In questi ultimi mesi sono stati molti i commentatori e gli analisti finanziari che, a torto o a ragione, stanno paragonando questo periodo sui mercati finanziari con ciò che accadde nella primavera 2007, proprio alla vigilia del crollo di Lehman Brothers e del mercato immobiliare americano.
In effetti, alcuni parallelismi possono essere riscontrati, anche allora – per esempio – si veniva da un sostanziale aumento dei tassi di interesse della FED, dall’1% al 5%, ed anche allora tutti si aspettavano un’imminente recessione che ancora non si era manifestata dato che i fondamentali economici si dimostravano, soprattutto per il mercato del lavoro, ancora ben solidi.
Solo in pochi riuscirono a captare i segnali del mercato immobiliare, infarcito di mutui sub-prime che impacchettati in asset backed securities furono la miccia che portò al crollo del sistema finanziario americano.
E ancora, mentre continuava la litania del ‘soft landing’, cioè dell’atterraggio morbido rispetto alle prospettive di rallentamento dell’economia rispetto agli alti tassi di interesse, le materie prime facevano numeri da record perché secondo il mercato i prospettati tagli dei tassi di interesse della FED avrebbero portato nuove pressioni inflazionistiche. Per questi aspetti (tassi alti, economia americana molto solida, rally delle materie prime) in effetti lo scenario della primavera 2024 offre numerosi parallelismi con il 2007.
Proprio per questo vale la pena di rivedere in quel periodo, cioè tra il giugno 2007 e dicembre 2007, come andarono le cose in borsa. Partendo dall’azionario americano, gli unici settori che si ‘salvarono’ furono i titoli legati ai settori energetici (+15%) e tecnologici (+6,9%), con l’indice NASDAQ100 che registrò comunque un considerevole +8,1%. Ovviamente i titoli legati alla finanza andarono a picco sia negli USA (-23%) che in Europa (-19%) dove in generale quasi tutti i comparti chiusero i 6 mesi in rosso, in particolare per le small e mid cap.
Sul fronte delle materie prime si è ovviamente parlato, soprattutto nell’ultimo periodo, dell’andamento dell’oro. Ed anche nella seconda metà del 2007 l’oro registrò un +24%, tuttavia altre materie prime come il petrolio WTI (+47%), la soia (+48%) ed il frumento (+70%) si spinsero ben oltre.
Guardando ai tassi di interesse il dollaro si indebolì verso tutte le principali valute, in particolare verso i paesi emergenti mentre i treasuries a 30 anni offrirono ottimi rendimenti (+12%).
Questo è effettivamente il quadro di ciò che accadde ben 17 anni fa. Eppure viene naturale chiedersi se non vi siano anche delle differenze rispetto a quel periodo?
In effetti, pare proprio di si. In particolare, per quanto riguarda l’origine della cosiddetta ‘bolla’, nel 2007 finanziata da un ammontare eccessivo di credito al consumo ed indebitamento privato, oggi finanziato da deficit pubblici che tra pandemia, guerra e squilibri nel mercato dell’energia hanno immesso nel mercato americano ed europeo trilioni di dollari ed euro. Questo significa che il sistema privato americano è oggi meno vulnerabile del 2007 e che probabilmente, se vi saranno crolli nel mercato edilizio e residenziale dovuti agli alti tassi di interesse, questi potrebbero avvenire in altri paesi. Per esempio, nel Nord Europa dove molti paesi vedono tassi di indebitamento privato del 2-300% del loro PIL. In questo senso, ci sarebbero già le prime avvisaglie: alla fine del 2023 è crollato il gigante dell’immobiliare austriaco Signa, con oltre 13 miliardi di esposizione finanziaria; qualche mese Blackstone aveva fatto default su di una obbligazione coperta da asset immobiliari, cioè da uffici commerciali e negozi posseduti dalla finlandese Sponda Oy, default da oltre mezzo miliardo. Ed è quindi plausibile che anche il dollaro non segua la svalutazione del 2007.
Tuttavia, alcuni parallelismi rimangono, e sarà interessante vedere se nei prossimi mesi certe tendenze si confermeranno nei mercati finanziari.