Chi vincerà la corsa alle terre rare?

Redazione Money Premium

7 Febbraio 2023 - 08:13

Le riserve di terre rare in Cina ammontano a 44 milioni di tonnellate, circa un terzo di quelle mondiali.

Chi vincerà la corsa alle terre rare?

Secondo uno studio di S&P Global, le terre rare costituiscono il motore abilitante «di un’industria da 10-15 mila miliardi di dollari: quella dei veicoli elettrici». E non solo: anche gran parte della transizione energetica passa dall’utilizzo delle terre rare.
Le terre rare, gruppo di 17 elementi della tavola periodica degli elementi, definiti dalla fine del Settecento, sono materiali imprescindibili per la transizione energetica, e in particolare per due industrie: l’eolico e i veicoli elettrici.
Disprosio, neodimio, praseodimio, terbio: questi i nomi delle quattro terre rare inserite dalla società di consulenza nella lista dei 10 materiali più importanti per la transizione, tutte con un ruolo cruciale nei propri settori di riferimento. Le riserve mondiali, secondo la Us Geolocal Survey (Usgs), ammontavano a fine 2021 a 120 milioni di tonnellate, a fronte di una produzione di 280 mila tonnellate.
Quindi per azzerare completamente le riserve occorrerebbero circa 500 anni.
E allora perché le terre rare costituiscono un problema tanto stringente? McKinsey elenca alcuni fattori. Primo, «questi elementi sono presenti in concentrazioni relativamente basse; pertanto, l’identificazione e la messa in produzione delle risorse comporta tempi di realizzazione e investimenti elevati».

Secondo, «alcuni elementi come il neodimio sono presenti in proporzioni molto differenti nei vari giacimenti, e quindi la disponibilità e l’economicità di alcuni metalli è molto più difficili da stimare». Poi ci sono gli ultimi due fattori, che fanno entrambi riferimento al nodo centrale della vicenda: lo strapotere della Cina.
Stando ai dati della Usgs le riserve in Cina ammontano a 44 milioni di tonnellate, circa un terzo di quelle mondiali, e nel 2021 il 60% della produzione complessiva, 168 mila tonnellate, è provenuta da Pechino. Secondo McKinsey «sono necessarie nuove esplorazioni geologiche per identificare giacimenti validi in aree geografiche specifiche» che permettano di limitare il quasi-monopolio della Cina.

Che succederebbe se mai, come ipotizzato da alcuni analisti, Pechino dovesse lanciare l’attacco a Taiwan, peraltro uno storico alleato degli Stati Uniti? Intere filiere industriali, come quella dei veicoli elettrici, sarebbero seriamente compromesse, e i costi già non bassi schizzerebbero alle stelle.
Tanto più che Pechino ha dalla sua tutte le capacità tecniche per processare e lavorare le terre rare, quarto e ultimo fattore di rischio elencato dal rapporto della società di consulenza. Ragion per cui «la transizione energetica richiederà una redistribuzione regionale anche delle competenze, oltre che la riorganizzazione delle catene di fornitura», conclude lo studio. Il primo campo di battaglia di questo nuovo scontro geopolitico c’è già, ed è al contempo l’isola più grande e la nazione meno densamente abitata del pianeta: la Groenlandia.

Le riserve groenlandesi ammontano a 1,5 milioni di tonnellate facendo dell’isola, formalmente dipendente dalla Danimarca, l’ottavo detentore mondiale di terre rare. Incredibile ma vero, gli Stati Uniti sono appena sopra, a quota 1,8 milioni, cedendo la medaglia d’oro dei Paesi occidentali all’Australia, a quota 4 milioni. Il potenziale di estrazione di terre rare in Groenlandia è stimato in 60 mila tonnellate all’anno, il 40% in più di quelle estratte negli Usa nel 2021.

L’Usgs ha ipotizzato che in pochi anni l’isola potrebbe superare la produzione cinese. Washington non è rimasta a guardare e già nel 2019, in piena presidenza Trump (quello stesso presidente che propose addirittura di comprare la Groenlandia), ha firmato un memorandum d’intesa con le autorità groenlandesi per mettere a fattor comune le competenze geologiche e gli investimenti al fine di scoprire e sfruttare nuovi giacimenti di terre rare.

La Cina non si è fatta cogliere di sorpresa, e usando sempre l’Australia come testa di ponte ha acquisito nel 2016 una quota di oltre il 10% in Greenland Minerals, oggi Energy Transition Minerals, società quotata a Sidney che si occupa di esplorazione di terre rare in territorio groenlandese. La geopolitica delle terre rare non è peraltro una novità per il governo di Xi Jinping: quando nell’estate del 2021 i talebani presero il potere in Afghanistan la Cina fu uno dei pochi Paesi a non chiudere le porte al regime e ad appoggiare la ricostruzione. Scelta non disinteressata considerando che le riserve di terre rare di Kabul (non censite dal rapporto Usgs) in 1,4 milioni.

C’è anche un’altra ragione per cui i Paesi occidentali vogliono ridurre la dipendenza da Pechino e aumentare le capacità produttive: i costi. Gli analisti di S&P Global hanno calcolato che il numero di veicoli elettrici venduti al mondo sfiorerà i 15 milioni nel 2025 e si avvierà verso i 27 milioni nel 2030. La domanda crescente di materie prime, a fronte di un’offerta difficile da soddisfare, metterà i prezzi sempre più sotto pressione. Anche perché, evidenzia lo studio della società di rating, «le terre rare sono difficilmente sostituibili, a livello di efficienza, nella costruzione dei motori elettrici». Senza contare tutti gli altri settori della decarbonizzazione: secondo la McKinsey una transizione troppo rapida potrebbe far esplodere il problema dei costi, perché il settore metallurgico è ad alta intensità di capitale e i tempi di produzione appaiono piuttosto lunghi. Vista la difficoltà nella sostituzione dei materiali, per la società di consulenza un’altra partita si giocherà allora su un ulteriore fronte: quello della sostituzione tecnologica.