Colossi del web come Google e Meta si devono inchinare a una giuria americana e risarcire con 6 milioni di dollari una ventenne: ecco perché (e cosa può succedere ora)
Dipendenza da social? La colpa non è tua che rimani ore e ore a chattare o a scrollare sul tuo smartphone ma dei social stessi. Questo è ciò che ha sentenziato il tribunale di Los Angeles, mettendo alla sbarra nientemeno che Google e Meta - quest’ultima con intervento di Zuckerberg in persona. Ovviamente, c’è qualcosa di più dietro.
Non stiamo parlando di una semplice causa intentata per motivi aleatori ma di rapporti tra una piattaforma e un fruitore minorenne, anzi una fruitrice. Si chiama Kaley e oggi ha 20 anni ma all’epoca dei fatti era poco più che una bambina. E i fatti, come accertato dalla corte, le danno ragione.
Scroll infinito, scarso controllo sugli utenti più giovani e una costante e lampante infrastruttura (non solo strategica ma reale) che rende la dipendenza da social molto facile per i soggetti più deboli. Questi sono i fattori che hanno di fatto condannato al risarcimento della giovane Kaley tanto Meta quanto Google. E non parliamo di briciole ma di una cifra molto vicina ai 6 milioni di dollari (più di 5 milioni di euro al cambio).
Chi è Kaley, la giovane 20enne californiana che ha messo in ginocchio Google e Meta (con 6 milioni di motivi)
Kaley è il simbolo di una generazione cresciuta dentro gli algoritmi. La sua storia inizia molto prima della causa legale: a soli sei anni apre YouTube, a nove entra su Instagram, a dieci sperimenta TikTok (all’epoca Musical.ly), a undici approda su Snapchat. Un percorso digitale precoce, continuo, totalizzante.
Quando decide di fare causa, nel 2023, ha appena 17 anni. Ma alle spalle ha già una lunga scia di conseguenze: giornate intere davanti allo schermo - fino a sedici ore al giorno - relazioni familiari compromesse, isolamento progressivo e un peggioramento evidente della salute mentale. Durante il processo emerge un quadro preciso: depressione clinica, autolesionismo, disturbi legati all’immagine corporea e persino ideazioni suicidarie. Non suggestioni, ma diagnosi documentate.
Il cuore dell’accusa è tanto semplice quanto potente: le piattaforme non sono neutre. Secondo i legali della giovane, Google e Meta avrebbero progettato ambienti digitali capaci di stimolare un uso compulsivo, sfruttando meccanismi come lo scroll infinito, la riproduzione automatica dei video e sistemi di raccomandazione sempre più raffinati. Non solo: le aziende, pur avendo accesso a studi interni sui rischi per i minori, non avrebbero implementato adeguate misure di protezione.
Il 25 marzo è arrivato il verdetto. Dopo due anni di battaglia legale, la giuria del tribunale di Los Angeles riconosce la responsabilità delle due big tech per negligenza nella progettazione delle piattaforme.
Il risultato è un risarcimento complessivo di 6 milioni di dollari - circa oltre 5,2 milioni di euro - suddiviso tra 4,2 milioni a carico di Meta e 1,8 milioni per Google.
Ma Kaley non è un caso isolato. La sua azione legale è solo la punta dell’iceberg: dietro di lei si muove una class action da circa 1.600 querelanti, tra famiglie e istituzioni scolastiche. Anche perché, molto probabilmente, da sola non ce l’avrebbe fatta.
Perché il verdetto può essere storico... ma anche un monito
Definire questa sentenza “storica” non è un’esagerazione retorica. È, piuttosto, una constatazione giuridica. Per la prima volta, una corte statunitense ha stabilito che il design stesso delle piattaforme social può generare responsabilità legale. Non i contenuti pubblicati dagli utenti, ma l’architettura invisibile che tiene le persone incollate allo schermo.
Una prospettiva che ribalta uno dei pilastri su cui si è costruito il potere delle big tech negli ultimi vent’anni. Fino a oggi, aziende come Google e Meta hanno potuto difendersi sostenendo di essere semplici intermediari. Ora, invece, si apre il fronte della responsabilità progettuale, non indiretto ma, anzi, forse più subdolo e colpevole.
Le conseguenze potrebbero essere enormi ma, ad ora, non quantificabili. Negli Stati Uniti sono già pendenti oltre 10.000 cause simili e centinaia di distretti scolastici hanno avviato azioni legali da tempo. Il caso Kaley è considerato tecnicamente uno dei “bellwether trial”, cioè processi pilota: fa giurisprudenza ed è già un riferimento per tutti gli altri. Se le corti seguiranno questa linea, le piattaforme potrebbero essere costrette a ripensare radicalmente il loro modello di business, basato sull’engagement continuo e senza sosta. E soprattutto senza controllo, né etico né normativo: non esiste un limite normativo tale da poter stoppare le big tech su strategia e architettura delle piattaforme, al momento.
Eppure, c’è un altro lato della medaglia. Perché questa sentenza è anche un monito. La responsabilità delle aziende è stata riconosciuta, ma il problema resta sistemico. La dipendenza da social non riguarda solo i minori: è una dinamica diffusa, trasversale, alimentata da meccanismi psicologici sofisticati e ormai integrata nella quotidianità. Lo sappiamo, eppure ci conviviamo come se nulla fosse.
Le aziende hanno già annunciato ricorso, e la battaglia legale è tutt’altro che finita. Ma una cosa è certa: dopo questo verdetto, sarà impossibile continuare a considerare i social come strumenti di mera vetrina.
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