Davvero la proposta di tregua per il Natale ortodosso avanzata da Vladimir Putin, conclusasi prima di cominciare fra cannonate e accuse incrociate tra le parti, era da considerarsi unicamente una trappola cinica, come l’ha bollata immediatamente il presidente ucraino?
No. In realtà, era molto peggio. Quantomeno per l’Occidente, completamente all’oscuro di quanto stia accedendo dietro le quinte di una guerra divenuta ormai reset geopolitico di portata storica. Ma debitamente pittata con scadenza quotidiana con i colori sempre meno brillanti dello scontro fra democrazia e democratura. Occorre infatti partire da un presupposto: da qualche tempo, il presidente russo sta muovendosi nel solco di una nuova spinta diplomatica. Ma non per debolezza o come risposta a rovesci inattesi sul campo.
Certo, nel Donbass la situazione si sta facendo complessa. E l’ultimo attacco ucraino contro una caserma russa, al netto della versione ufficiale che imputa unicamente all’uso dei telefonini da parte dei militari del Cremlino il successo del blitz di Kiev, altro non è stato se non il debutto ufficiale dell’intelligence Usa nel conflitto. Paradossalmente, un quadro che avrebbe dovuto vedere il Cremlino alzare i toni. Evocare di nuovo lo spettro atomico. Dar vita a rappresaglie su larga scala e volutamente simboliche.
Invece, Mosca ha prima ipotizzato la riapertura della pipeline Yamal-Europe attraverso la Polonia e poi aperto un canale di dialogo ufficiale con la Turchia, al fine di triangolare i messaggi con Kiev e l’ONU. Non a caso, la proposta di tregua natalizia è giunta a stretto giro di posta da una telefonata fra Vladimir Putin e Recep Erdogan. Strategia? Qualcosa di più. E ce lo mostrano nella loro drammaticità epocale queste due immagini,
Andamento correlato di acquisti energetici dalla Russia di Europa e Cina
Fonte: JP Morgan
Lancio di agenzia relativo al ribilanciamento degli investimenti e delle riserve del Fondo sovrano russo
Fonte: Bloomberg
di fatto plastica rappresentazione del perché Mosca possa (e voglia) azzardare determinate mosse: l’Europa ha regalato ufficialmente la Russia all’influenza cinese. Anzi, qualcosa di più: alla dipendenza cinese.
La prima immagine è stata elaborata da JP Morgan su dati ufficiali: di fatto, Pechino ha già riassorbito tutti gli acquisti energetici russi che il Vecchio Continente ha abbandonato in nome delle sanzioni e dell’affrancamento dal giogo di Mosca. Per quanto vogliano venderci la panzana di un ministero delle Finanze e di una Banca centrale russa disperati, le casse del Cremlino sono già oggi più che al sicuro. Nonostante l’enorme sconto che la Cina avrebbe ottenuto da Mosca rispetto ai prezzi di mercato.
Se il primo default russo è stato vanificato dall’avidità di quello stesso Occidente che a parole voleva perseguirlo, stante la mancanza di coraggio nell’attivare in asta le clausole dei credit default swaps sulla prima scadenza non rispettata, ecco che oggi la mano visibile di Pechino opera da garante assoluto, da prestatore di ultima istanza del comparto-chiave dell’economia russa. Insomma, se pensavamo di mettere in ginocchio Mosca con il price cap su petrolio e gas, ripensiamoci. Ci siamo fatti male da soli. E tanto, quantomeno in prospettiva.
Perché la seconda immagine va oltre, rilanciando i contenuti di una notizia ripresa da Bloomberg e ovviamente mai trattata dai media italiani, spesso troppo impegnati a operare da ufficio stampa degli spostamenti e delle iniziative social di Volodymir Zelensky. Mosca infatti alzerà al 60% la componente valutaria potenziale in yuan cinesi nel suo Fondo sovrano e porterà al 40% quella in oro.
Tradotto? De-dollarizzazione sempre più spedita e incubazione del nuovo commodity standard globale, a sua volta caposaldo dell’affrancamento dei BRICS dal giogo del biglietto verde. Tradotto ulteriormente, nel silenzio generale di un’Europa che aspetta e spera che il price cap faccia crollare insieme a bollette e inflazione anche il regime politico russo, Russia e Cina hanno posto le basi - concrete e operative - per la nascita del petro-yuan.
Appunto, un sommovimento geopolitico degno del Big Bang. Capito ora perché la querelle relativa alla presunta trappola cinica posta in essere da Vladimir Putin con la sua ipotesi - subito abortita - di tregua natalizia rappresenti in realtà un mero esercizio di stile? Stiamo, come al solito, guardando il dito e non la Luna. Quantomeno, noi europei. E noi italiani, apparentemente più di tutti.
Perché alla luce di questa notizia, pubblicata sull’edizione odierna de La Repubblica di cui è divenuta apertura di prima pagina,
Washington chiama Roma: "Mandate a Kiev lo scudo anti-missile” [di Tommaso Ciriaco] https://t.co/LwK4wrc3yF
— Repubblica (@repubblica) January 7, 2023
la drastica dichiarazione del ministero degli Esteri russo, in base alla quale Roma non può far parte del gruppo dei mediatori fra Mosca, Kiev e Onu, poiché sostiene direttamente il governo ucraino, sembra perdere di intensità ideologica e rientrare nell’alveo del dato di fatto. E con l’Italia unico Paese europeo senza uno scudo contro il caro-bollette, ecco che la geopolitica sembra farsi largo a spinta nel dibattito relativo alla messa in guardia del Financial Times rispetto a una crisi debitoria del nostro Paese nel 2023.
Perché Pechino ha promesso rappresaglie per i controlli sui propri cittadini negli aeroporti internazionali, pratica varata in totale e anticipatoria solitudine solo da due soggetti: Usa e Italia. Casualmente, Mosca ha subito sparato il siluro sull’impossibilità di Roma di operare da mediatore. Perché, di fatto, parte in causa nel conflitto. Attenzione a questo status. Molta attenzione.