L’ultimo incontro fra Joe Biden e Mohamed bin Salman si è tenuto la scorsa estate. Alla storia passerà per due motivazioni: l’ennesima pennichella fuori programma del presidente Usa durante un incontro ufficiale e la richiesta di Washington di aumentare la produzione di petrolio senza offrire nulla di durevole in cambio. Lontani i tempi e i fasti delle sciabole roteanti in onore di Donald Trump e del suo progetto di Nato araba, di cui i sauditi avrebbero rappresentato leader e avanguardia nella lotta all’Isis.
Il 7 dicembre Xi Jinping è arrivato a Ryad per una tre giorni di incontri. L’atterraggio del suo aereo è stato salutato da una salva di cannoni, mentre jet dell’aeronautica saudita dipingevano il cielo sopra la capitale con i colori della bandiera cinese. Il più grande importatore di petrolio al mondo si era scomodato. Tre giorni di visita. Quindi, occorreva accoglierlo con tutti gli onori del caso.
Ma più del protocollo, contano i fatti. E in quelle 72 ore, Xi Jinping ne ha scritti in agenda parecchi. A partire da questo:
The inaugural China-Arab States Summit will be an epoch-making milestone in the history of China-Arab relations. pic.twitter.com/sdxGB8oqUv
— Spokesperson发言人办公室 (@MFA_China) December 7, 2022
il primo China-Arab Summit, presieduto dal padrone di casa e con 30 capi di Stato a corteggiare l’ospite cinese. In quelle poche ore, Ryad e Pechino hanno siglato accordi per un controvalore di 30 miliardi di dollari. Ma non basta. Anzi, quei contratti paiono argent de poche a fronte dei green shots geopolitici germogliati. A partire dal fronte energetico, dove la Cina ha raddoppiato gli sforzi: oltre a costruire una centrale a energia solare da 2,6 GW in Arabia Saudita, tecnici del Dragone saranno inviati in pianta stabile per aiutare Ryad nello sviluppo delle sue risorse di uranio e in tutti gli ambiti del ciclo nucleare.
Ancora poco? Di fatto, l’Arabia Saudita ha risposto a tanta generosità implementando il proprio programma di sviluppo Saudi Vision 2030 integrandolo in maniera significativa proprio con la BRI (Belt and Road Initiative) cinese: di fatto, Ryad ha dato seguito a tutti i progetti di cooperazione in prelazione dal 2016 e poi finiti in stand-by, fra cui la costruzione di quattro reattori di ultima generazione raffreddati a gas e un memorandum non più di intenti ma operativo da 65 miliardi di dollari in campo petrolchimico, ingegneristico, di raffinazione, legato alle costruzioni e allo sviluppo upstream/downstream.
I numeri parlano da soli, d’altronde. Nel 2021, l’interscambio fra Cina e Arabia Saudita è salito a 87,3 miliardi di dollari, un aumento del 39% rispetto all’anno precedente, mentre nello stesso anno quello fra Ryad e Washington è collassato a soli 29 miliardi. Dai 76 miliardi del 2012. Nei primi dieci mesi di quest’anno, poi, la Cina ha importato dall’Arabia Saudita per 57 miliardi di dollari, mentre le esportazioni verso Ryad sono salite a 30,3 miliardi di dollari. Inoltre, Pechino sta gestendo lo sviluppo del 5G saudita e la creazioni di hub tecnologici con un focus particolare sui prodotti legati all’elettronica.
Ma non basta ancora. Questa mappa
Mappa dei principali progetti ferroviari dell’Arabia Saudita
Fonte: The Cradle
mostra come i progetti ferroviari sauditi, in particolar modo la tratta da 450 chilometri di alta velocità Haramain Railway, costruita non a caso dalla cinese China Railway Construction Company e che dal 2018 collega la tratta sacra fra La Mecca a Medina, siano destinati a connettersi con le infrastrutture della BRI, spesso in assetto intermodale. Come ad esempio la North South Railway che dal 2016 unisce i 2.400 chilometri che intercorrono fra Ryad ad Al Hatidha. Mancavano all’appello 460 chilometri di infrastrutture ferroviarie per unire in maniera strategica tutti i Paesi membri del Gulf Cooperation Council (GCC). Detto fatto, accordi siglati. E progetti in rampa di lancio.
Ma se ancora questo non bastasse, ecco i bersagli grossi con cui Xi Jinping è tornato a casa.
China to use Shanghai exchange for yuan energy deals with Gulf nations - Xi https://t.co/GjZrUfQo5O pic.twitter.com/3hKGfwipW4
— Reuters (@Reuters) December 9, 2022
Primo, il prodromo di de-dollarizzazione degli accordi energetici fra Cina e Paesi del Golfo attraverso la denominazione degli stessi in yuan e il clearing in tal senso da parte della Borsa di Shanghai. Secondo, la base per uno storico riavvicinamento definitivo fra Arabia Saudita e Iran, i grandi nemici dell’area. Nemmeno a dirlo, un interesse primario per Pechino, la quale ha in atto un accordo strategico con Teheran da 400 miliardi di dollari e 25 anni di approvvigionamento in campo energetico.
Già lo scorso marzo, Mohamed bin Salman stupì tutti quando dichiarò che Arabia Saudita e Iran saranno vicini di casa per sempre, quindi è interesse di entrambi guardare avanti e cercare una via per poter coesistere. In agosto, Emirati Arabi Uniti e Kuwait crearono una nuova pietra miliare diplomatica, riattivando le relazioni dirette con Teheran. Germogli, appunto. Ma di importanza geopolitica senza precedenti. E totalmente inaccettabili per Stati Uniti e Israele. Guarda caso, in perfetta contemporanea con il soggiorno di Xi Jinping in Arabia e il corteggiamento di Pechino ai Paesi del Golfo a colpi di yuan, esplode lo scandalo delle mazzette del Qatar all’Europarlamento. Ovviamente, solo una coincidenza. E una miserevole storiaccia di tangenti, corruzione e avidità.