Lo spread continua a scendere. Novembre è iniziato con un differenziale tra BTP e Bund decennali di appena 73,6 punti.
Si tratta di un nuovo minimo considerando gli ultimi quindici anni, caratterizzati da valori ben più elevati (quasi sempre superiori ai cento punti, spesso sopra i 200 e perfino oltre i 300). Il Paese da sempre individuato come benchmark, ossia come riferimento, è la Germania, perché ritenuto il più affidabile in Europa.
Se sale lo spread, l’Italia è percepita meno capace di rimborsare i soldi presi in prestito attraverso l’emissione dei titoli di Stato; viceversa, se lo spread cala, l’affidabilità dell’Italia agli occhi degli investitori è in aumento.
Lo spread in flessione è quindi una notizia positiva per l’Italia, che in questo modo può beneficiare di tassi di interesse più favorevoli. Il contesto attuale è frutto di meriti interni legati alla stabilità dei conti, ma anche dell’indebolimento della Germania: nonostante continua a essere il Paese dell’Eurozona ritenuto più solido, non è più percepito come il più affidabile dell’Ue.
Cosa dicono i dati
Lo spread tra i Btp e i Bund a dieci anni, così come il differenziale riferito ai titoli di Stato degli altri Paesi Ue, è in continuo aggiornamento. Ma considerando i valori con cui si è aperta la prima settimana di novembre (in alcuni Stati membri selezionati) è possibile avere un quadro della situazione al momento.
È l’Ungheria ad avere lo spread più alto d’Europa, visto il differenziale di oltre 421 punti, che non ha paragoni con nessun altro Paese membro Ue. La Repubblica Ceca supera i 185 punti, mentre la Francia è sopra i 78 punti e in questo momento è quindi percepita (leggermente) meno affidabile dell’Italia. Differenziale più basso, invece, per la Grecia, 62 punti, e per la Spagna a circa 50. Discorso a parte per la Danimarca, che ha uno spread negativo: i titoli danesi hanno un rendimento più basso rispetto a quelli tedeschi, suggerendo implicitamente che Berlino è considerata meno affidabile di Copenaghen. Una dinamica simile è stata osservata anche nel confronto con la Svezia che, come la Danimarca, non ha adottato l’euro. Il calo degli spread rispetto ai Bund, in ogni caso, riguarda in generale gli Stati dell’Eurozona.
Spread titoli di Stato a inizio novembre 2025
- Ungheria: 421,6
- Rep. Ceca: 185,7
- Slovacchia: 91,1
- Francia: 78,2
- Italia: 73,6
- Grecia: 62,3
- Spagna: 50,7
- Portogallo: 35,6
- Austria: 45,6
- Irlanda: 29,8
- Paesi Bassi: 14,5
Gli anni della crisi dello spread
All’inizio degli anni 2000 il termine spread era utilizzato quasi esclusivamente da analisti e addetti ai lavori e l’affidabilità dei paesi membri dell’Eurozona non era messa in discussione. Fino al 2008 lo spread per l’Italia era sostanzialmente al di sotto dei 40 punti base. Tutto è cambiato con il fallimento della banca d’affari statunitense Lehman Brothers, quando il differenziale arrivò per la prima volta a 70 punti (valori simili a quelli attuali), per poi superare il tetto dei cento punti.
Nel 2010, mentre la Grecia affrontava grosse difficoltà finanziarie, anche altri paesi come Italia, Spagna e Portogallo iniziavano a subire consistenti rialzi dell’indicatore. Nell’estate del 2011 lo spread italiano superò rapidamente i 300 e i 400 punti, prima di arrivare, nella fase più acuta della crisi, nel novembre 2011, allo spread record di 574 punti. Da allora non ha mai raggiunto valori paragonabili a quel picco, anche se nell’autunno del 2018 era tornato a livelli critici, sopra i 300 punti, e nel 2020 anche sopra i 250.
Il calo dei rendimenti sui titoli italiani, con lo spread al minimo, permette allo Stato di pagare meno interessi sulle nuove emissioni di debito, con un consistente risparmio. Secondo una stima del Centro studi di Unimpresa, con lo spread Btp/Bund stabilmente sotto i cento punti base l’Italia può risparmiare 13 miliardi tra 2025 e 2026: circa il 70% del valore dell’attuale manovra.