Cina: c’è una bomba pronta ad esplodere (no, la guerra non c’entra)

Flavia Provenzani

17/05/2023

L’economia cinese è costretta ad affrontare un nuovo problema con il potenziale di far scoppiare una bomba economica. Tutta colpa del drastico calo demografico.

Cina: c’è una bomba pronta ad esplodere (no, la guerra non c’entra)

Un’economia in salute non è fatta solo di crescita dell’occupazione, inflazione sotto controllo e PIL in costante salita. Fanno parte del gioco molte altre variabili che possono influire positivamente - e negativamente - sul buon andamento di un Paese.
E ciò che interessa la Cina oggi ha il potenziale di far scoppiare una bomba economica.

La popolazione cinese è scesa nel 2022, e continuerà a farlo anno dopo anno. Il numero medio di figli per donna è crollato da 1,81 nel 2017 a quota 1,16 nel 2021, secondo i dati riportati nello Studio 2022 sulle prospettive della popolazione mondiale della Divisione per la popolazione delle Nazioni Unite (population.un.org), sulla base delle informazioni fornite dal governo cinese.

La fertilità della Cina aumenterà molto lentamente dai minimi del 2021 fino a raggiungere 1,48 nascite per donna entro il 2100 secondo le Nazioni Unite. Tale scenario, tuttavia, appare improbabile se si analizzano i trend legati alla fertilità della popolazione cinese a Singapore, Hong Kong, Taiwan e nelle metropoli cinesi. Qui il tasso di natalità è diminuito ancora di più ed è basso da anni.

Sembra quindi più ragionevole aspettarsi che il tasso di fecondità della Cina rimarrà basso nei prossimi decenni. Tra le ragioni spiccano la tendenza delle giovani donne a rimandare la maternità agli anni a venire, mentre le donne più grandi e ancora in età fertile preferiscono liminare il numero di figli. L’età media in cui le donne cinesi hanno il primo figlio è aumentata velocemente e c’è ancora spazio affinché possa crescere ancora, sulla scia di un aumento delle opportunità lavorative.

Ma qui la statistica incontra un grande ostacolo: l’incapacità di riportare in maniera puntuale in che misura il rimandare al futuro la nascita del primo figlio sia imputabile alle donne che, semplicemente, decidono di non avere figli - un trend sempre più diffuso in Italia soprattutto, ma anche Giappone e Corea del Sud.
Ad incidere è il rapporto sempre più alto tra costo e opportunità, soprattutto in Paesi in cui è ancora forte la discriminazione verso le mamme lavoratrici o le donne lavoratrici in età fertile, e la mancanza di un supporto concreto e strutturato alla genitorialità da parte delle istituzioni. La stessa identica dinamica sta per instaurarsi anche in Cina.

L’impatto del crollo della popolazione cinese sul mercato del lavoro

Secondo le previsioni la popolazione cinese diminuirà di 658 milioni dal 2022 al 2100. Nello stesso periodo, la percentuale della popolazione di età pari o superiore a 65 anni dovrebbe aumentare dal 14% al 41%. Supponendo che i tassi di partecipazione alla forza lavoro per età e sesso rimangano costanti ai livelli del 2010, la dimensione della forza lavoro cinese scenderebbe da 796 milioni nel 2022 a 348 milioni nel 2100, per un crollo del 56%.

Se è certo che tali tendenze andranno ad influenzare l’economia cinese, è assai più complicato comprendere in che modo ciò accadrà poiché non vi sono evidenze storiche: mai prima d’ora la popolazione di un Paese è crollata così tanto in un così stretto lasso di tempo.

A complicare il quadro troviamo l’arco temporale di riferimento. Le previsioni guardano al lungo termine (il 2100, per l’appunto), mentre le misure che possono essere messe in campo da governo hanno solitamente degli effetti nel breve-medio termine (fino al 2050, per intenderci). Per questo motivo il crollo demografico cinese da qui fino alla fine del secolo appare inevitabile.

L’impatto sul mercato del lavoro

Entro il 2040 la forza lavoro della Cina, però, scenderà solo dell’8% - assumendo che il tasso di partecipazione rimarrà costante per età e genere - perché vi sarebbero più lavoratori in età avanzata, mentre diminuirebbero quelli più giovani.

Anzi, i lavoratori più avanti negli anni potrebbero pure aumentare in scia alle politiche governative, fattore che potrebbe compensare il calo di lavoratori previsto. Negli anni a venire i lavoratori più anziani saranno tendenzialmente più salute, oltre ad essere spinti a continuare a lavorare a causa delle pensioni basse (o del tutto inesistenti) e del basso numero di figli su cui poter fare affidamento. Ma appare un mero palliativo: i lavoratori più anziani sono solitamente i meno qualificati, aspetto che pesa sulla qualità della forza lavoro attiva nel Paese.

Per portare la propria crescita economica e far fonte al calo demografico, la Cina sarà costretta a passare da una produzione basata sul lavoro ad alta intensità e poco qualificato a una produzione basata su lavoratori dal valore aggiunto e sulle tecnologie avanzate, come hanno già fatto Corea del Sud, Giappone e Taiwan. La transizione sta già prendendo piede in Cina, che può vantare quasi la metà dei robot industriali esistenti al mondo.

Ma a sostenere tale passaggio è necessaria una forza lavoro giovane e ben istruita. Dal 2020 al 2040, i giovani lavoratori cinesi altamente produttivi invecchieranno e aumenteranno la produttività del lavoro dell’intera forza lavoro. Ogni nuova generazione che entrerà nel mercato del lavoro sarà più istruita di quelle che l’hanno preceduta e ciò dovrebbe garantire una crescita economica in Cina sana e strutturale.

Ma c’è una grande sfida da dover affrontare. I lavoratori di età compresa tra i 25 e i 39 anni dovrebbero diminuire del 23% entro il 2040, fattore che rende quasi impossibile un aumento dei tassi di partecipazione in questa fascia di età. Dopo il 2040 le cose peggioreranno ancora: il numero di giovani lavoratori in questa fascia di età diminuirà ancor più rapidamente (-54% entro il 2060).

Per fortuna l’invecchiamento della popolazione in Cina non porta con sé le stesse sfide che invece molti altri Paesi sviluppati si trovano ad affrontare nella maggior parte dei paesi avanzati. Il consumo pro capite degli anziani cinesi in è relativamente basso e non è superiore a quello degli adulti in età più giovane perché i sistemi pensionistici, sanitari e di assistenza agli anziani sono poco sviluppati e non rappresentano livelli di spesa elevati, come invece si riscontra nei Paesi occidentali e in Giappone.

A differenza dei Paesi occidentali, il consumo pro capite dei bambini in età scolare in Cina è molto più alto che per gli adulti - nel breve e medio termine, quindi, un minor numero di bambini implica una spesa ridotta e un vantaggio per l’economia.

Di conseguenza, il calo demografico non rappresenterà un problema per l’economia cinese nei prossimi 20-30 anni. La bomba economica potrebbe sì scoppiare, ma non prima del 2050.

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