Lo spread BTP-Bund sino a pochi anni fa era un’ossessione per i giornali e i telegiornali nazionali. Quel tempo però sembra essere passato definitivamente.
“Spread” è una parola inglese che fino al 2010 era poco usata nei media, ad eccezione dei giornali finanziari specializzati. Di fatto si è insinuata nella lingua italiana durante la crisi del debito dell’Eurozona del 2011, quando i costi di indebitamento del Paese salirono a livelli insostenibili. Le radici della suddetta crisi risalgono all’ottobre 2009, quando il neo-primo ministro Giōrgos Papandreou rivela pubblicamente che i bilanci economici trasmessi dai precedenti governi greci all’Unione Europea erano stati falsificati con l’obiettivo di garantire l’ingresso della Grecia nella zona euro. Mi ricordo quel terribile giorno: la Grecia dichiarò che la contabilità nazionale era stata manipolata e che il proprio deficit pubblico era in realtà maggiore di quello comunicato sino a quel momento.
Da allora, lo spread, ovvero il divario tra il rendimento dei titoli di riferimento italiani e i loro equivalenti tedeschi, è stato sbandierato da politici e media come simbolo di orgoglio (per i tedeschi) o vergogna nazionale (per gli italiani) proprio come una vittoria o una sconfitta sportiva.
Ma i tempi sono cambiati.
Dopo che nei giorni scorsi il divario di rendimento a 10 anni BTP-Bund ha registrato un calo sotto un punto percentuale, o 100 punti base (bps), il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha dichiarato la scorsa settimana al parlamento: «...questo significa che i titoli di stato italiani sono considerati più sicuri di quelli tedeschi». Ma questo era falso. Infatti il rating del Bund è AAA mentre quello dei BTP è BBB. Semmai era il contrario...
Il suo ministro dell’Economia, infatti, consapevole che lo spread più ristretto significava in realtà che i titoli italiani erano considerati meno insicuri di quanto non lo fossero prima, aveva sorriso e aveva scosso la testa accanto a lei.
Quattordici anni fa l’attenzione sullo spread BTP-Bund era però giustificata. L’economia tedesca era la potenza europea e l’aumento dei rendimenti italiani significava che Roma doveva pagare ingenti somme per il servizio del suo debito e rischiava di perdere del tutto l’accesso al mercato primario, almeno per la quota parte di sottoscrizioni degli investitori esteri.
I tempi sono cambiati. E molti economisti affermano che, con l’aumento dei rendimenti dei titoli di riferimento tedeschi dovuto a una prevista impennata di spesa per difesa e infrastrutture, la fissazione degli stranieri e degli italiani per lo spread BTP-Bund ha ora molto meno senso.
Ciò che conta per noi è il livello dei tassi di interesse dei bond della Germania, non lo spread con la Germania. Infatti, se i rendimenti tedeschi aumentano, aumentano anche quelli dei BTP - a prescindere dallo spread - e ciò non aiuta i conti pubblici italiani.
Il problema infatti è l’onere degli interessi sul debito che ogni anno l’Italia deve pagare agli investitori.
Roma spende circa 90 miliardi di euro all’anno, ovvero il 4% del prodotto interno lordo, per il servizio del suo debito pubblico di 3 trilioni di euro. Con il rendimento dei BTP a 10 anni ancora superiore al 3,5%, ciò implica un pesante onere per le casse dello Stato, indipendentemente dallo spread ristretto con la Germania.
A circa il 135% del PIL, il debito italiano è (proporzionalmente al PIL) il secondo più grande dell’Eurozona dopo quello greco, e il governo prevede che aumenterà fino al 2026.
Gli analisti affermano che le politiche economiche non ambiziose ma relativamente prudenti di Meloni hanno rassicurato i mercati, ma il recente restringimento dello spread è dovuto principalmente a sviluppi in Germania e negli Stati Uniti. Non certo a miglioramenti mirabolanti del deficit pubblico, zavorrato proprio dalla spesa per interessi, che limita gli spazi di movimento per ogni manovra correttiva (basata su più tasse e meno spesa). Ma da un certo punto di vista, per i prossimi 2 o 3 anni, ringrazieremo quel bizzarro presidente americano che si chiama Donald Trump.
In un’intervista recente Bini Smaghi, ex membro del consiglio direttivo della Banca Centrale Europea, ha affermato infatti che il calante appetito degli investitori per i Treasury statunitensi ha portato beneficio ai titoli europei, e in particolare a quelli ad alto rendimento come quelli italiani.
Insomma, se non mi fido di Trump e della sua capacità di controllare il debito pubblico USA arrivato a 37 trilioni di dollari (cioè 37 seguito da 12 zeri!), e se considero l’Europa come una scommessa più sicura (e in parte anche perché mi aspetto che il dollaro scenda), investirò in titoli governativi europei, specialmente quelli che offrono rendimenti più elevati. Questo è un comportamento logico per i cinesi e i giapponesi, i grandi detentori esteri dei Treasury USA.
In effetti, i rendimenti dei titoli italiani sono ancora i più alti di qualsiasi Paese dell’Eurozona. E l’afflusso di liquidità che fugge dagli USA e affluisce nella zona euro prometterebbe bene per un calo strutturale dei rendimenti nell’Eurozona nei prossimi mesi.
D’altronde Il rendimento a 10 anni dell’Italia di circa il 3,6% si confronta ancora con il 3,2% sui titoli spagnoli equivalenti e con il 3,4% su quelli greci.
SPREAD RENDIMENTI 10 ANNI BTP-BUND DAL 1.1.2010 AL 29.5.2010
FONTE: BLOOMBERG
Ma il periodo d’oro per il rischio credito dell’Italia sui mercati obbligazionari è anche una responsabilità. Dobbiamo stare molto, molto attenti perché ciò che sta accadendo sui mercati internazionali dei titoli di Stato ci mostra che il minimo errore (nella politica economica) può essere costoso.
Il riallargamento dello spread Italia-Germania potrebbe verificarsi anche in assenza di problemi di bilancio, cioè l’Italia potrebbe trovarsi in difficoltà anche senza un errore di politica economica.
Infatti, le fluttuazioni dello spread molto spesso riflettono il sentimento di mercato «risk-on» (appetito per il rischio) oppure «risk-off» (fuga dal rischio) guidato da eventi esogeni internazionali, come crash azionari, e non riconducibili a responsabilità di governi italiani.
Il divario BTP-Bund si è allargato brevemente ma bruscamente, ad esempio, dopo che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato dazi commerciali pesanti il 2 aprile, per poi sospenderne molti una settimana dopo.
Insomma, lo spread si allarga anche in tempi di volatilità globale quando si assiste a una fuga generalizzata verso la sicurezza, mentre invece l’Italia non è considerata una sicurezza (come è invece l’oro, per esempio).
Storicamente, uno sguardo al passato ci mostra però che non è la prima volta che lo spread BTP-Bund è sceso sotto i 100 bps. È già accaduto sotto diversi governi italiani, a volte impennandosi poco dopo, ma a causa di fattori al di fuori del controllo dei governi medesimi.
Per gran parte del 2009 lo spread ha oscillato tra 80 e 100 bps sotto il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, prima di allargarsi fino a un picco di oltre 570 bps nell’autunno del 2011 durante la crisi del debito dell’eurozona, nonostante Roma seguisse una politica fiscale sostanzialmente stabile.
Poi ci fu il governo Monti, lo spread discese, ma gli attacchi speculativi ai BTP ripresero nell’estate 2012, facendo riallargare lo spread oltre i 400bps. E costringendo «San Mario Draghi», allora governatore BCE, a pronunciare il famoso discorso di Londra a fine luglio 2012:
«...But there is another message I want to tell you. Within our mandate, the ECB is ready to do whatever it takes to preserve the euro. And believe me, it will be enough...»
Per i nemici del BTP era finita: qualsiasi vendita del debito pubblico italiano avrebbe incontrato la BCE pronta a comprare e quindi il tentativo di far uscire l Italia dall euro era destinato a fallire. Lo spread torno immediatamente su livelli accettabili.
Nel 2021, sotto il governo dell’ex presidente della BCE Mario Draghi, si è nuovamente ristretto a meno di 100 bps solo per allargarsi a 250 l’anno successivo a causa dell’impennata dell’inflazione globale dopo la pandemia di COVID-19.
Quindi è comprensibile che Meloni indichi lo spread ristretto a 100bps come un successo politico. Ma con la Germania diventata «spendacciona» e non più vista come un pilastro di disciplina e stabilità fiscale, il suo valore come indicatore di stabilità è diminuito.
Fatte queste premesse, quindi, per chi volesse costruirsi una rendita vitalizia non spendendo le laute commissioni delle polizze assicurative, ma investendo in titoli pubblici italiani sarà possibile garantirsi una rendita di almeno il 3% netto annuo?
Credo proprio di sì a patto che:
- possiate permettervi di acquistare titoli a lunga scadenza in quanto non avete importanti impegni finanziari a breve termine;
- abbiate già diversificato i vostri asset in beni immobili e beni mobili (azioni, bond a breve termine);
- siate in grado di tollerare oscillazioni nei prezzi dei bond senza preoccuparvi;
- accettiate il rischio di credito “Italia”.
Ecco alcuni esempi di acquisto di BTP con un prezzo attorno a 100 per un importo nominale di 100.000 euro cadauno al 28 maggio:
- BTP 4,30% 10/2054 PREZZO 99,375 r.e.l. a scadenza 4,40% rendimento netto cedolare 3,7625% cedola netta annua 3.760 euro
- BTP 4,10% 04/2046 PREZZO 100,15 r.e.l. a scadenza 4,10% rendimento netto cedolare 3,5875% cedola netta annua 3.587 euro
- BTP 3,60% 10/2035 PREZZO 100,50 r.e.l. a scadenza 3,56% cedola netta 3,15% flusso cedolare annuale 3.560 euro
| DISCLAIMER Le informazioni e le considerazioni contenute nel presente articolo non devono essere utilizzate come unico o principale supporto in base al quale assumere decisioni relative agli investimenti. Il lettore mantiene la piena libertà nelle proprie scelte d’investimento e la piena responsabilità nell’effettuazione delle stesse, poiché egli solo conosce la sua propensione al rischio e il suo orizzonte temporale. Le informazioni contenute nell’articolo sono fornite a mero scopo informativo e la loro divulgazione non costituisce e non è da considerarsi un’offerta o sollecitazione al pubblico risparmio. |