La Cina vende bond governativi per 5 miliardi di euro, una cifra mai vista prima. Ecco cosa c’è dietro la strategia di Pechino e cosa sta facendo l’Europa.
Giovedì la Cina ha lanciato la più grande emissione di eurobond della sua storia, per un totale di 5 miliardi di euro. A stupire non è solo l’importo, ma anche il fatto che sia la seconda operazione sul mercato europeo di quest’anno. Inevitabilmente, questa mossa ha scatenato l’interesse internazionale, lasciando spazio a numerose analisi e ipotesi sui piani di Pechino. C’è da dire che, contrariamente a quanto alcuni supponevano per via delle tensioni con gli Stati Uniti, la Cina continua ad avere una reputazione più che solida.
Gli investitori, tra banche, fondi pensione, assicurazioni, grandi fondi d’investimento, erano pronti a comprare quasi 30 miliardi di euro di bond sovrani cinesi, tant’è che la Cina è riuscita ad abbassare il costo del suo prestito e sottostare alle aspettative degli analisti e del ministero delle Finanze stesso di almeno dieci punti base. Nel dettaglio, si parla di tassi del 2,768% per la tranche da 2,5 miliardi di euro a 5 anni, del 2,966% per la tranche da 1,5 miliardi di euro a 7 anni e del 3,212% per la tranche da 1 miliardo di euro a 12 anni.
È stato evidentemente un grande successo per la Cina, che ha saputo cogliere un momento propizio, tanto dal punto di vista finanziario quanto strategico e in qualche modo diplomatico. Non è uno scambio in grado di stravolgere gli equilibri geopolitici, anche perché l’Europa continua a separare i due profili, ma è sicuramente un forte segnale che passa sia dai mercati che dai governi.
Perché?
Ovviamente non si può ridurre l’emissione di eurobond per 5 miliardi a un messaggio politico. Per quanto sia una cifra relativamente modica rispetto alle capacità cinesi, è comunque la più grande emissione obbligazionaria denominata in euro mai effettuata dal ministero. Gli analisti concordano nel ritenere che la Cina abbia saputo e voluto cogliere un momento favorevole, di fatto muovendosi in anticipo prevenendo potenziali difficoltà.
Innanzitutto, le sanzioni e le tensioni con gli Stati Uniti non assicurano a Pechino la fiducia degli investitori occidentali, anche se al momento il problema non si è ancora posto. In secondo luogo, l’aumento dell’inflazione in Europa potrebbe portare la Bce a inasprire la politica monetaria e così provocare l’aumento dei costi degli eurobond. Un’eventualità che gli esperti internazionali stanno tenendo d’occhio, con particolare attenzione ai prossimi mesi. Così, la Cina si è assicurata tassi contenuti e ha dimostrato di essere ancora considerata affidabile.
Questa mossa si inserisce anche nel processo di de-dollarizzazione, che Pechino ha avviato da tempo, e nel rafforzamento dei rapporti finanziari con Bruxelles. Secondo Tim Huang (responsabile dei servizi bancari aziendali globali per la Cina di JP Morgan), intervistato da Bloomberg:
Questa emissione approfondirà ulteriormente la cooperazione Cina-Europa negli investimenti transfrontalieri e nella gestione del rischio, rafforzando l’influenza della Cina nel mercato finanziario internazionale dell’euro.
Cosa significa?
Mentre la Cina rafforza la sua posizione nel mercato europeo e compie un altro piccolo passo nell’emancipazione da Washington, anche l’Europa lancia un segnale chiaro. L’interesse degli investitori ha mostrato ancora una volta, peraltro coerentemente con la maggiore linea politica, che rapporti finanziari e geopolitici sono nettamente separati. Nonostante lo stretto legame con gli Stati Uniti, anche con le ultime incrinature, e le relative preoccupazioni per possibili nuovi conflitti commerciali, l’Europa apprezza la solidità cinese e non intende tagliare i rapporti economici.
Gli investitori giudicano il debito sovrano cinese un investimento relativamente solido e con rendimenti interessanti, abbastanza da non farsi coinvolgere dalle pressioni geopolitiche. Ad oggi, la Cina resta e si conferma un partner fondamentale per l’Europa, anche se nulla esclude cambiamenti in futuro. Le possibilità di crisi sono svariate: dall’escalation in Taiwan alle sanzioni statunitensi, passando per l’estensione delle restrizioni commerciali americane, oggi limitate alle tecnologie strategiche. A ben vedere, questi stessi timori potrebbero aver dato una spinta in più al governo cinese per agire adesso. L’Europa si trova ancora in mezzo alle due potenze, in un equilibrio precario, per quanto finora abbastanza funzionale.