China International Capital Corporation, meglio nota come CICC, non è una banca qualunque. È la terza banca d’investimento della Cina per valore di mercato, vanta 90 miliardi di dollari in asset e azionisti che includono Tencent e Alibaba. Fondata nel 1995, questa creatura - parzialmente controllata da Pechino - è una sorta di multinazionale attiva nella gestione degli investimenti e di servizi finanziari di società, istituzioni e privati, con decine e decine di filiali sparse in tutto il mondo.
Negli ultimi giorni, CICC ha messo nel mirino il Sud-Est asiatico, definendolo la “punta dell’iceberg” delle aziende cinesi che desiderano esplorare opportunità nella regione. Allo stesso tempo, la banca sta silenziosamente accrescendo la propria presenza all’estero per offrire servizi a qualunque attore cinese intenda a sua volta espandersi oltre la Muraglia.
In particolare, per la sua terza fase di crescita internazionale, CICC metterà nel mirino Vietnam, Malesia, Thailandia e Indonesia, ovvero alcuni dei Paesi più promettenti di un’area che conta circa 700 milioni di abitanti e che coincide con il principale partner commerciale della Cina.
Il Financial Times ha scritto, ad esempio, che l’ufficio della banca a Singapore della banca, che come tutte le sedi all’estero opera sotto CICC International, ha più che raddoppiato il suo organico - portandolo a 60 dipendenti - dall’inizio della pandemia. Lo scorso settembre, inoltre, CICC ha ottenuto l’approvazione per piazzare in Vietnam un ufficio di rappresentanza per il marketing e le vendite, e richiederà una licenza di consulenza finanziaria in Indonesia. Nei prossimi anni seguiranno uffici in Malesia e Thailandia.
L’espansione di CICC
Nella prima metà del 2023, CICC ha registrato ricavi per 2,6 miliardi di dollari, con un aumento del 5% rispetto all’anno precedente. Il colosso cinese non rivela se le sue iniziative di uffici all’estero siano redditizie o meno, ma secondo i documenti depositati, l’attività offshore avrebbe registrato ricavi per oltre 400 milioni di dollari nella prima metà del 2023, un aumento del 31% rispetto all’anno precedente.
Possiamo affermare che l’espansione di CICC ha seguito tre fasi: la prima, oltre la terraferma, è iniziata nel 1998, con un ufficio a Hong Kong; la seconda è coincisa con aperture in altri centri finanziari globali tra cui Singapore, New York e Londra. Adesso la banca sta entrando nella terza fase di espansione internazionale, e il Sud-Est asiatico è il terreno nel quale giocare la partita, tra le opportunità derivanti dall’economia digitale dell’Indonesia e quelle connesse all’ecosistema dei veicoli elettrici, nichel compreso.
Pare che quest’anno la banca si concentrerà sulla commercializzazione e sulla monetizzazione delle relazioni che ha costruito nella regione. Attualmente CICC serve aziende di rilievo come i produttori di veicoli elettrici BYD e Geely, e ambisce ad essere il “ponte” prediletto che collega gli attori del Dragone al Sud-Est asiatico. “Per ogni BYD e Geely, ci sono centinaia o migliaia di altre aziende cinesi che guardano al sud-est asiatico per potenziali investimenti”, ha spiegato Stephen Ng, incaricato di guidare le operazioni della banca nel Sud-Est asiatico e nell’Asia meridionale.
Perché la Cina guarda al Sud-Est asiatico
La Cina mantiene la sua posizione di principale partner commerciale dell’Asean, l’Associazione che riunisce i Paesi del Sud-Est asiatico, dal 2009. Il commercio tra l’Asean e Pechino è più che raddoppiato dal 2010, passando da 235,5 miliardi di dollari a 507,9 miliardi nel 2019 (18% del totale dell’Asean) ed è quasi quadruplicato dall’entrata in vigore dell’accordo Asean-Cina sul commercio di beni nel 2005.
Guardando il quadro da una prospettiva ancora diversa, il volume degli scambi tra la Cina e l’Associazione delle nazioni del Sud-Est asiatico è aumentato del 120% in 10 anni, passando dai 443,6 miliardi di dollari nel 2013 ai 975,3 miliardi di dollari nel 2022, come sottolineato pochi giorni fa dal vice ministro del Commercio cinese Li Fei. Secondo Maybank, una banca malese, gli investimenti dalla Cina nell’area sono stati in media 27,9 miliardi di dollari all’anno tra il 2015 e il 2019. Sono scesi a meno di 11 miliardi di dollari nel 2021, prima di recuperare a 18,6 miliardi nel 2022.
Uno degli strumenti usati da Pechino per incrementare la propria presenza in loco è coinciso – e coincide ancora – con la Belt and Road Initiative. La Cambogia e il Laos, ad esempio, hanno abbracciato la Bri fin da subito. Il Vietnam, a lungo diffidente nei confronti del Dragone, lo ha ampiamente evitato, preferendo l’impegno con il vicino di casa attraverso il commercio. In Indonesia l’ex presidente Joko Widodo ha usato la Nuova Via della Seta di Xi Jinping per promuovere la propria agenda economica, compresa una ferrovia ad alta velocità da Giacarta, la capitale, a Bandung, e costruire da zero un’industria di lavorazione del nichel. Le Filippine e la Malesia hanno avuto impegni problematici con la Bri.
In ogni caso, la Cina continua a guardare all’Asean con un interesse crescente. Non solo perché qui trovano spazio alcune tra le economie più dinamiche del pianeta, ma anche perché Pechino intende cercare valide alternative ad un Occidente sempre più diffidente nei confronti del gigante asiatico.