più difficile da riconoscere: mercati che si muovono poco, fasi lunghe di lateralità, portafogli che sembrano stabili ma che nel tempo non crescono davvero.
È lo scenario in cui si ha la sensazione di essere al sicuro, mentre lentamente si perde terreno. E storicamente è uno degli scenari più insidiosi.

Lo stress test che pochi investitori fanno davvero

In un contesto come questo, il punto non è fare di più.
È evitare di fare male.
Ed è qui che entra una domanda che pochi si fanno davvero: cosa succede al mio portafoglio in scenari diversi?
Prima, però, è importante chiarire un punto.
Questo tipo di stress test ha senso solo a una condizione: che il portafoglio, in modo più o meno diretto, replichi l’andamento dei mercati. In altre parole, che sia esposto, anche indirettamente, al benchmark globale, cioè alle principali borse mondiali.
Perché nella maggior parte dei casi, anche portafogli apparentemente diversificati finiscono per muoversi in linea con i mercati azionari globali. Cambia la velocità, cambia l’intensità, ma la direzione spesso è la stessa.

Ma c’è un’eccezione importante.
Un portafoglio non diversificato, o sbilanciato su pochi temi, settori o aree geografiche, può ottenere risultati molto diversi, e in alcuni casi negativi, anche quando i mercati nel loro complesso stanno salendo.
Questo è uno degli errori più sottovalutati.
Perché si tende a pensare che “se i mercati salgono, anche il portafoglio sale”. Ma non è sempre così.
Il rischio oggi non è solo essere esposti al mercato.
È essere esposti nel modo sbagliato.
Ed è proprio per questo che ragionare per scenari resta uno degli strumenti più utili.
Immaginiamo tre possibilità nei prossimi 24 mesi.

Se i mercati salgono del 20%, la maggior parte dei portafogli farà bene. Il rischio non è qui.
Ma questo vale soprattutto per portafogli ben costruiti. Se invece l’esposizione è sbilanciata, anche uno scenario positivo può tradursi in risultati deludenti.
Se i mercati scendono del 20%, la domanda cambia: quanto sei disposto a perdere senza cambiare strategia? Perché è proprio in queste fasi che molti investitori trasformano una perdita temporanea in una definitiva.
Ma è il terzo scenario quello più sottovalutato.
Mercati fermi.
Nessun crollo, nessun rally. Solo tempo che passa.

È lo scenario in cui molti portafogli sembrano funzionare, ma in realtà non crescono. E se nel frattempo l’inflazione resta presente, il risultato reale è negativo.
Poi esistono scenari più estremi, ma tutt’altro che impossibili.
Mercati che scendono del 40% e poi recuperano. Oppure che salgono del 40% e poi si fermano.
In teoria, il punto di partenza e quello di arrivo possono sembrare simili.
Ma nella pratica, il percorso cambia tutto.
Perché non conta solo dove arrivano i mercati. Conta come ci arrivi tu.
Se il tuo portafoglio perde il 40%, hai davvero la capacità, e la lucidità, di restare investito fino al recupero? Oppure usciresti nel momento peggiore?
E se invece i mercati salissero rapidamente, saresti già esposto nel modo corretto o entreresti tardi, inseguendo?

Il rischio non è lo scenario.
È la reazione allo scenario.
I mercati non puniscono chi sbaglia previsione. Puniscono chi sbaglia comportamento.
Puoi leggerlo in modo semplice:

  • Mercati +20% → rischio: sentirsi troppo sicuri e aumentare il rischio nel momento sbagliato
  • Mercati -20% → rischio: vendere e cristallizzare le perdite
  • Mercati fermi → rischio: perdere potere d’acquisto senza accorgersene
  • Mercati -40% → rischio: non reggere emotivamente e uscire vicino ai minimi
  • Mercati +40% → rischio: entrare tardi e pagare prezzi elevati

È qui che si crea la distanza tra un portafoglio teoricamente corretto e uno realmente sostenibile.
Le decisioni che contano davvero non sono tante. Ma fanno tutta la differenza.
Capire il proprio rischio reale, non quello teorico. Costruire una diversificazione effettiva, non apparente. Mantenere flessibilità, perché un portafoglio completamente investito non può adattarsi. E soprattutto, iniziare a ragionare in termini reali e non nominali.
Guardando avanti, le serie storiche suggeriscono che tra il 2027 e il 2028 le probabilità restano orientate verso una fase di debolezza dei mercati azionari, mentre il possibile massimo del decennio tende a collocarsi nella prima metà del 2030.

Non è una previsione. È una mappa.
E in un mondo incerto, avere una mappa, anche imperfetta, è già un vantaggio competitivo.
Per questo oggi la domanda giusta non è come posso guadagnare di più.
È un’altra.
Sto facendo qualcosa che potrebbe compromettere il mio capitale?
Mantenere flessibilità, evitare portafogli rigidi, preservare una quota di liquidità, diversificare realmente, ridurre la dipendenza da un unico scenario, accettare rendimenti più bassi ma più sostenibili, evitare decisioni impulsive e ragionare sempre in termini di rendimento reale sono comportamenti che, nei prossimi anni, possono fare la differenza.
Perché nei mercati che stanno arrivando non vincerà chi prenderà più rischio.
Vincerà chi riuscirà a non prenderlo nel momento sbagliato.